Open Data e il deserto

Questa è una traduzione del post “Open data and the desert” di Mor Rubinstein.
Ho scelto di tradurre “openness” con “trasparenza” (nonostante non copra esattamente lo stesso campo semantico) principalmente per due motivi:
1) l’autrice del post ha concentrato la sua riflessione intorno agli Open Gov Data, sebbene non in maniera esplicita. Il punto, in ogni caso, non sono (solo) i dati;
2) in Italia la discussione sugli Open Data viene spesso associata alla trasparenza (basti pensare che spesso nei siti della PA la sezione Open Data è una sottosezione di “Amministrazione trasparente”), quindi mi sono trovata a fare una scelta scomoda: coprire il significato e la semantica, anche se in maniera non letterale, calando il significante nel senso delle discussioni italiane. Giusto o sbagliato, parliamone.


Open Data e il deserto

Lavoro nel campo degli Open Data da un po’: sono passata dal livello nazionale (Israele) al livello internazionale per tornare al locale(Gran Bretagna). Con esperienze che vanno dai dati governativi ai dati legati al volontariato e al no-profit, dall’hacking alla politica. Durante l’ultimo anno, ho sentito sempre più spesso la sensazione di fatica attorno a me. Come se sapessimo dove vogliamo andare, ma la strada fosse confusa, tanto che, a volte, penso che abbiamo perso di vista il punto di arrivo finale. Non vediamo nemmeno dove sia la prossima fermata.

Nell’ultimo anno ho sentito troppo spesso la frase “gli Open Data sono un mezzo per un fine, non un fine in sè”. Il problema è: qual’è il fine per cui stiamo lavorando?

Open Data: uno strumento per la trasparenza?

Non ne posso più di questa frase. A dire il vero, io non concordo per niente. La ragione del mio disaccordo è che non abbiamo un unico modo per definire la trasparenza. Trasparenza è un termine politico? Sociale? Economico? 
Ecco tre definizioni, tra le molte possibili.
Alcuni dirannno che trasparenza significa una società dove l’accesso alla conoscenza può aiutare le persone a migliorare le loro vite (Rufus Pollock), altri diranno che è un modo per far sentire le voci di persone che altrimenti resterebbero inascoltate. Ho anche sentito affermare che trasparenza significa poter essere più coinvolti nelle decisioni governative.
Quale che sia la definizione giusta, abbiamo bisogno di creare un ordine di qualche tipo in queste definizioni, non perché il mondo sia bianco o nero, bensì perché una definizione su cui non si concorda (o, perlomeno, i confini entro cui questa definizione rientra) crea difficoltà di comunicazione. Non avere una base comune può lasciare spazio all’interpretazione, il che, a sua volta, ci porta ad una cattiva comunicazione.

A questo punto dobbiamo sederci e trovare un accordo, esattamente come si fa per gli standard e per i data packages di cui il movimento Open Data predica: se è la trasparenza che vogliamo, com’è questa trasparenza? Come possiamo arrivarci insieme? Dobbiamo smettere di temere le definizioni e concentrarci sullo spazio di manovra, semplicemente. Mi rendo conto che trasparenza possa significare anche intravedere nuovi significati, ma avere una descrizione non implica non aver modo di cambiare o di aggiungere nuove cose alla definizione stessa. Accordarsi su cosa significa trasparenza potrebbe essere d’aiuto, specie in occasione di collaborazioni internazionali. Finchè non decidiamo cosa significa trasparenza, abbiamo altri obbiettivi da raggiungere?

Nel video potete ascoltare la mia opinione sull’Open Government:

Gli Open Data sono un mezzo per parlare di … dati e digitale

Se la trasparenza è un punto nebuloso, qual è la prossima stazione visibile? Io credo sia nella parola dati. Prima che tu mi fermi e mi dica che questa è una questione troppo tecnica e che i dati sono una cosa noiosa e di cui le persone hanno paura, permettimi di dirti una cosa: hai ragione! In ogni caso, visto che i dati sono un argomento così poco accessibile, dobbiamo farli diventare concreti e meno spaventosi. Dobbiamo renderli rilevanti, importanti.

Penso che, per farti capire cosa intendo, sia utile raccontarti una storia dalla Bibbia. Sì, sì, proprio quel vecchio libro. Nel Vecchio Testamento (nel libro dell’Esodo), gli ebrei, liberati dalla schiavitù, decidono di rivolgere le loro preghiere ad un nuovo dio (il Vitello d’Oro). Come risposta, Dio decide di punirli: non vedranno la Terra Promessa. Quella generazione fu definita la “generazione del deserto”. Gli ebrei che non conobbero il Faraone, nati nel deserto, invece, entreranno nella Terra Promessa.

