Open-washing: immergiamoci nelle domande scomode

Questa è la traduzione di un post che James McKinney, Oscar Montiel e Ana Brandusescu hanno scritto per Open Knowledge Foundation dopo la International Open Data Conference (IODC) del 2018.

In calce ci sono i contatti degli autori in caso tu abbia qualcosa da aggiungere alla conversazione.

Della conferenza in generale abbiamo parlato anche nella nostra newsletter (se ancora non la ricevi, la mandiamo di sabato pomeriggio, parla di civic hacking, ma non solo, e ti puoi iscrivere qui).

Nell’archivio della pubblicazione trovi altri post sull’open-washing che ho tradotto. In futuro, mi piacerebbe farci una riflessione anche con Matteo Brunati.


Per la seconda volta nella storia, la Conferenza Internazionale sugli Open Data (IODC) ha aperto uno spazio per permetterci di parlare di #openwashing. Ana Brandusescu, responsabile della sessione di quest’anno, ha già brillantemente approfondito quello che è successo a IODC16.

Quest’anno abbiamo scavato più a fondo su alcuni dei problemi e delle cause dell’open-washing. Ci aspettiamo — e speriamo — che questa sia una discussione che possiamo portare avanti più spesso di una volta ogni paio d’anni durante una conferenza, quindi vi invitiamo a contattare gli autori e farci sapere la vostra opinione!

Per poter discutere del fenomeno in un tempo limitato, abbiamo costruito la discussione attorno allo scritto del 2017 di Heimstädt. Per andare oltre alla pubblicazione dei dati, abbiamo chiesto ai partecipanti di pensare a queste quattro domande chiave:

  1. Come fa un contesto specifico a incoraggiare o scoraggiare l’open-washing?
  2. In quale modo l’openness giova (o non giova) alle comunità non-tecniche?
  3. Come si collega la mancanza di apertura con la cultura?
  4. Qual è il nostro ruolo di organizzazioni della società civile/mediatori dell’informazione o Pubbliche Amministrazioni nell’affrontare l’open-washing?

L’ultima domanda si è rivelata fondamentale per riconoscere che l’open-washing è qualcosa di più profondo di quello che succede incolpando uno o l’altro gruppo come unico responsabile di questa pratica.

Per andare incontro alle esigenze dei numerosi partecipanti di lingua inglese e spagnola, li abbiamo divisi in due gruppi. Qui facciamo un riassunto dei punti chiave di ognuna delle discussioni.

Dal gruppo di lingua inglese

Mancanza di potere

I partecipanti hanno descritto scenari in cui chi pubblica i dati non ha davvero il potere di farlo (indipendentemente dal fatto che sia voluto o meno). Ad esempio, un’organizzazione non-governativa internazionale (INGO) riceve dei fondi per assumere del personale locale per fare ricerca. La INGO ha una politica di rilascio dei dati, ma quando tu fai una richiesta per accedere ai dati della ricerca, la INGO ti rimanda a chi l’ha finanziata (citando le clausole di proprietà intellettuale del contratto di finanziamento), questi ultimi ti suggeriscono di parlare con chi ha fatto la ricerca (sperando di rispettare la segretezza per un articolo che verrà pubblicato). In breve, la INGO ha una politica sugli Open Data, ma le manca il potere di pubblicare questi e altri dati simili.

In questo e in molti altri casi, il programma sugli Open Data riguarda esclusivamente i dati che l’organizzazione possiede, ma non considera in maniera più ampia come l’organizzazione gestisce i dati e la proprietà intellettuale per finanziamenti, licenze, acquisti, etc. Questo tipo di scenario diventa open-washing quando, non importa se deliberatamente o per negligenza, un governo fallisce nel garantire i diritti di proprietà intellettuale necessari per poter pubblicare dati di ottima qualità o di particolare interesse.

Il rischio è particolarmente alto per aziende pubbliche, collaborazioni pubblico-private, servizi appaltati e servizi privatizzati. Esempi comuni sono quelli che si riferiscono ai dati relativi agli indirizzi. Ad esempio, i dati relativi ai codici di avviamento postali canadesi sono il dataset più richiesto del paese, ma la direttiva canadese sull’Open Government non si applica alle Poste perché sono un’azienda di proprietà dello Stato. Allo stesso modo, quando il Regno Unito ha privatizzato la Royal Mail [il servizio postale inglese, N.d.T.], non ha conservato i dati sui CAP come dataset pubblico.

Al di là delle limitazioni legate all’applicazione delle linee guida sugli Open Data, un’altra cosa che dimostra la mancanza di potere delle organizzazioni riguarda il rispettarne le clausole nell’esecuzione. Per essere efficaci, le policy devono avere conseguenze per chi non le rispetta. (Come esempio, citiamo le Direttive canadesi sull’Open Government.)

Un’altra modalità in cui il potere è limitato dipende meno dagli aspetti legali e più dagli aspetti sociali. Poche organizzazioni si assumono la responsabilità per i loro fallimenti nel rispettare i principi dell’Open Data, ma riconoscere dove si è sbagliato è il primo passo per migliorare. In maniera simile, pochi attori sottolineano i propri e/o altrui fallimenti, il che porta ad uno status quo in cui le cose che non vanno a buon fine passano sotto silenzio e non vengono analizzate.

