Code for America: alcuni miti da sfatare

Parlando di civic hacking, è impossibile non citare Code for America: se si cerca il termine “civic hacking”, è uno dei primi risultati che ci vengono presentati. Tra l’altro, avevamo (Erika ed io) deciso di inserire nel libro qualche spunto dalle esperienze estere, pur concentrandoci su esperienze di civic hacking in Italia. Volevamo dare un quadro abbastanza concreto di cosa significa “civic hacking” e, guardando all’estero, la prima iniziativa a cui abbiamo pensato è stata proprio Code for America.

Ecco perché abbiamo approfondito la nascita e l’evoluzione di questa realtà. In questo percorso di approfondimento ho scoperto alcuni elementi che non conoscevo. In realtà, ho capito di avere delle idee molto vaghe e che alcune erano addirittura sbagliate, in particolare sul modello di business dell’organizzazione. Sono sicuro che questi “miti” siano legati, soprattutto, alla difficoltà di interpretare la società americana: noi la osserviamo attraverso la nostra esperienza culturale, dove le attività civiche sono spesso frutto di attivismo e volontariato e dove la dimensione del no profit è rilevante nel welfare, mentre è praticamente assente in altre dimensioni.

Pensando a Code for America e a quei “miti” che avevo in testa, ho deciso di sfatarne alcuni, legati sia al ruolo che al lavoro svolto. Se penso alle sperimentazioni fatte negli anni da Wikitalia, Code4Italy e dall’associazione Digital Champions, tutte esperienze che in qualche modo hanno preso spunto dal modello di Code for America, mi rendo conto che serve chiarire alcuni punti ed imparare dagli errori del recente passato.

Le fondamenta da cui partire sono il contesto sociale in cui si sviluppa Code for America. Queste fondamenta possiamo pensarle come composte da due fattori: uno è l’equilibrio che esiste tra attore pubblico e privato nel supportare le attività civiche e il secondo è l’idea che sia importante restituire qualcosa al proprio Paese, quello che gli statunitensi chiamano ‘give back’. Due fattori che non hanno pari nel contesto italiano, se non nel nostro servizio civile. Ho approfondito questo spunto in un articolo pubblicato qualche settimana fa per ForumPA “Quale ruolo per il cittadino del XXI Secolo? Spunti di riflessione per il nuovo governo“.

Prima di concentrarci sui “miti”, è fondamentale parlare del programma di affiliazione (Code for America Fellowship), l’attività principale svolta da Code for America. Riccardo Luna ne aveva parlato nel libro “Cambiamo tutto“ così:

«Ero rimasto colpito dall’idea di partenza di CodeForAmerica, un progetto nato nel 2009 per fornire alle città americane “applicazioni civiche”. Il focus sulle città era interessante per vari motivi. Intanto perché sono proprio le città le amministrazioni più esposte in periodi di crisi della finanza pubblica come questo, e un governo aperto è prima di tutto un governo più efficiente: è un governo che spende meglio i pochi soldi pubblici disponibili. La trasparenza della politica porta infatti a minori sprechi azzerando malversazione e corruzione; mentre la partecipazione dei cittadini consente di attivare le intelligenze migliori e di prendere decisioni più ponderate e meglio raccontate quand’anche non fossero le più condivise».

Code for America si concentra sui problemi delle città, facendo incontrare domanda e offerta. Cinque tra programmatori, sviluppatori Web, designer: è questa la squadra di affiliati inviati nelle prime città che partecipano al programma, una squadra che dovrebbe aiutare a risolvere i problemi civici presentati dalle città stesse nella fase di adesione all’iniziativa, lavorando a tempo pieno per dieci mesi.

Condivise queste premesse, passiamo ai miti da sfatare.

Mito #1 Le città non pagano nulla, pagano soltanto i giganti di Internet

Questa l’ho sentita molte volte nel corso degli anni. Quello che sapevo era questo: Code for America inviava per un anno cinque programmatori pagati dagli sponsor tecnologici — i giganti del calibro di Google, Amazon, Microsoft, etc… — e le città non dovevano pagare nulla, non c’era alcuno scambio di denaro tra Code for America e la singola municipalità. Sbagliato, sbagliatissimo.

In realtà, fin dalla prima esperienza del 2011, le città che si candidavano al programma di Code for America dovevano garantire la copertura del pagamento di 225.000 dollari (lo stipendio dei cinque affiliati di Code for America per 10 mesi). Oltre a questo, dovevano garantire un commitment forte nella gestione del progetto (per non bloccare i lavori per questioni burocratiche o politiche), e un mese di ospitalità a tutta la squadra, che doveva essere guidata nel “city tour”. Una sorta di esplorazione per capire il contesto locale e toccare con mano le problematiche da risolvere. Sia le città che i candidati a diventare degli affiliati a Code for America dovevano essere approvati dal board di advisor di Code for America, nel rispetto di tutte le condizioni esplicitate nel bando.

