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Logo di Spaghetti Open Data, creato per #SOD19 da Luca Corsato.

Stiamo dimenticando qualcuno!

ErikaMarconato
Jun 6, 2019 · 15 min read

A Milano, l’1 e 2 giugno 2019 c’è stato il settimo raduno di Spaghetti Open Data, la comunità italiana legata agli Open Data di cui io e Matteo Brunati facciamo parte (ne abbiamo parlato anche in alcune newsletter: quella sul raduno, quella sulla fatica di fare civic hacking e quella sul raduno dello scorso anno, per dirne alcune). Nonostante la lunga partecipazione alla vita della community, non avevo mai sfruttato i raduni per riflettere pubblicamente su alcuni aspetti di Spaghetti Open Data. Il 2019 è stato l’anno buono.

Di seguito ci sono i materiali che ho usato per la mia presentazione (slide e testo) e, in calce, alcune fonti, alcuni tweet e alcune domande a cui ho risposto nella conversazione che è seguita al mio intervento.

Un bias cognitivo è una cosa strana: in base alle informazioni che abbiamo, creiamo delle connessioni che portano a farci scegliere delle soluzioni. Piccolo problema: i nostri cervelli, a volte, collegano cose che connesse non sono, quindi i nostri (pre)giudizi si riflettono su quello che facciamo.

La cosa davvero bizzarra è che questi bias sono riconoscibili quasi esclusivamente a posteriori, quando ormai il danno è fatto. Per dirla con altre parole, è come se ci accorgessimo che abbiamo delle mutande solo quando ce le mettiamo in testa (e gli altri ci guardano male).

Come tutte le semplificazioni, di per sé, i bias non sono negativi — anche se ci portano a conclusioni sbagliate. Però, sono dannosi — proprio perché ci portano a tirare fila dove dovremmo tirare sassi. Non sono incurabili, ma bisogna farci i conti. Non mi infilerò ulteriormente nelle definizioni delle varie forme di bias o di come influenzano la nostra percezione, per oggi ci basta sapere che abbiamo delle mutande in testa e il fatto che si trovino lì non è una cosa completamente razionale.

Inutile scuotere la testa, al grido di “noi siamo persone razionali, lavoriamo con i numeri — che sono fatti — e le mutande ce le mettiamo lontane dai capelli”.

I dati — aperti o meno — misurano cose e quello che decidiamo di misurare è influenzato dai nostri bias. Ad esempio, se decidiamo di misurare le ore dedicate ai lavori domestici e intervistiamo per lo più donne, quello che stiamo facendo davvero è sottolineare un bias cognitivo: la casa è il regno delle donne, quindi sono loro che se ne prendono cura. I numeri misureranno qualcosa, ma, essendo scorretta la premessa, sarà scorretta anche la misurazione.

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A questo punto, cosa c’entra tutto questo con Spaghetti Open Data?

Datemi un secondo che mi metto le mutande in testa:

faccio parte di questa comunità da svariati anni, alla mailing list contribuisco poco, ho aiutato nell’organizzazione di almeno un paio di raduni. Non ho mai proposto né un intervento né una formazione. Come se non bastasse, i numeri non mi piacciono poi così tanto. Faccio davvero parte della comunità? La domanda la lascio aperta mentre continuo a mettermi le mutande in testa.

Quando ho cominciato a pensare che non c’erano più tante persone come me nella comunità (non parlo solo di persone di sesso femminile — ovviamente — ma di gente con un lato più umanista che STEM), mi sono fidata del mio istinto, non amando i dati per se stessi non sono andata a misurare cose né a cercare numeri o conferme. Questo quattro anni fa.

Un po’ alla volta, ho capito che il mio cervello aveva già fatto dei collegamenti e con quelli stavo misurando la realtà. Il primo collegamento che ho fatto è stato quello tra la presenza di donne e le comunità “nerd”: il mio cervello diceva che era normale che le donne nelle comunità nerd si estinguessero.

Il secondo riguardava i dati e le storie: da qualche parte, si è annidata l’idea che gli Open Data non avessero a che fare con la parte narrativa che, per inciso, è la parte del mondo che mi interessa di più.

Il terzo collegamento che il mio cervello ha deciso di fare è stato sull’identità della comunità: Spaghetti Open Data era un posto per tecnici, per smanettoni. Da un certo punto di vista, non era un posto per qualcuno come me a cui i dati interessano perlopiù per le storie che raccontano.

