Open-washing, ovvero l’apparenza inganna

Lo scorso novembre avevo immaginato alcuni buoni spunti per uscire dal trogolo degli Open Data, uno di questi era relativo all’open-washing:

riconoscere l’open-washing quando ce lo troviamo davanti e pretendere che il processo cambi. Lo so, più facile a dirsi che a farsi, ma se non lo facciamo l’unica narrazione esistente saranno i comunicati stampa e le pubbliche relazioni infarcite di specchietti per le allodole (è una pratica abbastanza diffusa, non è una questione di colore politico, ma di semplice ricerca del consenso).

Continuando il ragionamento, vedo due direzioni in cui muoversi:

  1. aumentare in generale la consapevolezza sul tema, stimolando la discussione in italiano e creando materiali o riflessioni sull’argomento. Se si cercano risorse in italiano sull’open-washing, non c’è da stare allegri, se ne parla poco o nulla. Proprio per questo, negli scorsi mesi Erika ha voluto lavorare a diverse traduzioni (“Open-washing”: la differenza tra aprire i dati e renderli semplicemente disponibili, Quando finisce l’open-washing: proteggiamo il diritto alla conoscenza, Open-washing: immergiamoci nelle domande scomode);
  2. sottolineare gli esempi di open-washing sugli Open Data in Italia. Ci possono essere varie modalità per farlo: Twitter, forum pubblici, mailing list, ecc. Ad un certo punto, forse, emergerà un elenco che si potrebbe rendere strutturato con un foglio elettronico condiviso pubblicamente e pronto per essere visualizzato da uno strumento come https://listify.okfnlabs.org. Questo tipo di elenco potrebbe aiutare tutte le comunità legate all’openness italiano ad individuare le specificità del nostro territorio.

Da dove sono partito: l’aumento di consapevolezza

Faccio una premessa: sono un appassionato di openness e trovo particolarmente irritante quando il termine open viene associato ad azioni e/o progetti che non c’entrano nulla con il suo significato. L’irritazione mi rende meno lucido e mi fa osservare quell’azione in maniera distorta: mi fa proprio arrabbiare. Riflettere sul fenomeno è un modo per gestire in maniera costruttiva questa forma di irritazione. Durante le vacanze natalizie ho riletto con calma le quattro traduzioni che ha pubblicato Erika in questi ultimi mesi (tre si possono recuperare usando il tag openwashing in Medium, la prima è “Tecnologie civiche o business civici?”). Sono contenuti che abbiamo selezionato assieme in momenti diversi: rileggendoli uno di seguito all’altro ho preso un paio di appunti a mano. Si tratta della mappa mentale qui sotto.

Alcuni appunti presi leggendo le traduzioni di Erika

In alto sulla destra dell’immagine mi sono segnato un titolo da dove partono diverse frecce, open-washing anyone, citato da un paio delle traduzioni: una vera chicca che vale la pena leggere, anche se è in inglese. Cita, infatti, un elemento che mi ero dimenticato. Un insieme di dati è Open Data quando possiede una serie di caratteristiche, sia tecniche che legali. Se solo una di queste non è presente, allora non si tratta di Open Data. Dire Open Data significa qualcosa di specifico: è necessario rendere evidente questa cosa, per questo noi attivisti dovremmo richiamare l’attenzione sulla necessità di chiamare Open Data quello che davvero lo è in maniera più incisiva. Non è soltanto una questione di licenza, non è soltanto una questione dell’adozione di uno standard tecnologico aperto, non è soltanto voglia di rompere le scatole.

Nell’ultima traduzione della serie (Open Washing: immergiamoci nelle domande scomode), ho trovato molto utile l’approccio di utilizzare delle domande per aprire la discussione. Sono domande che potremmo applicare anche a quello che accade in Italia.

1. Come fa un contesto specifico a incoraggiare o scoraggiare l’open-washing?
2. In quale modo l’openness giova (o non giova) alle comunità non-tecniche?
3. Come si collega la mancanza di apertura con la cultura?
4. Qual è il nostro ruolo di organizzazioni della società civile/mediatori dell’informazione o Pubbliche Amministrazioni nell’affrontare l’open-washing?

