Convegni o conversazioni?

Qualche mese fa, FPA ci ha invitato a parlare di civic hacking in uno dei suoi eventi. Per evitare che la cosa resti confinata alle aule del palazzo fiorentino in cui si è tenuto il convegno, pubblico qui i materiali e le registrazioni della giornata. Pur essendoci stato un confronto serrato con Matteo Brunati, lui non c’era fisicamente, quindi c’è solo la mia voce/faccia.

Ho aggiunto anche alcune precisazioni e alcune risposte che mi erano rimaste sulla punta della lingua, sperando di rendere la conversazione un pochino più fluida di quanto accada con le domande alla fine degli interventi.


Cos’è il civic hacking? Questa è la domanda a cui mi è stato chiesto di rispondere per aprire la tavola rotonda dal titolo Hacking civico e smart citizen: chi abita la smart city? (alla pagina dell’evento è disponibile l’audio completo della tavola rotonda, che parte dal minuto 7 abbondante). La mia risposta è partita da questa riflessione:

Ognuna delle esperienze di civic hacking che ho incontrato parte da un presupposto molto semplice:
NESSUNO VUOLE ESSERE CIVICO IN MODO GENERICO.
Parafrasando Tauberer di GovTrack.us, nessuno di noi si alza al mattino pensando “aspetta che divento civico!” e chi lo fa ha moltissime opportunità di volontariato per fare qualcosa per la città in cui vive. Affrontare un problema concreto, importante per me è la differenza tra agire e pensare di agire.
Ad esempio, qualche mese fa Giovanni Pirrotta ha lanciato Visual Cad, un’infografica interattiva sulla storia del Codice dell’Amministrazione Digitale. Giovanni vede il CAD come se fosse del codice sorgente e decide che, per seguirne le modifiche, il modo migliore è farci qualcosa di visivo e interattivo. Vi invito a cercarlo e a curiosarci, ma qui il problema concreto è piuttosto evidente: seguire i vari cambiamenti del CAD è una fatica di Sisifo.
Ogni atto di civic hacking è una risposta creativa ad una questione che tocca personalmente qualcuno. La tecnologia non è il focus. Si può fare civic hacking anche con una statua della Madonna (e non intendo una bella statua, ma proprio una rappresentazione sacra). Qualcuno, a Palermo, si è stancato di trovarsi una discarica a cielo aperto sotto casa e ha provato a fare qualcosa di diverso: ha messo una statua. Intorno si è creata un’aiuola di fiori e piante. I rifiuti, spariti.
La scorsa settimana ho visto una puntata di Presa Diretta sui cittadini che decidono di fare qualcosa per prendersi cura delle proprie città. Uno degli intervistati, che ha fondato un’associazione per curare il parco sotto casa sua, ha esordito con un esempio lapalissiano di cosa significa per i cittadini essere “smart”. Essere smart citizens significa volersi prendere cura di cose che sono di tutti, cercando la collaborazione delle Amministrazioni. Comunque, il tizio di Presa Diretta ha deciso di raccogliere le erbacce ed è stato fermato da un vigile perché non aveva le scarpe antinfortunistica. Oppure, una signora ha deciso di segnalare le buche sulle strade con uno spray fosforescente ed è stata multata per imbrattamento della cosa pubblica. Siamo in una fase storica in cui i cittadini possono e vogliono che le cose pubbliche siano anche loro ed è importante che le Amministrazioni non castrino queste modalità di partecipazione con procedure troppo complesse o troppo lunghe o troppo burocratiche.
Le partnership vincenti sono quelle in cui le Amministrazioni ripensano il loro ruolo. Al momento, abbiamo a che fare con un modo di governare a “macchinetta per le merendine”: richiedo qualcosa, viene erogato un servizio. Invece, anche le Amministrazioni Pubbliche dovrebbero muoversi su un tipo di governo “a piattaforma”, diventando abilitatori e co-amministratori con i cittadini. Nella puntata di Presa Diretta che citavo prima, c’è stato un lungo servizio sulla città di Bologna e i suoi patti di collaborazione, veri e propri contratti tra alcuni cittadini attivi e il comune, che vi invito a recuperare. L’idea di fondo è che il Comune diventi, per l’appunto, abilitante e i cittadini prendano iniziative che fanno bene a tutti, compreso all’Amministrazione.

Degli altri interventi volevo sottolineare la definizione — decisamente azzeccata — di Vincenzo Patruno di civic hacker:

l’hacking civico […] mette in discussione le cose e […] fa in modo che quello che è invisibile, diventi visibile.