Mito #2 Il no-profit non fa girare molti soldi: vive solo di sovvenzioni e di progetti pubblici

Nel primo anno di Code for America — dal settembre 2009 a luglio 2010 — c’era soltanto una persona che lavorava a tempo pieno per l’organizzazione, Jennifer Pahlka, la CEO e la fondatrice. Si era licenziata dal lavoro precedente e aveva messo anima e corpo nell’azienda no-profit che stava fondando. Era una vera e propria startup desiderosa di mettere alla prova un modello di business il più velocemente possibile. Pahlka riesce ad avere il supporto di diversi advisor che vengono dai grandi attori del mondo Web2.0, un mondo che stava nascendo proprio in quegli anni (lei era una delle persone che ha organizzato le prime conferenze mondiali sul fenomeno Web2.0, assieme alla casa editrice O’Reilly).
Sunlight Foundation si offre come organizzazione da sfruttare come supporto fiscale, mentre si lavora alle pratiche per il riconoscimento della nuova organizzazione allo status 501(c)(3) — una particolare tipologia di organizzazione no-profit che permette la deduzione delle donazioni. Il primo anno di attività Code for America riceve 30.000 dollari in donazioni, oltre ad contributo proveniente da Omidyar Network che permette di pagare i salari del 2010.
Il lavoro realizzato nelle città attraverso il programma di affiliazione viene pagato completamente dalla pubblica amministrazione, vedi Mito #1.

Mito #3 Si tratta solo di volontariato e attivismo

I miti precedenti chiariscono come tutta l’attività gestita da Code for America sia lavoro a tempo pieno, retribuito e riconosciuto come tale.
La parte di attivismo nasce nell’aprile del 2012 ed è destinata a chi non vuole (perché non desidera lasciare il proprio lavoro o dedicarsi a tempo pieno all’iniziativa, ad esempio) o non riesce ad accedere al programma di affiliazione. Si tratta delle brigate di Code for America. Questo progetto viene annunciato a dicembre 2011 e la sua genesi viene integralmente coperta (come costi) da una donazione di Google di 1,5 milioni di dollari (parte di questa donazione viene destinata al lancio del programma di accelerazione).
Code for America sfrutta l’arrivo della donazione per lanciare le brigate e non lo fa nel tempo libero, soltanto perché ne vedeva il bisogno. Dedica risorse, strategia e anche un pizzico di denaro, specie nei primi anni, per coprire i costi gestionali degli incontri delle varie brigate e supportarne l’attività. Solo nel luglio 2016 questo tipo di modello viene rimesso in gioco, specie dal punto di vista del supporto economico.

Mito #4 Le comunità si gestiscono da sole e alla grande

Fin dagli inizi, tutte le persone che si dedicano alla gestione degli affiliati e delle brigate lo fanno come attività principale del loro lavoro. Hanno competenze specifiche e sono consapevoli che devono far crescere quelle comunità da zero, creando regole condivise, un senso di identità e delle attività in modo che le comunità diventino sostenibili nel tempo. Sostenibili sia nella gestione interna delle attività, delle discussioni e della capacità di leadership, che da un punto di visto economico. Non si tratta di qualcosa che viene lasciato al caso, o soltanto a qualche volontario che riesce a dedicarcisi nel proprio tempo libero. Vengono decisi dei ruoli ben definiti per facilitare l’organizzazione nelle brigate e il trasferimento dei valori e dell’identità di Code for America verso la dimensione locale: i capitani di brigata.

Mito #5 La tecnologia e gli smanettoni salveranno tutti, anche le città

Code for America è guidata da una visione tecno-utopista, ma non è guidata dalla tecnologia, dai programmatori e dagli sviluppatori. L’idea di fondo è applicare il potenziale del Web2.0 alla Pubblica Amministrazione, sia come metodologie che come competenze. Mondi che, se pensiamo a dieci anni fa quando nasce il progetto, erano davvero distanti anni luce, anche in un Paese come gli Stati Uniti. Le squadre di affiliati da inviare nelle città non erano mai composte soltanto da sviluppatori: questa necessità di avere ruoli e competenze variegati era molto chiara, fin dalla nascita dell’organizzazione. Designer, architetti dell’informazione e project manager erano elementi essenziali delle squadre. Nel corso dell’evoluzione di Code for America, l’idea che si potessero risolvere i problemi civici solo grazie al potere delle app è cambiata. C’è stata un’evoluzione e ora l’attenzione si è concentrata sulla capacità di aggregare un network di persone che possa ripensare la gestione del lavoro nella Pubblica Amministrazione statunitense. Un gruppo di persone che riesca a pensare ad un modo di lavorare adatto al Ventunesimo Secolo. Una Open Innovation guidata dalla comunità, in un certo senso.

In quali di questi “miti” credevi? In tutti o in altri? Ti interessa approfondire altri aspetti di Code for America? Parliamone :)


Pubblicato originariamente su www.dagoneye.it il 21 marzo 2018.