L’hacking è un atteggiamento, non un insieme di capacità: perché il civic hacking è la chiave per la creatività contemporanea

Questa è una traduzione di un post del 2014, scritto da Tanya Snook per London School of Economics Impact Blog. Il blogpost originario lo trovi qui http://blogs.lse.ac.uk/impactofsocialsciences/2014/01/16/hacking-is-a-mindset-not-a-skillset/.

Alcune cose sono cambiate, probabilmente alcuni siti web non esistono più, ma l’idea di fondo è ancora valida. Anzi, nel 2018 uno dei regali più belli che ci possiamo fare è cominciare a pensare come degli hacker. 
Altre cose, invece, sono piacevolmente comuni (ad esempio la biblioteca della città in cui vivo è un meraviglioso esempio di spazio cittadino sull’Open Source: c’è uno sportello Linux, un progetto di servizio civile di digitalizzazione delle opere di pregio, vengono ospitati i CoderDojo e distribuiti libri da colorare in cui si trovano le immagini delle collezioni antiche, solo per fare un esempio).

Tu cosa ne pensi?


L’hacking è un atteggiamento, non un insieme di capacità: perché il civic hacking è la chiave per la creatività contemporanea

Dai famosi scherzi del MIT all’approccio al design tipico della Silicon Valley, ci sono alcuni valori fondanti nell’atteggiamento dei civic hacker: intelligenza, curiosità, etica, ricerca dell’eccellenza. Tanya Snook presenta l’hacking che può essere fatto tutti i giorni con cinque principi che puoi usare per rivedere le situazioni, rivalutare i problemi e hackerare tutto ciò che fai.

Quando dico “hacker” che immagine si forma nella tua mente? Un ragazzino brufoloso in uno scantinato buio che si infiltra in un sito ad alta sicurezza per pubblicare una foto di gattini? Oppure, un giovane maschio adulto con un cappuccio in testa che — sotto lo sguardo attento della maschera di Guy Fawkes adottata da Anonymous — digita furiosamente sulla tastiera, mentre diffonde documenti militari, governativi o aziendali? Il tutto grazie ad AutoCad chiaramente, come ci hanno insegnato i film.

Ma quanti di voi si sono presentati come hacker? Perché, probabilmente, dovreste. Il mio obbiettivo è, o convincerti che hai fatto l’hacker fino ad ora, oppure che dovresti proprio cominciare. Perché? Esattamente come la gamification si riferisce all’applicazione dei principi dei giochi a scopi diversi da quello ludico, i principi dell’hacking possono essere utili anche ai non-hacker. E con questo non intendo lo stare davanti ad uno schermo tutti i giorni, intendo fare hacking nel vero senso della parola.

Vedi, in effetti, hacking originariamente non aveva niente a che fare con la programmazione dei computer. A dire il vero, “hack” era un termine usato per descrivere le burle inventate dagli studenti del MIT: i loro scherzi era progetti o prodotti che prima o poi finivano, ma permettevano ai partecipanti di divertirsi anche, semplicemente, partecipando. Gli hacker del MIT descrivono quello che noi chiamiamo hacking con il termine “cracking”. Quando gli hacker del MIT hackerano, lo fanno per costruire “uno scherzo intelligente, benigno e ‘etico’, che sia al tempo stesso sfidante per chi lo organizza e divertente per tutta la comunità del MIT”.

Il sito web (c’è sempre un sito web) che raccoglie questi scherzi si chiama proprio “The hack gallery” (il museo degli hack hacks.mit.edu). Il catalogo comprende: riempire l’atrio di omini verdi pronti all’attacco, installare un modulo lunare sopra il Great Dome, far comparire una gigantesca statua di Atena nel prato principale e — questo è il mio preferito — trasformare un corridoio in un circo attaccando manichini e trapezi al soffitto.

Continuando su questa strada, ho trovato una citazione fantastica nella definizione di Wikipedia di hacker: “fare hacking implica una qualche forma di eccellenza, ad esempio esplorare i limiti di ciò che è possibile, in modo da fare qualcosa che abbia un senso, ma che sia anche eccitante. Le attività che implicano un’intelligenza giocosa possono ritenersi di stampo hacker”. Stampo hacker. Cosa hai fatto oggi che si possa definire di stampo hacker?