La differenza essenziale tra smart city e smart citizens di cui ha parlato Ilaria Vitellio è un’altra cosa essenziale da evidenziare. Di #iononmilasciofregare puoi leggere qualcosa su Art Tribune.

La specificità territoriale che ha sottolineato Daria Quaresima è uno degli aspetti più sorprendenti del civic hacking: girare in bici a Roma è un hackeraggio, a Trento — da quello che vedo — no.

L’intervista (con Vincenzo Patruno)

Mi ero scritta questi appunti (che ovviamente non ho potuto sfruttare perché il tavolino era nella ripresa):

Per i cittadini, gli Open Data sono un mezzo per fare qualcosa. Cosa ci fanno?
Raccontano.
Monitorano.
O si aspettano di creare un dialogo, una relazione.
Sia per i giornalisti che per i cittadini comuni la parte narrativa è fondamentale. Ci sono stati giornalisti che hanno creato delle inchieste a partire dai dati, ad esempio Elisabetta Tola e Guido Romeo hanno fatto un’inchiesta per Wired sullo stato degli edifici delle scuole italiane facendo richiesta dei dati a chi di competenza. A Messina c’è un giornale locale che usa il feed rss dell’albo pretorio come fonte primaria, grazie ad uno strumento sviluppato da due hacker civici. C’è una compagnia teatrale emiliana che ha costruito uno spettacolo a partire dagli Open Data del proprio comune, adattandolo quando viene portato in giro. E questi sono solo alcuni esempi delle storie nei dati.
La parte di monitoraggio è stata tra le prime potenzialità sfruttate dai cittadini. Penso, ad esempio, a Monithon, un’iniziativa di monitoraggio civico che, grazie ai dati sui finanziamenti pubblici, visita i progetti finanziati e “controlla” le politiche pubbliche, e A Scuola di OpenCoesione, che coinvolge gli studenti delle superiori. Oppure, un altro esempio, è ConfiscatiBene, progetto nato da un civic hacker siciliano, che verifica lo stato di assegnazione dei beni confiscati alle mafie — da cui è nata anche un’inchiesta giornalistica a livello europeo per il gruppo L’Espresso.
L’ultimo aspetto che ci tengo a sottolineare è quello di relazione. I cittadini creano dati — e non sto parlando di big data, ma di forme di dialogo con le amministrazioni. Da cose più tecniche, come l’aggregazione e la pulizia di dati rilasciati male che dovrebbero essere intesi come suggerimenti verso un processo di rilascio migliore, a cose molto più immediate, come rendere commentabili i discorsi dei politici. In particolare, il team di CommentNeelie ha trasformato uno strumento di broadcasting (il discorso politico) in un’occasione di dialogo (abilitando i commenti attraverso una piattaforma). La vittoria nell’aspetto relazionale è che Neelie Kroes, vicepresidente della commissione europea tra il 2010 e il 2014, ha adottato il progetto, partecipando e rispondendo ai commenti più interessanti.
Ovviamente, è più facile per i cittadini avere un impatto sulla scala locale, perché la relazione con l’Amministrazione è più immediata, ma ciò non toglie che le possibilità non si fermino solo alla via di casa.

Sulla domanda sulle competenze, avrei voluto aggiungere che è molto più facile aggiornare o imparare delle cose come la programmazione o la scrittura (quelle che si potrebbero includere sotto la definizione di hard skills), rispetto a cambiare la propria visione del mondo o le proprie abilità trasversali (che potrebbero essere definite soft skills).

Il momento di formazione (ossia civic hacking 101)

Il video raccoglie tutto quello che volevo dire, ma volevo comunque segnalare le slide e la trascrizione (lasca e la trovi sotto il video).

Due cose che volevo specificare delle domande che mi sono state fatte.

La prima domanda (sulla componente umana e su come si fa ad abbassare la difficoltà del livello tecnologico) richiede una risposta complessa. Parlando di esperienza utente e interfaccia, in realtà, volevo dire che minori sono le barriere in ingresso, maggiori sono le possibilità di successo e di partecipazione di altri cittadini (gli esempi che non mi sono venuti in mente subito, potrebbero essere TerremotoCentroItalia, FoiaPOP, CommentNeelie, Monithon e ASOC. A livello internazionale, FixMyStreet è un ottimo esempio). Volevo anche dire che la tecnologia non dovrebbe mai essere il focus del civic hacking.

Sugli Open Data, non è che al cittadino non interessa la qualità del dato, ma che è una cosa che interessa ad un certo tipo di cittadino: quello con una formazione tecnica avanzata o con un forte interesse sui dati. Alle aziende, invece, questa cosa interessa parecchio.