Il Deserto ti offre una sedia dove aspettare…

Così, nel contesto del digitale, c’è una generazione di noi che ha conosciuto il Faraone (o la macchina per il fax) ed una che lavora esclusivamente con lo smartphone. Non è una questione di età: ci sono persone con menti brillanti e perfettamente digitali che hannno decisamente superato i 60. Questo per dire che, come il Vitello d’Oro, l’affinità col digitale è uno stato mentale, così come lo è la tendenza ad ignorare la tecnologia (che ancora miete vittime nel Ventunesimo secolo, anche tra dirigenti e manager). Ci servirà un’altra generazione, probabilmente, per convertire tutti al digitale: Pubblica Amministrazione, volontariato, no-profit e settore privato. Figurarsi per far diffondere un approccio orientato ai dati. Possiamo aspettare oppure lavorare attivamente per affrontare questi cambiamenti.

Abbiamo fatto un sacco di progressi con i dati, ma non dobbiamo dimenticare che siamo ben lontani dall’obbiettivo finale. È ancora difficile usare i dati per la linea di azione politica, stiamo ancora facendo fatica a creare smart cities basate sui dati e ancora non abbiamo una risposta chiara su come usare i dati per raggiungere gli obbiettivi di crescita sostenibile. Abbiamo un sacco di esperimenti pilota, ma pochissimi progetti di e a lungo termine che si possano definire di successo.

Durante gli eventi organizzati dall’Istituto inglese per il Governo Digitale è stato menzionato che non è sufficiente trasformare la Pubblica Amministrazione per poterla definire digitale. Abbiamo bisogno anche di cambiare il modo di lavorare delle Amministrazioni, nonchè di creare nuove norme e nuovi processi. In molti Paesi siamo ben lontani dal poterlo fare.

Credo, però, che questo sia ciò a cui dobbiamo tendere. Dobbiamo discutere e creare strumenti per la qualità dei dati, in modo da renderli usabili. Dobbiamo comprendere come i dati siano prodotti, in modo da migliorarli e renderli accessibili. Dobbiamo assicurarci che tutti sappiano come leggere e analizzare i dati, oltre ad essere in grado di riconoscere i danni causati da una manipolazione dei dati stessi. Oltre a tutto questo, dobbiamo assicurarci di non mettere nessuno in pericolo (con i dati che produciamo N.d.T.) e che la privacy sia rispettata.

In breve, dobbiamo discutere di come gli Open Data possano promuovere un obbiettivo che abbiamo paura di definire (trasparenza e apertura), dobbiamo anche capire come possano aiutarci ad evolverci per uscire dal deserto dell’era digitale. Dobbiamo vedere come l’e-government possa essere maggiormente connesso alle politiche governative guidate da una visione data-centrica. Dobbiamo assicurarci che “data” non sia solo una parola di moda, ma che possa supportare la pratica quotidiana di buona amministrazione (trovo molto interessante questo blog post del DEFRA sull’adozione di una cultura digitale). Dobbiamo trasformare l’intero sistema e la cultura ad esso connessa (e questo richiede più di dieci anni). Oppure come spiegato nei tweet qui sotto:

La domanda fondamentale è: gli Open Data non funzionano perché nessuno li usa o nessuno li usa perché non funzionano?
Non incentiviamo i governi a produrre dati usabili/di qualità. Il movimento avrebbe dovuto iniziare dall’accesso, ma non è cresciuto.
Perciò è un cane che si mangia la coda, migliorare i propri dati migliora il lavoro del governo.

So che per alcuni di voi non sembrerà niente di nuovo. Per me, invece, sembra un passo basilare, tuttavia è ancora DECISAMENTE un sogno. Per concludere, questo blog post serve (anche) a riflettere su quale sia il passo successivo, quello dopo il deserto.

Quindi? Se questo argomento è importante per te quanto lo è per me (e so che è così per molte persone), lascia un commento a questo blog post (oppure nei commenti del blog post originale N.d.T.). Facciamone un documento per il futuro del movimento degli Open Data. Non concordi con me? Dimmi perché. Pensi di poter definire “openness”? Fallo, per favore!

Creiamo questa nuova visione. Usciamo dal deserto!


Ringrazio le seguenti persone che mi hanno aiutata nella stesura di questo post: Il mio capo, Rachel Rank, per le correzioni e le domande giuste al riguardo; Ana Brandusescu, Paul Walsh, Steve Walker per tutte le idee e i commenti.