Ora, nei mezzi di comunicazione di massa, i termini hacking e hacker sono stati usati per descrivere persone che hanno i valori di cui sopra e sanno programmare. I principi della creatività e dell’intelligenza sono ancora lì, ma, all’osservatore esterno, l’aspetto del divertimento sembra spesso nascosto, invece che ovvio.

Tutto ciò è la base su cui si è costruita la Silicon Valley. Un blog post recente della Harvard Business Review descrive la cultura della Silicon valley come qualcosa che crede che “le cose sono hackerabili — il modo in cui abbiamo costruito i vari sistemi non è pre-definito o immutabile. Possiamo armeggiare, costruirli di nuovo e giocarci”. Il blog post continua dichiarando che i lavoratori della Silicon Valley “non chiedono il permesso per fare quello che fanno… Sono meno interessati alla tecnologia, rispetto a quanto siano interessati a trafficare con i modi consueti di fare le cose e con le convenzioni sui modi di pensare, creare, imparare ed essere”.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:National_Day_of_Civic_Hacking_Logo.jpg

Hanno adottato un atteggiamento hacker. Hanno trasformato questi comportamenti intelligenti, etici, divertenti e orientati all’eccellenza in qualcosa di cui far uso tutti i giorni. Vedi? Hacking è un’attitudine, non un insieme di abilità. Quando cerchi deliberatamente, nella tua quotidianità, delle opportunità per applicare la tua etica, sfidare la tua intelligenza, divertirti con quello che fai ed essere eccellente, beh, allora stai facendo dell’hacking. Il punto focale, qui, è l’intenzionalità. Non sto parlando di incidenti fortunati. Se non lo stai facendo consapevolmente, devi cambiare il tuo modo di pensare e agire per far diventare l’hacking parte di te. A dirla tutta, domani dovresti avere come obbiettivo: “fare qualcosa di stampo hacker”.

Recentemente, ho scritto un blogpost sulla scienza del cambiamento comportamentale. La scienza del comportamento ha indicato che, per ottenere un cambiamento comportamentale efficace, è necessario ridurre le cose a piccoli compiti. Completare con successo piccoli compiti è un passo fondamentale per ottenere cambiamenti duraturi. Quindi, prendendo nota di ciò (e, probabilmente semplificando fin troppo), ho ridimensionato il fare hacking a 5 principi da tenere a mente e applicare nella routine quotidiana.

I principi dell’atteggiamento hacker (secondo Spydergrrl)

Sì beh, questo principi dovrebbero, probabilmente, essere sempre accompagnati dalla dicitura “secondo Spydergrrl”, dato che sono sicura che molte persone (sia hacker, che cracker) siano pronte a sfoderare le loro opinioni per dimostrare che sbaglio.

1. Accetto la sfida! (Gli ostacoli sono i benvenuti)

Questo fa parte dell’aspetto “intelligente” dell’hacking: accettare gli ostacoli come fonti di ispirazione per migliorare, motivandoti a trovare una soluzione per superarli. La sensazione di aver fatto qualcosa è una ricompensa di per sè.

Pensa, ad esempio, a com’è nato il crowdfunding, in particolare attraverso siti come Quirky, Kickstarter, Indiegogo. Molti dei progetti finanziati attraverso queste piattaforme non devono necessariamente passare per un finanziatore classico o attraverso una banca per essere realizzati. Rivolgersi direttamente ai consumatori, per ottenere una cifra che, di fatto, è un pre-ordine, è un modo fantastico per hackerare il sistema economico tradizionale e i modelli di business ad esso legati.

Nel 2002 uno dei fondatori di Indiegogo ha co-prodotto uno spettacolo teatrale. Lo spettacolo aveva un buon successo di pubblico, ma non si auto-sosteneva finanziariamente, così ha deciso di cercare altrove per ottenere dei finanziamenti. Indiegogo è stato creato e lanciato al Sundance del 2008, con l’idea di trovare finanziamenti per i film. Nei successivi cinque anni si è evoluto per supportare progetti di tutti i tipi: è stato usato addirittura dall’agenzia di comunicazione MediaStyle per fare un crowdfunding per un evento collaborativo nella loro sede.