L’ultima domanda era sui rapporti con la PA. La domanda era interessante e non ho risposto adeguatamente. Le Pubbliche Amministrazioni dovrebbero fare da ABILITATORI per i cittadini (i patti di partecipazione bolognesi sono un esempio, il ruolo che sta avendo la biblioteca comunale per la città di Trento è un altro esempio — ne ha parlato Eusebia Parrotto al convegno dell’AIB). Quando questo presupposto viene a mancare (un esempio classico è l’Amministrazione che attacca il cittadino che fa qualcosa con i dati), qualunque civic hacker dirà di aver avuto un’esperienza negativa con la Pubblica Amministrazione (che si vede ancora come un distributore per le merendine). Un circolo virtuoso tra cittadini e amministratori è fatto di tanti piccoli passi e richiede fiducia da entrambe le parti.

Buongiorno a tutti.
Oggi parleremo di civic hacking, a partire dall’analisi delle due parole che lo compongono (hacking e civico). Dopodiché passeremo agli ingredienti per farlo e perché una statua a volte è un gesto di hacking civico.
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Mi chiamo Erika Marconato. Da qualche anno faccio parte della comunità di Spaghetti Open Data (sono l’umana dietro al profilo twitter di Spaghetti).
 Con Matteo Brunati, da un anno e mezzo sto lavorando ad un progetto di raccolta e analisi delle pratiche di civic hacking in Italia. #CivicHackingIT ha due anime: da una parte, un aspetto più comunicativo — ossia una newsletter settimanale e un blog su Medium — dall’altra, un’analisi di cosa significa fare, appunto, civic hacking in Italia, che troverete nel libro che stiamo scrivendo.
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Giusto per mettervi alla prova, vi chiedo per quanti di voi metà di quello che vedete nelle slide non ha a che fare con il civic hacking…
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Quando dico hacker o hacking credo che molti di voi pensino a ragazzini più o meno brufolosi che sbattono furiosamente le dita su una tastiera, praticamente Neo di Matrix quando era ancora Thomas Anderson. Ora, per quanto Anderson sia interessante, l’hacking nasce tra i corridoi del MIT ed è una parola che gli studenti usano per descrivere gli scherzi che animano l’istituto, che hanno ben poco a che fare con la scrittura di righe di codice.
 Fare hacking significa applicare la propria intelligenza per esplorare i limiti di ciò che si può fare, insomma trovare soluzioni creative a problemi concreti. Significa, prima di tutto, rompere le convenzioni, innovare, ma senza aspettare il permesso. Significa essere dirompenti, ma non anarchici.
Fare hacking è un atteggiamento, non un insieme di capacità.
I problemi, gli ostacoli, per un hacker sono solo uno stimolo per fare qualcosa di diverso. Per cambiare prospettiva. Fammi fare un esempio terra terra, se arrivi a casa e gli ingredienti che hai non ti permettono di fare il piatto che avevi in mente, cosa fai? Esci, vai al supermercato e ti procacci gli ingredienti? Oppure, cambi menù? Non c’è una soluzione giusta e una sbagliata, solo qualcosa che funziona per quel momento e qualcosa che invece non funziona.
Essere hacker significa anche non permettere alle convenzioni di definirti. Perché Thomas Anderson può diventare Neo? Perché vede indizi dove altri vedono solo una ragazza tatuata, perché si fa domande, perché non permette all’etichetta “distributore di programmi illegali” o “informatico” o “Eletto” di definirlo.
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Cosa c’entra tutto questo con l’essere civici?
Avere un atteggiamento hacker, quindi guardare ai problemi con occhi nuovi, è un aspetto fondamentale per essere cittadini attivi oggi.
L’esperienza che abbiamo delle città (ma anche dei paeselli) al giorno d’oggi è ibrida: prendiamo il caffé al bar, ma poi ne parliamo su Instagram. Andiamo in Comune, non significa sempre recarsi in un edificio al centro della piazza cittadina, la relazione che, da cittadini, creiamo con le Pubbliche Amministrazioni è sempre più bilaterale. Abbiamo la fortuna di vivere in un periodo storico in cui è chiaro che quando una cosa è di tutti, è anche mia.
Questo è un punto fondamentale della cittadinanza attiva oggi: partire da un problema concreto, spesso personale, per atterrare allegramente in una dimensione di interesse collettivo. Se questa mattina avete avuto modo di seguire il workshop sull’hacking civico, tra i relatori era presente Matteo Tempestini di TerremotoCentroItalia, un’iniziativa di civic hacking nata a seguito del terremoto del 2016. Per scoprire in cosa consiste esattamente, vi rimando al loro sito, ma il processo è piuttosto semplice:
- il terremoto lo tocca, anche se non tira giù casa sua;
- Matteo (e altre persone con la mente da hacker) hanno delle competenze;
- essere “civici” significa mettere a servizio quelle competenze per un interesse collettivo;
- nasce TerremotoCentroItalia.
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Il che mi porta direttamente alla prossima slide.
Quali sono gli ingredienti per fare civic hacking?
Oltre all’atteggiamento hacker, un hacker civico cerca — più o meno inconsciamente:
- nuove forme per risolvere problemi concreti che lo toccano da vicino, nessuno vuole essere civico in maniera astratta;
- dati. L’Open è tra parentesi perché non sempre il civic hacking ha bisogno di dati aperti. Gli atti di civic hacking, a volte, partono proprio dall’assenza di questi benedetti Open Data. In ogni caso, ogni esperienza di hacking civico parte da dati: sia legati a osservazioni personali, che oggettivi, scientifici.
- L’hacker civico non è il ragazzetto brufoloso che sbatte i tasti nel buio della sua stanzetta. Tutt’altro. Si confronta con altri hacker, chiede, studia, crea — o fa parte — di comunità più o meno informali di cittadini.
- Un altro ingrediente fondamentale è la capacità di individuare le zone grigie. Il mondo non è bianco o nero, non si tratta di scegliere tra pillola rossa e pillola blu. Si tratta di trovare connessioni nuove tra cose note. Si tratta di creare remix e di vedere tra il bianco e il nero.
- Quanti di voi sanno cos’è un prototipo? Un prototipo è un esperimento, o meglio il primo esemplare di qualcosa. Perché è fondamentale per il civic hacking? Fare hacking civico non significa solo partecipare, significa creare qualcosa che prima non c’era, dare forma ad un’idea e testarla concretamente nel mondo.
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Quanti di voi si aspettavano di trovare qualche riferimento in più alla tecnologia o a strumenti concreti, tipo GitHub?
La realtà è che questa tortina non ci interessa se sia stata fatta con la forchetta, l’impastatrice, le mani o altro. Ci interessa il risultato. E gli ingredienti. Magari qualcuno che vuole replicare la ricetta vuole sapere che tecnologia abbiamo usato, ma, diciamocelo francamente, se il tutorial dicesse “usa un mixer tuttofare” e noi avessimo solo un mixer a mano, non andremmo di certo a comprare lo strumento giusto. Il civic hacking è adattabile e creativo. Nonostante questo, le soluzioni e i problemi sono concreti.
Ciò detto, con farina, uova e latte, si possono fare biscotti, torte, pancake e muffin: le esperienze di civic hacking in Italia sono moltissime e sono più numerose dei prodotti da forno che potremmo ragionevolmente aspettarci di trovare dal fornaio.
Ho lavorato alla newsletter sul civic hacking per più di un anno e ogni settimana ho scoperto qualcosa di nuovo. Gli spunti dall’estero sono stati veramente occasionali (raccontati più che altro per dare un’idea anche di quello che succede a livello internazionale). Civic hacker ce ne sono, alcuni nemmeno sanno di esserlo, come ad esempio…
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Molti di voi quando vi ho fatto vedere questa statua avranno pensato che non c’entrava nulla col civic hacking, e invece…
La storia è questa: in via Diomede a Palermo si era creata una piccola discarica a cielo aperto, finché qualcuno si è letteralmente rivolto alla Madonna e a tutti i santi. Non sto parlando di insistenti preghiere, ma al problema rifiuti, la risposta di qualche cittadino è stata installare immagini o statue a tema religioso. Soluzione creativa che ha portato ad una diversa attitudine nei confronti della via: non lo canterò, ma là dove c’erano rifiuti ora c’è… Un angolo pulito, pieno di fiori e piante.
Tecnologia? Poca, quasi nulla.
Atteggiamento hacker? Un sacco.
Essere civici in maniera astratta? Proprio no.
Prototipi? Molte persone hanno replicato l’esperimento nelle proprie vie, quindi direi un sostanzioso sì.
Dati? Open neanche uno, ma l’osservazione empirica comunque qualche dato l’ha rilevato.
Zona grigia? Beh…
Come vedete dal grafico a radar, questa è un’esperienza che riguarda più l’aspetto di comunità, che gli altri ingredienti. Altri esperimenti, avranno altre quantità, ma gli ingredienti saranno comunque gli stessi. Perché farvi vedere questa cosa? Perché quando parliamo di civic hacking (in particolare, dato che contiene la parola hacking), abbiamo un bias: pensiamo che sia una cosa che ha a che fare con la tecnologia, dimenticando che una buona parte di fare hacking ha a che fare con la creatività.

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