Eppure…

Ad un certo punto questo modo di leggere il mondo ha cominciato a stridere segnalandomi in modo inequivocabile che stavo ragionando con il cervello foderato di bias. Ho cominciato a pensare cosa mi era piaciuto della comunità, all’inizio, quando ancora i bias non si erano radicati. Il primo elemento che mi aveva fatto sentire a mio agio è che Spaghetti Open Data era una comunità piuttosto eterogenea: c’erano sì gli smanettoni (che continuo ad adorare perché mi permettono di imparare un sacco di cose), ma anche giornalisti, avvocati, un paio di artisti. Mi piaceva che i dati fossero roba anche loro. Anche mia.

La seconda illuminazione ce l’ho avuta al WordCamp di Torino di qualche mese fa. Il WordCamp è il raduno della comunità di WordPress. Il mio blog personale gira proprio grazie a WordPress, ma non sono sicuramente parte della comunità: non ho mai contribuito a nessun livello, non sono mai andata ad un raduno prima di quello di Torino, non ho nemmeno mai chiaccherato sul canale Slack. Ho deciso di immergere le dita dei piedi nel mondo dietro WordPress con pochissima razionalità: una delle organizzatrici è nel mio feed Twitter e RSS da anni e volevo conoscerla. Per farla breve, il WordCamp mi ha sbattuto in faccia un altro bias: che nelle comunità tecniche ci sia spazio solo per i tecnici (che, di solito, sono maschi).

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A questo punto, ho deciso di rimettere l’attenzione su Spaghetti Open Data e capire meglio cosa stava succedendo. Ho cercato qualche numero.

La prima cosa a cui ho pensato è stata di contare gli umanisti della comunità. Piccolo problema: anche se a un certo punto abbiamo provato a fare una mappatura delle competenze, sapere chi faceva cosa non è mai stata una priorità di questa comunità. Avrei potuto andare a memoria, ma sarebbe stato ingiusto, oltre che impreciso e non replicabile, e io volevo fare la persona seria, come si addice allo stereotipo di chi lavora con i numeri.

Ho deciso di concentrarmi su altri elementi misurabili della mia identità, per capire se era vero che non c’erano più persone come me in Spaghetti Open Data.

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Una delle prime cose che vedete di me è che sono una donna. Quindi, quante altre donne ci sono nella comunità?

Ragionevolmente, il 25% delle persone iscritte alla mailing list sono donne. Uso ragionevolmente non a caso. Giustamente, non è una cosa che chiediamo all’iscrizione (e, in ogni caso, io non ho i diritti di amministratore della mailing list, quindi è un dato a cui non potrei accedere comunque). Il totale degli iscritti è un numero pubblico: 1296 (al momento in cui ho preparato le slides). Una volta loggati a Google e iscritti alla mailing list, si può accedere a un elenco semi-pubblico dei membri del gruppo. Questo elenco ha tre “dati”:

  • foto o avatar,
  • nome o nickname,
  • mail non completa.

Combinando questi tre “dati”, in 957 casi è possibile determinare con una certa ragionevolezza se si tratta di uomini o donne. Insomma, tolti i nomi di pokemon, le mail degli enti pubblici e i nomi ambigui (tipo Ale, che può essere sia Alessandro o Alessio che Alessandra o Alessia) ci resta un campione ancora significativo.

Di donne in lista ce ne sono. Circa un quarto di spaghettari sono, in realtà, spaghettare.

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Dato che la partecipazione alla mailing list non è davvero quantificabile (il numero di post pubblicati non mi dice se quelle risposte sono utili o no), ho preso di petto un’altra cosa che sapete di me, semplicemente guardandomi in questo momento. Sono una persona che sta tenendo una qualche forma di presentazione — volendo, una relatrice, anche se in questa comunità non ci piace identificarci così.

Ho pensato, allora, di contare quante donne fossero state in questa posizione nei sette raduni che abbiamo fatto fino ad oggi. Come vedete, altre 19 spaghettare sono state dietro ad un tavolo come me.

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Io, finora, non mi ero mai proposta — e, conseguentemente, mai stata scelta — per fare da relatrice in nessuno dei raduni. Questa è la mia prima volta.

In questo sono in ottima compagnia! Mentre molti degli uomini della comunità si ripropongono di anno in anno con cose nuove (ma anche nello stesso anno con cose diverse), insomma sono dei veterani, le donne no. Le donne che sono tornate a parlare con noi sono talmente poche che posso nominarle senza allungare i tempi di questa presentazione:

  • Monica Palmirani,
  • Patrizia Saggini.

Loro sono tornate, sì, ma solo una volta. Al contrario, i nostri relatori uomini tornano spesso e volentieri: alcuni hanno avuto una o più sessioni dal raduno zero, quando il raduno era un evento così informale da essere più una pizzata che un raduno.