Kickstarter è un po’ diverso perché le persone non “investono” nei progetti della piattaforma per farci del denaro. Finanziano beni o esperienze tangibili, concrete. Un esempio è l’azienda teknision che ha usato Kickstarter per finanziare e lanciare Chamaleon, la loro app per Android.

Ora concentriamoci su di te e sugli ostacoli che potresti avere al lavoro. Ad un certo punto ti avranno detto che non ci sono soldi per la formazione (probabilmente, te l’hanno detto più di una volta nella tua carriera). E, immagino, tu non possa proprio permetterti di finanziare la tua formazione. Quindi, che si fa? Per fortuna, ci sono moltissime persone che credono che le informazioni debbano circolare, il che significa che puoi accedere a webinar gratuiti, articoli online e libri delle biblioteche. Puoi cercare o costruire un network di persone con le capacità che ti servono (partecipando ad incontri fisici, costruendo relazioni, ecc.). Mentre impari, puoi trovare il modo di testare le tue idee e ciò che stai studiando organizzando, ad esempio, delle presentazioni o confrontandoti con le persone che hai conosciuto.

Questo è un modo. Potresti anche approfittare di progetti che ti permettano di migliorare le tue conoscenze e abilità: al lavoro devi farti portavoce dei progetti che ritieni importanti e, se non ottieni l’approvazione, falli comunque! Impara dalle persone che conosci, dai colleghi, sperimenta in campi nuovi. Non puoi fare quello che vuoi al lavoro? Trova un modo per collaborare con altre comunità della tua organizzazione. Oppure concentra gli sforzi nei progetti di volontariato che ti permettano di fare ciò che ami. Io stessa ho fatto dei progetti pro bono perché ciò che so fare non era applicabile al mio lavoro: grazie ad un’amico, sono stata indirizzata ad un’associazione locale a cui ho donato il mio tempo — e ciò mi ha permesso di mantenere allenate le mie capacità. Quando trovi opportunità che ti permettono di migliorare o allenare ciò che sai fare, puoi metterle nel curriculum. Hackerando la tua formazione, potresti hackerare la tua carriera.

Cavolo. Questa storia dell’atteggiamento hacker comporta un sacco di lavoro. Ok, facciamo un passo indietro e partiamo con qualcosa di più semplice.

Arrivi a casa, dopo una lunga giornata di lavoro e vorresti cucinare. Fidati. Dicevo, arrivi, vorresti cucinare, controlli la ricetta, ma gli ingredienti che hai sono tutti sbagliati. Se decidi di fregartene della ricetta e modificare le tue aspettative per fare qualcosa con quello che hai, potresti renderti conto che hai avuto gli ingredienti giusti per tutto il tempo. Era la ricetta ad essere sbagliata.

Sono questi i piccoli compiti di cui parlavo: piccole vittorie che ti aiutino ad hackerare il modo di fare che ti è consueto, abitudinario. Un ostacolo potrebbe esistere solo perché lo percepisci come tale: hai gli attrezzi sbagliati oppure hai gli attrezzi giusti, solo che guardi il problema da una prospettiva particolare, che ti impedisce di pensare a soluzioni alternative? Il che mi porta al mio prossimo principio…

2. Fai saltare gli schemi. Cerca modi inaspettati di migliorare qualcosa.

Probabilmente hai già sentito la frase “se hai un martello in mano, tutto sembra un chiodo” [attribuita a Mark Twain, N.d.T.]. Vuoi che ti dimostri che è vera? Osserva un bambino gironzolare con un martello-giocattolo. Ora, sai che è fondata. Il problema è che, come adulti, badiamo troppo al lato pratico e cominciamo a limitarci: solo i chiodi sembrano chiodi. Trovare un modo creativo o divertente di affrontare i problemi implica, a volte, ritornare a quel modo di pensare in cui tutto sembra un chiodo.