Opportunità

  • I programmi sugli Open Data dovrebbero considerare la gestione della proprietà intellettuale, non solo dei dati dell’organizzazione, ma anche dei dati che finanzia, acquista, di cui ha licenza, etc.
  • I programmi sugli Open Data dovrebbero essere estesi a tutti i livelli dell’Amministrazione Pubblica, incluse le aziende a partecipazione pubblica, le partnership tra pubblico e privato, i servizi appaltati e i servizi privatizzati.
  • Per essere rispettate, le linee guida sugli Open Data devono avere conseguenze per chi non le rispetta.

Mancanza di conoscenza o di capacità

I partecipanti hanno anche descritto scenari in cui chi pubblica i dati non ha modo o capacità di pubblicare efficacemente. I dati vengono spesso aperti, ma non sono utili, spesso, per mancanza di interesse nei riguardi di chi li potrebbe usare. Ad esempio, le leggi sull’Open by default possono incentivare il “buttare” più dati possibili in un catalogo, ma aprire i dati non dovrebbe essere come “portare fuori la spazzatura”. Inoltre, pochi di quelli che pubblicano dati ne misurano la qualità o rendono prioritari dataset richiesti dagli stakeholder in modo da aumentarne l’utilità.

In molti casi, i dipendenti pubblici hanno buone intenzioni e lavorano con risorse limitate rispetto alle sfide che affrontano (e in questo caso, non stanno facendo open-washing). In ogni caso, i loro sforzi potrebbero essere “slavati” da altri. Ad esempio, un ministro potrebbe gonfiare i risultati, con il desiderio di sottolineare un successo dopo un impegno sostanzioso. Oppure, una valutazione o un’iniziativa come l’Open Government Partnership potrebbe celebrare il lavoro, nonostante le poche ricadute, e dare una ‘stella’ per l’openness, senza che ci sia stato nessun vero cambiamento.

Opportunità

Rendere le valutazioni più resistenti all’open-washing. Ad esempio, i governi possono leggere la metodologia di valutazione dell’Open Data Barometer e puntare un punteggio alto, come se giocassero a Poker. C’è un modo per identificare, misurare e/o rendere conto dell’open-washing in queste metodologie? Ci sono metodi da cui prendere spunto, per esempio, nel mondo anti-frodi?

Altre opportunità

Mentre la discussione si concentrava sugli argomenti di cui abbiamo già discusso, i partecipanti hanno condiviso altre idee per combattere l’open-washing, incluse:

  • rendere pratica comune svelare la ragione per cui un dataset non è rilasciato, rendendo più difficile ai Governi trattenere un dataset e non pubblicarlo.
  • Bilanciare il sostegno con la collaborazione. Ad esempio, se un dipartimento sta facendo open-washing, mettere suddetto dipartimento in difficoltà in pubblico, mentre si mantiene una relazione lavorativa fruttuosa (e privata) con le persone di buona volontà che ci lavorano, in modo da spingere verso l’apertura vera. Ciò detto, prendere questa strada comporta dei rischi, che potrebbero non portare al risultato in tutti i casi di open-washing.

Gruppo spagnolo

Discorso politico

I partecipanti hanno descritto come, nei loro paesi, il discorso sull’openness sia venuto dall’alto e guidato da alcuni partiti politici. In molti casi, un partito politico ha formato un Governo ed etichettato il proprio operato e il proprio modo di lavorare come ‘aperto’. Questo ha causato un percezione partitica dei loro sforzi e, quindi, un rischio maggiore di tornare indietro in caso di un Governo del partito di opposizione. Questo significava anche che i dipendenti pubblici, specie se in posizioni medio-basse, non vedevano i possibili risultati dell’openness nelle loro attività come parte importante delle proprie attività quotidiane, ma come lavoro extra e motivato dalla politica, da infilare nelle loro già piene agende.

Opportunità: far diventare l’openness un problema apartitico. Incoraggiare un approccio dal basso verso l’alto.

Sfide di esecuzione

I partecipanti hanno descritto molte sfide legate all’esecuzione dell’openness:

  • Una mancanza di risorse e competenze tecnologiche.
  • Una concentrazione sulla quantità, invece che sulla qualità.
  • I governi vedono l’openness come uno sforzo che uno o due organismi possono affrontare, invece che uno sforzo che li riguarda tutti e che richiede a tutti di cambiare il proprio modo di lavorare.
  • I Governi aprono i dati solo in formati e modi con sui sono già a loro agio e lavorando soltanto con persone che già conoscono e che hanno già la loro fiducia.
  • Una paura di essere giudicati.

Opportunità: co-progettare i formati dei dati. Dare vita a manuali standard per la raccolta e la pubblicazione dei dati.

Il valore dei dati

Un punto sottolineato alla fine è stato la mancanza di un apprezzamento generale sull’utilità e l’importanza dei dati. Finché le persone dentro e fuori le Amministrazioni non ne vedono il valore, ci sarà pochissima motivazione ad aprire i dati e a governarli e gestirli in maniera corretta.

Opportunità: fare ricerca sui processi e sui protocolli governativi che riguardano la gestione e l’amministrazione dei dati.

In conclusione

A IODC18 abbiamo creato uno spazio per discutere di open-washing. Abbiamo fatto progredire la conversazione su alcuni fattori e identificato alcune opportunità per combatterlo. In ogni caso, abbiamo solo potuto sfiorare appena alcune delle molte facciate dell’open-washing. Non vediamo l’ora di conoscere le tue opinioni su queste discussioni e sull’open-washing in generale! Puoi contattarci via Twitter o via mail:


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