Sto dicendo che questi super-relatori vanno eliminati per dare più spazio ad altri? Assolutamente no. Anzi. Quello che volevo fare io, ve l’ho detto dall’inizio: il mio obbiettivo è capire se sono una mosca bianca!

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Concentrandomi solo sulle cose visibili di cui abbiamo parlato finora, posso dire che, pur essendo parte di una minoranza di questa comunità, non sono una mosca bianca, anzi. Una parte della comunità ha caratteristiche che coincidono con le mie. Quella strana sensazione di essere più unica che rara, però, non se ne va.

Se mi avete seguito nel discorso, vi è chiaro che ci sono delle parti della mia identità che sono palesi (tipo che sono una donna e che sono dietro a questo tavolo per la prima volta), altre no (tipo non sapete che lavoro faccio, ma nemmeno quale sia il mio stato civile o il mio orientamento sessuale). E quindi?

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Se io, che non sono unica ma solo rara, mi sento come se non facessi parte della comunità di Spaghetti Open Data a tutti gli effetti, riuscite a immaginarvi come si sente qualcuno le cui caratteristiche palesi sono uniche nello spazio della comunità?

Non voglio parlare di cose che non conosco, quindi non divago. Spero, però, che giunti a questo punto concordiate con me: anche concentrandoci solo sui numeri che abbiamo visto, le donne non partecipano a questa comunità allo stesso modo degli uomini. Che facciamo? Andiamo a prenderle a casa e le obblighiamo? Non è fattibile, dai. Però da qualche parte un problema c’è e dobbiamo ammetterlo.

Personalmente, non so dove stia il problema (e penso sia molto più complesso di quanto possiamo capire in venti minuti di presentazione), però voglio raccontarvi alcune cose semplici che possiamo fare da ora in poi per migliorare un po’ la situazione.

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Fatemi dare per scontato alcune cose:

  • presuppongo che nessuno di noi sia consciamente razzista o sessista;
  • nessuno di noi pensa che i dati aperti siano solo per persone come noi;
  • nessuno di noi pensa che i dati aperti debbano rappresentare solo le esperienze di persone come noi.

Tornando al rapire le persone per farle partecipare, la soluzione si chiama “rendere la comunità più inclusiva” e io non sono qualificata per dirvi come si fa: è un processo lungo e difficile, che richiede moltissimi sforzi e moltissima attenzione. Quello che posso fare, però, è raccontarvi di alcune cose che trasformeranno le mosche bianche in semplici mosche.

Si comincia col dare a Cesare quello che è di Cesare.

Nello screenshot vedete uno scambio sull’open-washing, una delle cose che io e Matteo Brunati abbiamo approfondito nel nostro blog su Medium.

L’open-washing è una delle criticità del movimento Open Data. Matteo ne ha parlato su Medium.

Vero, Matteo ci ha fatto un post, ma nel nostro blog ci sono sei post taggati open-washing e solo uno è di Matteo. Che, infatti, lo sottolinea citandomi e inserendo il link al tag.

Ogni volta che ci “dimentichiamo” di qualcuno stiamo dicendo che il suo lavoro non conta o, peggio, che quella cosa non è affar suo.

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Lo scambio che vi ho appena mostrato è oggettivamente una piccolezza, una dimenticanza insignificante. Ovviamente, io mi sono alterata perché riguarda me, ma non ha certo cambiato la vita di nessuno. Non è niente di drammatico.

La conseguenza su larga scala di tutte queste piccole fastidiose dimenticanze, però, è quella che sottolinea Sarah Schacht:

Ho notato che molte donne dell’opengov e del civic tech — specialmente quelle che stavano facendo innovazione dieci anni fa con un partner maschio — non hanno una pagina su Wikipedia né un riconoscimento del proprio lavoro. Il loro lavoro è stato attribuito a uomini che lavorano nel nostro campo. Che si fa?”

Tornando a Spaghetti Open Data, per esempio, sapreste dirmi il nome di qualcuna che è stata nella mia attuale posizione senza guardare i vecchi programmi?

(Un paio di nomi sono usciti, non tutti, ovviamente.)

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Dato che siamo in una comunità di persone interessate ai dati aperti, un’altra cosa che possiamo fare è chiedere i dati. Qui ho messo un tweet di Valentina Bazzarin che ha chiesto — come cittadina — dati con la variabile di genere. Ve la ricordate Valentina? Perché anche lei faceva parte della comunità…

Uscendo dalla dicotomia maschi-femmine, anche il lavoro che ha fatto Alberto Cottica con Felipe Benites Cabral per l’hackathon di domani sui dati dell’immigrazione a Milano è un esempio di come chiedere (e usare) dati che rappresentano qualcuno di diverso da noi. Che dati decidiamo di chiedere influenza che tipo di storie possiamo raccontare e quante mosche facciamo sentire bianche, anche se non lo sono.