Prendi i social media, ad esempio. Se ti è mai capitato di dover spiegare che Twitter è un po’ diverso da migliaia di persone che fotografano il loro cibo, oppure se hai dovuto spiegare che vale la pena investire un po’ di tempo ogni giorno per leggere dei blog o rispondere a delle domande su Quora, allora sai esattamente di cosa parlo. Le persone a cui hai dovuto spiegarlo vedono chiodi solo nei chiodi: sono quelli che pensano che i colleghi si conoscano solo agli eventi aziendali, che si impara solo a scuola e che bisogna sempre rispettare la catena gerarchica. Come no!

Tu, però, sai che tutto è un chiodo. Sai che troverai più cose interessanti passando 5 minuti su Twitter, che leggendo un quotidiano per un’ora. Tu hai capito come trovare del valore da ciò che altri considerano solo un rumoroso e confusionario pollaio. Il che è esattamente il motivo per cui su Twitter segui centinaia — se non migliaia — di pensatori brillanti. Hai chiaccherato con loro attraverso i commenti ai loro blogpost. Ti sei imbattuto in loro (e *ommioddio* nei dirigenti senior) ad eventi informali e non legati al lavoro (tipo i meetup).

Forse hai addirittura proposto di insegnare loro qualcuna delle tue competenze (facendo il mentor al contrario). Non c’è un programma di mentoring al contrario dove lavori? L’idea di fondo è che i dipendenti possono insegnare ai dirigenti cose a cui le alte sfere sono meno esposte. Può essere qualsiasi cosa: social media, esperienza utente, sviluppo web, modi nuovi di classificare cose. In cambio, viene offerta agli impiegati la possibilità di parlare faccia a faccia con persone che, altrimenti, non vedrebbero molto spesso. Vincono entrambe le parti. Se c’è qualcosa di questo genere dove lavori, buttati. Altrimenti crealo tu. Mal che vada, potresti trovarti a saltare un paio di gradini nella scala gerarchica.

Ecco, stai già facendo dell’hacking.

Ora, dimenticare gli schemi è un lavoro difficile perché richiede che tu sappia chi sei. In altre parole, richiede che tu dimentichi come gli altri ti definiscono. Ada Lovelace, ti dice nulla? Fu la prima donna ad essere nota come matematica e specialista di computazione, nell’Ottocento, quando gli uomini erano uomini e le donne erano a casa.

Tu non sei semplicemente un “riempi-lo-spazio-bianco-con-il-tuo-titolo”, sei un/a mentor, un/a docente, un/a coach, un/a consulente… Hackerare il modo di approcciarti e far saltare gli schemi significa non permettere a regole e restrizioni che altri immaginano per te di limitare il tuo pensiero. Significa avere sufficiente sicurezza di sè da prendersi dei rischi e fidarsi delle proprie intuizioni, specialmente quando sembrano avere argomenti migliori della propria testa.

Prendiamo come esempio la tua biblioteca. Da fuori, sembrerebbe una normalissima biblioteca, ma nel profondo potrebbe essere una Banca dei semi o un planetario o perfino uno spazio cittadino sull’Open Source. Partiamo con la Banca dei semi. Basalt, Colorado ha una biblioteca pubblica che ha fatto partire un programma di Banca dei semi. Non solo per catalogare e immagazzinare le sementi, ma per permettere ai cittadini di prendere in prestito i semi e piantarli a casa propria! In cambio, gli utenti li faranno germogliare, mieteranno il raccolto e riporteranno le sementi così ottenute in biblioteca, rendendole disponibili per qualcun altro. La Banca dei semi si evolverà, dato che alcuni tipi di sementi germoglieranno e altri no, ma i più forti ritorneranno sempre in biblioteca. Alla lunga, potrebbe esserci come risultato un catalogo efficace e comprovato di quale tipo di coltura sia più adatta al terreno della regione.

Se tutte le biblioteche facessero partire dei programmi come questo, potrebbero catalogare e immagazzinare tutti le varietà migliori di sementi per ogni regione di ogni paese: un catalogo estremamente prezioso in caso di siccità o disastro naturale. Senza considerare che i bibliotecari sono maestri di catalogazione delle informazioni, quindi quei semi sarebbero archiviati e organizzati come se non ci fosse un domani. Sembra un miracolo dal “paradiso info-scientifico”!