L’ultima è quella che ho trovato più sfidante: per chi conosce già il fenomeno open-washing, è quella che ci obbliga ad affrontare gli aspetti più pragmatici. Questa domanda

“si è rivelata fondamentale per riconoscere che l’open-washing è qualcosa di più profondo di quello che succede incolpando uno o l’altro gruppo come unico responsabile di questa pratica.”

Ho raggruppato le considerazioni che erano presenti nella seconda parte della traduzione in una foglio di lavoro di Google, giusto per osservarle in maniera più aggregata. Potrebbero tornare utili.

Richiamare l’attenzione quando ci imbattiamo in un caso di open-washing

Cosa possiamo fare come società civile per affrontare l’open-washing? Una piccola buona azione quotidiana può essere molto importante. Se considero il caso più semplice, la pubblicazione da parte di un ente pubblico di Open Data con errori di varia natura, immagino due azioni che rientrano nell’ambito del semplice monitoraggio:

  1. segnalare l’errore a chi ha pubblicato il dato (licenza sbagliata, definire Open Data cose che non lo sono, ecc.). Come attivisti possiamo usare canali diretti (form, mail, contatti personali, ecc.) o indiretti (segnalazioni su forum di discussione o altro), specialmente se non ci sono altri canali a disposizione o se non si riceve risposta alle prime segnalazioni. Il che mi porta al secondo punto.
  2. Sfruttare la copertura “mediatica”, ossia dare evidenza alla vicenda, raccontandola in maniera pubblica. Questo aiuterà sia noi attivisti ad essere più sensibili all’open-washing, sia chi pubblica i dati a migliorare nel lungo termine i propri processi.

Anche se di open-washing in italiano si parla poco a livello teorico, mi vengono comunque in mente due esempi pratici di attenzione al tema. Il primo sugli errori che erano presenti in dati.gov.it (dati con licenze NON Open Data), l’altro sul lavoro di pressione fatto da Andrea Borruso per semplificare l’invio di segnalazioni nei casi in cui siano presenti più criticità da evidenziare.

Fatalità, ieri sera sono incappato in un caso sospetto che mi ha fatto irritare, di nuovo:

Da appassionato di Linked Open Data (LOD), sono subito andato a curiosare per poi scontrarmi con la dura realtà. Vedere un’Amministrazione (o chi ha la responsabilità del sito) che fa ancora confusione nella licenza di riuso di quei contenuti è snervante. I dati sono all’interno di un progetto LOD, ma il sito (nelle note legali) cita una licenza che vieta l’uso commerciale e, quindi, NON si tratta di Open Data.

Confusione voluta, negligenza o altro? Open-washing oppure no?

Tra l’altro, quella pagina di note legali sembra un’accozzaglia di elementi aggiunti alla rinfusa:

La restrizione per l’uso personale non è più forte della restrizione non commerciale?

A questo punto, varebbe la pena attivarsi e vedere se si ottiene un po’ più chiarezza con una o entrambe le azioni evidenziate poco sopra. Il compito di monitoraggio dell’attivista non è di consulenza legale: vedo un’incongruenza (che potrebbe essere open-washing) e la segnalo, punto. In un mondo ideale, l’Amministrazione dovrebbe verificarla (anche con le proprie risorse legali) e risolvere l’incongruenza, ricordandosi di dare seguito alla segnalazione del cittadino.

Specchietto per le allodole

Quest’ultimo caso mi ha ricordato un commento in calce a una delle traduzioni di Erika (il grassetto è mio):

Spesso aziende e governi rilasciano certi dataset con modalità completamente aperte — senza restringerne l’uso — ma questi rilasci sono disegnati per essere misure di facciata di responsabilità sociale, specchietti per le allodole per distrarre da problematiche profonde, quali disuguaglianza e l’esercizio (indisturbato) del potere. I dati su questi argomenti sono considerati a bassissima priorità e vengono rilasciati di rado. A questo proposito, è necessario notare che l’inutile enfasi sugli “Open Government Data” sta crescendo anche in Paesi i cui governi stanno attivamente limitando la libertà di espressione e lo spazio per la società civile

Anche fare Open Data secondo manuale (con tutte le licenze e i metadati corretti), potrebbe portare con sè comunque una parte di open-washing, un’altra dimensione, più subdola da intercettare, ma che esiste. Ho la netta sensazione che serva riprendere l’approccio di OpenFuffa, in cui parlavamo anche di open-washing senza saperlo.


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