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L’esempio di Alberto mi fa slittare direttamente a questa slide perché, dopo aver richiesto i dati, dobbiamo usarli. Non: possiamo. Dobbiamo.

Ad esempio, questo è uno screenshot da ArcGIS: hanno abbinato un layer di OpenStreet Map del comune di Roma, con un layer con la densità abitativa di donne in età fertile (15–49 anni, quindi anche loro lavorano con il “ragionevolmente” come me) e un altro layer che evidenzia i punti di allattamento. Insomma, una cosa piuttosto semplice.

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A proposito di cose semplici, un’altra cosa che possiamo fare per non dimenticarci di nessuno è elencare i team completi.

Quello che vedete nella slide è lo screenshot della prima versione del sito di Confiscati Bene, quella nata nel 2014 dopo il raduno di Spaghetti Open Data. Le persone che hanno scrapato e sistemato i dati con Andrea Borruso, che è quello che ha proposto l’hackathon, sono tutte elencate in un menù a scomparsa: discreto e senza disturbare il resto del contenuto.

Fra dieci anni, nessuno potrà dire che tizio o caio non c’erano. E questa cosa non dipende dalla memoria di chi c’era, dato che, nel caso specifico, ho personalmente segnalato il sito su archive.org.

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Una cosa che non vi ho ancora detto di me, ma che fa parte della mia “identità pubblica” è che mi piacciono le parole. Non solo mi piacciono, le adoro. Sono fermamente convinta che le parole che scegliamo abbiano più potere di quanto pensiamo.

Prendiamo come esempio l’attuale sito di Spaghetti Open Data.

Si apre con il nome e poi

italiani e italiane che fanno cose con i dati.

Bello, no? Cosa c’è di sbagliato?

Di sbagliato niente, ma, con due parole, stiamo potenzialmente escludendo persone che vivono in Italia oppure che parlano italiano, ma non sono italiane. O meglio, stiamo dicendo che sono ospiti, non giocano in casa. Non sto dicendo che tutti si sentano così, sto solo sottolineando cosa dicone le parole, al di là delle nostre intenzioni. Che dite come alternativa di usare, ad esempio, “persone che fanno cose con i dati”?

Continuando, troviamo

Siamo un gruppo di cittadini…

Cittadini è una parola bellissima e capisco anche il ragionamento che c’è stato dietro la scelta, ma non riesco a non pensare che qualcuno un giorno potrebbe entrare nel nostro sito e rendersi conto che, pur parlando italiano, la cittadinanza non ce l’ha. Per noi, quel cittadini e cittadine non è un grosso problema, per qualcuno a cui viene ricordato ad ogni passo che non lo è forse sì. Per quella specifica persona quelle parole sono un’indicazione che questo non è il suo posto. Se usassimo di nuovo persone, sarebbe la fine del mondo?

Dopo la presentazione, c’è il rimando alla mailing list che ci accoglie con un bel

Benvenuto nella mailing list di Spaghetti Open Data!

Al maschile. Cos’è? Io vi faccio schifo? Oppure, non sono benvenuta?

“Ti diamo il benvenuto nella mailing list” ha già un altro sapore e ho aggiunto solo una decina di caratteri.

Nella slide c’è scritto “usare un linguaggio neutro”, che non significa mettere asterischi ovunque e neppure aggiungere una o barra a alla fine di ogni parola. Usare un linguaggio neutro significa parlare prima di tutto a delle persone.

Da fissata con la grammatica, fatemi dire che non è così difficile — una volta che si comincia a farci caso — . Il maschile “grammatico” serve, anzi, a volte, è necessario, ma tendiamo a sceglierlo anche quando potremmo fare altrimenti.

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L’ultima cosa non è particolarmente rivoluzionaria, ma fa sempre bene ripeterla.

Se volete coinvolgere qualcuno, parlateci direttamente. Banale,no?

Eppure, da quando io e Matteo abbiamo fatto partire #CivicHackingIT, è successo svariate volte che qualcuno scrivesse a lui dicendo “puoi chiedere anche a Erika?”. Non sto parlando di persone che non avevano il contatto di entrambi: quelle da qualcuno devono pur partire.