Far saltare gli schemi significa, per lo più, cambiare la tua percezione, accettare dei rischi e mettere sotto lente critica cose date per assodate. Se nella tua vita ci sono persone che ti sono di supporto e a cui hai parlato delle tue idee, ci sono buone opportunità che non ti troverai solo/a quando sarà il momento di sfidare l’approccio tradizionale alle cose. Un’altra cosa grandiosa della mentalità hacker è che gli hacker si guardano le spalle a vicenda.

3. Porta gli amici. Punti di vista unici creano soluzioni migliori

Un mio collega ha twittato recentemente che “non possiamo risolvere un problema complesso con una soluzione che viene da un singolo campo di studi #perdire” — Ralph Mercer (@ralphmercer) 4 dicembre 2012. Questa è una delle ragioni per cui amo i ritrovi hacker. Ora, io non mi considero una programmatrice. Penso che le mie abilità su HTML, JavaScript e CSS siano più una speranza che una realtà, quindi, quando mi è stato suggerito di partecipare ad un ritrovo hacker ho pensato fosse l’idea più spaventosa a cui qualcuno avesse mai pensato.

Dopodiché ho cominciato a lavorare come busineess analyst in un reparto Ricerca e Sviluppo, gomito a gomito con tecnici e sviluppatori, mettevo su carta soluzioni possibili e facevo brainstorming di approcci di sviluppo. Quindi ho capito che un ritrovo hacker non sarebbe stato poi tanto diverso. Come scrissi per “LearnHack YOW” per OpenData Ottawa, ci vogliono competenze di ogni tipo per trovare la soluzione. Servono sviluppatori, analisti, persone che si occupano di esperienza utente e, soprattutto, utenti. I non-hacker sono importanti quanto i buoni hacker perché gli hacker sono… Mettiamola così, come puoi sapere se la tua soluzione funziona ed è usabile fuori dal raduno hacker?

Tornando alla biblioteca. E se fosse uno spazio cittadino che ama l’Open Source e ospita raduni hacker? Forse nell’edificio ci sono un sacco di computer dimenticati: un tempo servivano per cercare le copie fisiche dei libri, ma ora il digitale ha preso piede e non ne occorrono più così tanti. Potrebbero essere usati come terminali web per i raduni hacker. La biblioteca potrebbe avere in magazzino qualche sedia e qualche tavolo, su cui hacker e non-hacker potrebbero stare assieme per parlare delle proprie esigenze riguardo ai dati aperti e buttare giù idee per app che usano gli Open Data della città. Open Data che sono anche tuoi. Queste sedie e questi tavoli potrebbero perfino ospitare un hackathon per piccoli geek, che li incoraggi a pensare ai dati e a come potrebbero migliorare non solo la loro vita, ma anche quella di chi sta loro intorno. Forse le nostre biblioteche potrebbero riaccendere il loro ruolo di cuore delle comunità: uno spazio di raccolta di persone e nascita di nuove idee.

Perfino gli hacker del MIT hanno capito l’importanza di far parte di qualcosa di più grande di se stessi. È il motivo per cui le persone si riuniscono in gruppi, fanno volontariato o partecipano ad enormi giochi di ruolo multigiocatore online come Halo o World of Warcraft. È addirittura il motivo per cui la gente gioca a Farmville e si prende cura dei raccolti, propri e di altri giocatori.

Uscendo dal mondo degli sviluppatori, ci sono moltissimi esempi di costruzione di soluzioni collaborative, o, come lo chiamiamo ora, crowdsourcing. La prima volta che mi ci sono scontrata era a metà degli anni Duemila con la Dell Social Innovation Challenge. Era un contest per studenti delle superiori provenienti da tutto il mondo, per raccogliere idee sul cambiamento sociale. Gli studenti postavano le proprie idee in un sito interattivo e il pubblico poteva votare per farle salire o scendere in graduatoria. Il premio era una borsa di studio e la possibilità di lavorare alla propria idea.

