In Cina #METOO sfida la censura

Dopo il movimento del 4 maggio e le proteste di piazza Tian’anmen, le università cinesi si confermano protagoniste di un’altra “rivoluzione”: quella contro gli abusi sessuali.

Mancavano poco più di ventiquattro ore alla Giornata internazionale della donna quando tra il 6 e il 7 marzo 2015 cinque attiviste del Women’s Rights Action Group vengono arrestate in tre diverse città della Cina per aver tentato di avviare una campagna contro le molestie sessuali sui mezzi pubblici. L’accusa ufficiale è di “disturbo dell’ordine pubblico”. #FreeTheFive diventa lo slogan attorno al quale si riuniscono le voci solidali nei confronti delle cinque femministe, già note per le loro performance artistiche dal forte messaggio sociale; dall’Occupy dei bagni maschili in segno di protesta contro la carenza dei servizi per le donne, fino alla sfilata per le strade di Pechino in abiti da sposa macchiati di sangue per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti delle violenze domestiche. #FreeTheFive si trasforma in un movimento globale, tanto da ottenere il supporto di Hillary Clinton.
 
A distanze di tre anni, le coraggiose attiviste sono di nuovo in libertà, la diffidenza di Pechino per la controffensiva femminista non accenna ad attenuarsi ma la battaglia contro gli abusi sessuali oltre la Muraglia ha riassunto portata virale grazie a un altro hashtag. #WoYeShi: il #MeToo in salsa cinese scoperchiato online grazie alla preziosa testimonianza delle vittime.

Tutto è cominciato quando lo scorso gennaio, sulla scia dell’omonimo movimento americano, Luo Xixi, ex studentessa della Beihang University, ha accusato il suo tutor Chen Xiaohu di molestie risalenti a 13 anni prima in una lettera aperta pubblicata sul Twitter cinese Weibo. “Se abbiamo subito delle molestie dobbiamo reagire e dire ‘NO’!”, scrive Luo. Da quel momento testimonianze analoghe da parte di studenti affiliati a diversi istituti cinesi emergono sui social. L’hashtag #WoYeShi totalizza oltre 4,5 milioni di visualizzazioni, la Beihang licenzia l’aggressore e il ministero della Pubblica Istruzione revoca il prestigioso riconoscimento accademico Yangtze Rivers Scholar. La mobilitazione anti-violenze arriva a coinvolgere più di 8000 ragazzi iscritti a 70 atenei differenti. 70 petizioni circolano sui social soltanto tra gennaio e febbraio. Iniziative simili trovano il sostegno di decine di docenti. #MeToo ottiene una popolarità inusuale in un paese ossessionato dalla stabilità sociale. Per le autorità è troppo.

Come spesso accade, dopo un’iniziale fase di tolleranza mirata a calibrare la risposta scatta immancabilmente la repressione. Una petizione avviata dalla rinomata Fudan University di Shanghai viene rimossa dalla rete dopo aver ottenuto 300 firme in un solo giorno, l’account WeChat ATSH utilizzato dalle vittime per condividere le proprie esperienze va incontro alla stessa sorte, mentre la circolazione delle notizie sui media di stato si fa progressivamente selettiva a discapito di interviste e approfondimenti.
 
Commentando la popolarità conquistata dalla campagna contro le violenze a Hollywood, lo scorso ottobre il China Daily smentiva l’esistenza del problema oltre la Muraglia, sostenendo che “i valori tradizionali e la mentalità conservatrice cinese tendono a salvaguardare le donne dai comportamenti inappropriati”. È risaputo che la Cina ha una società tradizionale basata su valori e virtù encomiabili che rispettano la dignità e l’umanità dei suoi cittadini, indipendentemente dal loro genere”, spiegava il quotidiano governativo. In realtà è vero tutto il contrario.
 
 Nonostante negli ultimi quarant’anni la vertiginosa crescita economica abbia indotto trasformazioni sociali epocali, l’emancipazione dell’”altra metà del Cielo” — come definiva Mao Zedong il gentil sesso — tutt’oggi si scontra con le resistenze di un contesto famigliare e lavorativo ancora fortemente misogino e patriarcale. Un grande balzo indietro rispetto al ruolo vagheggiato per la controparte femminile durante il movimento riformista dei primi del Novecento e il periodo maoista. Oggi le donne guadagnano in media il 40 per cento in meno degli uomini e faticano ad arrivare a ruoli di potere, con solo 10 donne nel Comitato centrale del Partito su un totale di 204 membri. Secondo gli attivisti, la mancanza di una componente femminile al vertice rende il governo insensibile nei confronti della lotta contro gli abusi. 
 