La cosa che sicuramente non era nelle intenzioni di chi ha scritto, ma che è arrivata a me è che la mia presenza non era richiesta come quella di Matteo e il mio calendario, rispetto al suo, non è altrettanto importante. Capisco che è una fonte di fastidio tutta personale, ma come si fa a coinvolgere qualcuno senza chiedere direttamente “che ne dici? Ti interessa?”.

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Questi di oggi sono solo spunti però, anche come comunità, dobbiamo cominciare a pensare anche a chi stiamo rischiando di lasciare indietro.

  • La presentazione è finita abbastanza velocemente, ma la discussione no (praticamente ci ha cacciato il custode). Ho avuto l’impressione di essere un’oasi di fronte agli assetati: a me sembrava di aver detto cose piuttosto banali, ma non avevo considerato il fatto che, forse, per alcune delle persone presenti era il primo incontro con il problema (o il millesimo, ma da un altro punto di vista).
  • A quanto pare, io faccio cose con i dati, almeno stando ai presenti. Non ho mai davvero dubitato del mio posto nella comunità, ma temo che non sia così per tutte le donne, nuove o vecchie.
  • Al mio accenno alle quote rosa (riferito solamente alle donne di Girls Geek Dinner che hanno fatto parte del raduno del 2013, senza tornare l’anno successivo, ma evidentemente mal espresso) si sono infiammati gli animi: mi ha fatto piacere vedere che nessuno pensa alle quote rosa in Spaghetti Open Data.
  • La mia presentazione è stata anche un’occasione per riflettere su cosa significa essere una comunità accogliente (nel caso specifico ho citato una mail di Elisabetta Tola). Dal mio punto di vista, è una questione identitaria piuttosto urgente: mi ha fatto piacere vedere che non sono l’unica a pensarlo.
  • Complice il tweet di Sarah Schacht mi è stato chiesto di Wikipedia. Stando a Women in red, solo il circa 17% delle voci su Wikipedia sono di donne (ho risposto il 14%, ricordando un dato vecchio). Ho citato Jess Wade (di cui io e Matteo avevamo parlato in una newsletter). Non ho citato Wikidonne (ma posso rimediare qui).
  • Uno dei partecipanti mi ha detto: “Vorrei farci qualcosa, ma non so cosa…” Prima cosa: ascolta (ad esempio, le voci delle donne dell’opengov). Seconda cosa, comincia a fare un po’ di ricerche (questo è un punto buono come un altro per partire. Un uomo che sottolinea il valore di una cosa detta da una donna ha un impatto straordinario, posso dirlo per esperienza: ho visto con i miei occhi la faccia stupita di un giornalista sottoposto a questo “trattamento”).
  • Un altro dei partecipanti mi ha girato l’articolo di Thompson tradotto dall’Internazionale nel numero 1297 (lo trovi in originale sul The New York Times magazine). Essendo abbonata alla rivista l’avevo già visto, ma è sempre utile sottolineare che il discorso è complesso.

Il link che segnala Alberto è questo: http://www.cottica.net/2013/01/28/diventa-civic-hacker-in-poche-ore/.

Il link che segnala Alberto è questo: http://www.cottica.net/2013/01/28/diventa-civic-hacker-in-poche-ore/.

A questo tweet Donata Columbro ha risposto con un post sulla fatica di occupare un posto nel mondo. Anche altre donne, presenti fisicamente o virtualmente o assenti, ci hanno tenuto a farmi sapere che avevano ben presente di cosa stavo parlando (alcune di loro, pur non essendo particolarmente appassionate a questioni di genere).

Come sempre in questi casi, ho avuto un paio di benaltristi:

E uno che ha esordito con “eh, ma rispetto ai LUG…” (sono una comunità di cui non faccio parte, per cui non posso esprimermi).

L’ultimo ha dichiarato che anche la sua ragazza viene contattata al posto suo quando devono uscire con gli amici (nel caso non sia chiaro, non è la stessa cosa).

Cosa ne penso del benaltrismo, l’ho già scritto in passato e la reazione è sempre:

[quindi sticazzi…]

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CivicHackingIT

Riflessioni in italiano sul civic hacking e l’openness.

ErikaMarconato

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#CivicHackingIT e #scrivo. Leggo molto, a volte troppo. Sto cercando di capire il legame tra #opensource e cultura. Di #opendata parlo su @spaghetti_folks.

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Riflessioni in italiano sul civic hacking, l’openness, gli Open Data, i prototipi, il rapporto tra amministrazioni e cittadini (e viceversa). Dal 2017, questo blog e la newsletter sono curati da Erika Marconato e Matteo Brunati, altro su civichacking.it.

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