Più di recente, c’è stata una consultazione pubblica sulla costituzione islandese. Se non hai avuto modo di seguirla, è stato postato tutto su una wiki, affinché chiunque potesse accedervi e fare delle modifiche. Tutte le modifiche erano registrate nello storico, cosicchè fosse possibile vedere l’evoluzione del documento nel tempo (e ristabilire la versione precedente, nel caso la modifica fosse un atto di vandalismo).

E tu? Se devi lavorare ad un’idea, esporre un problema, a chi ti rivolgi? Hai un network di risorse a cui accedere se ti serve aiuto? Forse puoi chiamare un esperto che ti può aiutare con il lavoro e la conoscenza tecnica. Ma ti rivolgeresti a qualcuno che non ha minimamente a che fare con il progetto o il dipartimento per cui lavori? Qualcuno che non ha la minima idea o esperienza riguardo al problema in questione? Chiederesti aiuto a tua madre per un problema di lavoro? Probabilmente, no.

Il tuo problema potrebbe pure essere tecnico, ma potrebbe avere un lato interpersonale a cui non stai facendo caso. Potrebbe essere che uno scontro di personalità sia mascherato da problema tecnico. Così come i raduni hacker hanno bisogno di essere multidisciplinari e rivolgersi a più gruppi possibili per essere efficaci, anche tu dovresti riconsiderare la tua cerchia e includerci persone che possano portare una prospettiva completamente nuova — e sono più che felici di condividere ciò che sanno. Questo mi collega al prossimo punto…

4. Diffondila ora. Le informazioni e le conoscenze dovrebbero essere condivise in maniera aperta e gratuita.

Condividere le informazioni abilita altri a cambiare il mondo. O almeno, la loro parte di mondo. Mi sa che ho una visione un po’ estrema di queste cose rispetto alla persona media, ma sono davvero convinta che le informazioni debbano essere libere di circolare: la ricerca, la conoscenza, la storia sono fondamentali per tutti noi. Farne incetta o rinchiuderle in nome della proprietà intellettuale o del profitto è contro-intuitivo rispetto all’innovazione.

Se sei alle dipendenze di qualcuno, potresti non essere libero di decidere cosa fare delle informazioni e dei dati su cui lavori, quindi come incorporare quest’idea nella tua vita? Concentrati su quello che hai imparato: fanne un blogpost, mettici una licenza Creative Commons, fai del lavoro pro bono, rendilo Open Source, libera la tua competenza.

Le licenze Creative Commons, nel caso tu non le abbia mai usate, sono come un copyright sulla proprietà intellettuale che permette ad altri di costruire qualcosa da ciò che posti, fintanto che te ne riconoscono la paternità. Ci sono vari tipi di licenza che puoi usare su immagini, testi e media. Ci sono anche siti web — come ccMixter — dove le persone possono caricare musica che può essere riusata (la CBC nomina spesso nei titoli di coda le Creative Commons). Potresti anche aver usato Wikimedia Commons (con l’attribuzione ovviamente), un sito dove media di vario genere possono essere caricati per essere riusati.

Un’altra cosa che puoi fare è cambiare la licenza del tuo sito. Ad esempio, quando carico le mie presentazioni, scelgo la Creative Commons Attribution. Posto la versione integrale di quello che dico e delle mie slide e le rendo aperte, in modo che chiunque possa riusarle o farci quello che vuole, a patto di essere citata come creatrice del contenuto originale.

Puoi anche cercare delle attività che incoraggiano lo scambio di informazioni, alcune più semplici di altre. Ho già parlato del lavoro pro bono, ma potresti anche decidere di donare ciò che ricavi con un progetto. Forse hai sentito parlare del progetto 100 Strangers (Sconosciuti, N.d.T.) di Kim Usan. 100 foto di sconosciuti in un anno e un blog con le loro storie, dopodichè lei ha fatto una mostra e un libro. I ricavati sono stati devoluti ad un’associazione che le era cara.