 Stando a un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2013, circa la metà degli uomini cinesi ha usato violenza psicologica o fisica sulla propria compagna, di cui il 72 per cento rimasto immune a qualsiasi conseguenza legale. La prima legge sulle violenze domestiche, approvata nel dicembre 2015, continua a presentare lacune che lasciano ampia discrezionalità nell’implementazione degli ordini restrittivi e non compensa la problematica reticenza mostrata dalle autorità giudiziarie nel trattare i casi di molestie tra le mura di casa, considerate ancora un problema di coppia. E, sebbene dal 2005 gli abusi sessuali siano espressamente vietati dalla legge, la mancanza di una definizione precisa del reato riduce la possibilità per le vittime di ricorrere a un’azione legale. Poche sono inclini a sporgere denuncia anche solo per paura di divenire oggetto di discriminazioni. Risultato: secondo dati della Corte suprema del popolo, il massimo organo giudiziario cinese, tra il 2013 e il 2017 , soltanto 43mila persone su 1,4 miliardi di abitanti sono state processate per “crimini legati alla violazione dei diritti personali delle donne”, dall’induzione alla prostituzione fino al traffico di esseri umani passando per lo stupro.
 
 I numeri assumono maggior peso se proiettati nel settore dell’istruzione. Stando a un sondaggio condotto dal Guangzhou Gender and Sexuality Education Center lo scorso anno, il 70% degli studenti universitari — di cui il 75% donne — ha ammesso di aver subito una qualche forma di abuso sessuale. Nel 40% dei casi le violenze sono avvenute in uno spazio pubblico all’interno del campus. Soltanto negli ultimi giorni due episodi culminati tragicamente in suicidio — di cui uno risalente a 20 anni fa ma con ripercussioni attuali — hanno calamitato l’attenzione sul rapporto tossico di sudditanza psicologica che intercorre tra allievo e maestro. Un lascito della tradizione confuciana che eleva gli insegnanti a uno status quasi genitoriale, dando loro poteri pressoché illimitati nella formazione morale, personale e universitaria dei ragazzi. Sono in pochi ad avere il coraggio di resistere alle richieste dei propri mentori, di qualsiasi natura esse siano.
 
 Questo spiega la portata piuttosto circoscritta del fenomeno #WoYeShi, un movimento partito dai college e gestito quasi esclusivamente attraverso la rete, il mezzo che — a dispetto delle pressioni censorie -, oltre la Muraglia, funge da tribuna del popolo e termometro sociale. Le autorità prendono nota. Come spiega l’attivista femminista Lu Pin, “non essendo istituzionalizzati, i giovani sono il segmento sociale più propenso a guidare il cambiamento in Cina”. ”Ciò che mi colpisce sono soprattutto gli sforzi perduranti messi in campo dagli studenti nonostante i loro messaggi vengano cancellati”, spiega al Guardian una volontaria di Feminist Voices, blog finito ripetutamente nelle maglie della censura per aver proposto una versione cinese della Women’s March. 
 
 I dati confermano la tenace resistenza. Analizzando il flusso sulla piattaforma di messaggistica WeChat, infatti, da gennaio ad oggi si evidenza una crescita esponenziale del dibattito sugli abusi sessuali, con il massimo picco registrato l’8 aprile. Data non casuale, considerando che proprio quel giorno la prestigiosa Peking University ha annunciato di avere al vaglio una bozza anti-molestie. Proposta emulata dalla Renmin University con la pubblicazione di nuove regole per i docenti che vietano esplicitamente “relazioni sessuali illecite”.
 
Qualcosa si muove. Ma i deludenti precedenti invitano alla prudenza. Nel 2014, 256 persone tra professori e studenti hanno autografato una lettera indirizzata al ministero della Pubblica Istruzione, augurando la formulazione di politiche mirate dopo un caso di violenze multiple preso l’Università di Xiamen. La risposta del dicastero, tuttavia, si è attenuta fedelmente al linguaggio ambiguo della legge del 2005 e la carriera del docente responsabile non risulta aver subito ripercussioni. Nel frattempo, la tolleranza di Pechino nei confronti di un movimento che manifesta una graduale trasversalità — arrivando a coinvolgere la comunità LGBT — e un’estensione che rischia di sconfinare dalla blogosfera alle piazze pubbliche, potrebbe lasciare il posto al consueto pugno di ferro. La parabola delle cinque attiviste ci ricorda come la pazienza del governo abbia vita breve quando si parla di mobilitazioni offline. Non a caso in “Betraying Big Brother” la giornalista e studiosa Leta Hong Fincher sostiene che al giorno d’oggi il movimento femminista rappresenta una delle più grandi minacce al regime autoritario cinese.

[Pubblicato su il manifesto]