Contribuire all’informazione aperta, a progetti Open Source e Open Data è una cosa che puoi fare anche dal divano di casa, quotidianamente. Puoi modificare progetti wiki di conoscenza comunitaria come Wikipedia, o le wiki per i makers e, perfino, le wiki per gli amanti dei Lego. Un’altra cosa che puoi fare è contribuire alla diffusione e classificazione di progetti collaborativi. Non sai da dove iniziare? Prova Code4Lib, che è un progetto di scambio tra bibliotecari e programmatori per migliorare biblioteche e tecnologie bibliotecarie. Detto questo, non è necessario che tu abbia competenze tecniche per partecipare (a questo punto dovrebbe essere chiaro che non serve essere esperti/e di codice per fare hacking). La ciliegina sulla torta è che Code4Lib (e moltissime altre iniziative collaborative) condivide ciò che viene fatto in maniera aperta, tutto è pronto per il riuso.

Se tutto questo non bastasse, ci sono dei progetti fantastici e sorprendenti nel mondo Open Source. Tipo Stellarium, un’app Open Source che simula un planetario. Se ne prende cura una comunità di sviluppatori e può essere usata da qualsiasi computer, permettendo agli utenti di fare una panoramica e ingrandire i cieli di tutto il mondo. Se sei un/a geniaccio/a dell’astronomia o conosci più di una lingua, c’è bisogno di aiuto per sviluppare nuovi cataloghi e tradurre i contenuti. Ah, l’app è gratuita e disponibile a tutti. Prova a immaginare di sfruttare uno spazio della tua biblioteca scolastica per mostrare i cieli stellati, mettendo a disposizione dei computer che permettano agli utenti di sperimentare e visualizzare i cieli che preferiscono. Ho già detto che è gratuita? È pure aggiornata abbastanza spesso e contiene più di 600.000 stelle nei cataloghi. Scommetto che non hai nulla di simile nella tua biblioteca in questo momento. Se la qualità è abbastanza buona per i planetari veri, dovrebbe andare bene anche per le nostre scuole.

Qualche altra idea per condividere il tuo sapere? Puoi avere un blog sulla tua area di competenza, organizzare un evento per la tua comunità o una non-conferenza, tenere una lezione. Potresti donare del tempo alla scuola dei tuoi figli e insegnare loro qualcosa di quello che sai perché dobbiamo…

5. Ricambiare il favore. Insegnare alle nuove generazioni a pensare come degli hacker.

Io e mio marito stiamo tirando su un hacker. A casa nostra si scherza sempre sul futuro del nostro ragazzo: a 17 anni verrà arrestato per aver crackato il sito web di qualcuno e dirà alla polizia che ha fatto solo ciò che gli ha insegnato la mamma. Ma questo non è il tipo di hacking che gli stiamo insegnando. Gli stiamo insegnando ad hackerare il proprio modo di pensare e avere un atteggiamento hacker per risolvere i problemi.

Tutta l’idea di insegnargli come fare hacking è nata lo scorso Natale. Ho trovato un libretto di istruzioni per costruire una decorazione con i Lego a forma di Morte Nera di Star Wars. Figlio e Marito hanno dato un’occhiata alle istruzioni e hanno deciso che non avevamo i pezzi giusti per farla. Abbiamo 10.000 mattoncini. Questa particolare decorazione ne richiede circa 100. Mi sono sentita leggermente frustrata. Si stavano davvero limitando.

Quindi, ho chiesto a Figlio se sapesse cos’era l’hacking e gli ho detto che avremmo hackerato i Lego. L’ho invitato a pensare alle combinazioni possibili per sostituire i pezzi che ci mancavano. L’ho costretto a reimmaginare le istruzioni per infilare i pezzi che potevamo trovare nella sua cesta. Quando abbiamo finito la Morte Nera ne era davvero davvero fiero. Ha addirittura cominciato a chiamarsi hacker da solo. Ora sa esattamente a cosa mi riferisco quando mi presenta un problema e la mia risposta è “hackeralo!”. Sa che deve affrontare di nuovo il problema e immaginarne la soluzione in maniera diversa.

I bambini hanno una prospettiva unica: il loro modo di pensare non è limitato come il nostro, sono percettivi. Alcune dello loro idee sono folli, ma dato un problema reale, spesso troveranno una soluzione fattibile. Qualche mese fa Figlio mi ha pregato di portarlo ad un raduno hacker ed è stata una delle cose più divertenti che abbiamo fatto insieme.

Gli ho spiegato in maniera semplice tutti i dataset e gli ho fatto progettare la sua idea di app su carta. Non l’ha disegnata, ma ha elencato caratteristiche e funzionalità che gli interessavano. Sarebbe stato più semplice per lui disegnarla, ma dover riflettere sulla funzione dell’app, gli ha permesso di passare un po’ più di tempo a studiare l’esperienza degli utilizzatori e capire cosa potessero volere. Tutto questo mi ha fatto pensare ai raduni hacker nelle scuole. Sarebbe così semplice portarli nelle classi e far fare ai ragazzi le loro app. Ogni volta che si riesce a dimostrare che gli studi sono applicabili alla vita reale, i ragazzi sembrano più interessati ad imparare.

Crescere un hacker o tramandare l’hacking alle prossime generazioni non deve essere per forza così formale. Si può partire da qualcosa di piccolo come un gioco, o l’hackeraggio di una decorazione nel nostro caso. Controlliamo spesso Brickipedia (sì, una wiki sui Lego) alla ricerca di idee e istruzioni per set che non abbiamo. Facciamo fare a Figlio una ricerca su Google quando ha delle domande (concentrandoci su idee, esperimenti scientifici e definizioni). Cerchiamo di trasformare le sue domande in opportunità per risolvere i problemi e fare hacking.

L’ultima cosa. Forse sapete già cos’è: il deambulatore di un bimbo di 4 anni che ha subito un’operazione ad entrambe le gambe. Lui lo odia e si rifiuta di usarlo per fare terapia, perché lo associa al dolore. Un’amica della sua mamma ha commentato che la forma le ricorda un Camminatore AT-AT. Un amico di famiglia, che per caso era un disegnatore di cartoni, l’ha hackerato e trasformato in un Deambulatore AT-AT. Non c’è nemmeno bisogno di dire che il bimbo adesso lo adora, specie perché gli permette di girare per la casa e far finta di sparare laser alla sua famiglia. Un piccolo hacking che ha fatto molto.

È importante insegnare ai bambini ad hackerare e chiamare l’hacking hacking. È importante spiegare ai bimbi l’importanza di reinventare i problemi, girare attorno agli ostacoli e modificare quello che gli viene dato. A casa, a scuola, quando i nostri figli ci dicono che qualcosa è impossibile deve diventare prioritario dimostrare loro che non è così. Queste sono capacità che torneranno utili per tutte le loro vite. Comincia da noi che hackeriamo noi stessi.

Eccoci. I principi dell’atteggiamento hacker (secondo Spydergrrl)

1. Accetto la sfida! (Gli ostacoli sono i benvenuti)
2. Fai saltare gli schemi. Cerca modi inaspettati di migliorare qualcosa.
3. Porta gli amici. Punti di vista unici creano soluzioni migliori
4. Diffondila ora. Le informazioni e le conoscenze dovrebbero essere condivise in maniera aperta e gratuita.
5. Ricambia il favore. Insegnare alle nuove generazioni a pensare come degli hacker.

Basati sulla definizione originale di hacking, questi sono 5 principi che puoi usare per ripensare alle situazioni, rivalutare i problemi e hackerare tutto quello che fai. Quindi, se l’hacking è l’applicazione dei principi dell’atteggiamento hacker nella vita di tutti i giorni, lo chiedo di nuovo: quanti di voi si definiranno degli hacker una volta usciti da qui?

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Questo post è una rielaborazione di una conferenza tenuta alla sezione di Ottawa dell’associazione delle biblioteche canadesi. “Hacking is a mindset, not a skillset” di Tanya Snook (@spydergrrl) è stato rilasciato con una licenza Creative Commons Attribution 3.0.

Tanya Snook (@Spydergrrl) è un’avida fan della tecnologia e del suo impatto sulla cultura. Di giorno è una business analyst, di notte scrive per il suo blog Spydergrrl.com.

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