Una donna in tech, io?

ErikaMarconato
Apr 9, 2019 · 7 min read

Il 5 e 6 aprile 2019 ho partecipato al WordCamp di Torino, il mio primo incontro formale con la community di WordPress (che fa anche civic hacking, come abbiamo dimostrato nella newsletter del 23 marzo). Oltre a trovare una comunità scoppiettante e in ottima forma, ho ricevuto un sacco di spunti interessanti, conosciuto persone davvero in gamba e, in generale, partecipato a un gran bell’evento.

Di seguito, ci sono i materiali che ho usato per la mia presentazione di dieci minuti e l’idea di massima da cui sono partita (ma si sa che, quando si parla dal vivo, il copione finisce sotto le scarpe, quindi se hai assistito all’intervento e ti sembra diverso, hai ragione: parole diverse, stessi concetti).

In calce, ho messo le fonti e alcuni tweet: anche da lì passano le conversazioni.


Qualche mese fa, un’agenzia inglese mi ha taggato su questo tweet che dice — più o meno:

“Sei cose che una donna in tech dovrebbe sapere. Qualche parola saggia per le donne in tech e quelle che vorrebbero far parte del settore…”

Da brava umanista, la mia reazione è stata una scrollata di spalle, anzi, a dirla tutta, pensavo mi avessero inserito per il “quelle che vorrebbero far parte del settore”.

Io sono un’umanista: quando mi dicono che sono una nerd, rispondo sempre “una biblio-nerd!”. A me piacciono le parole più dei bit, quindi quelli dell’agenzia avranno sbagliato persona, ho pensato. Io non sono una donna in tech. Quando mi avvicino al computer racconto storie, faccio varie forme di comunicazione, scrivo. Di sicuro, però non compilo codice, non scrivo programmi, non lavoro al back-end di un bel niente.

Ho messo un cuoricino al tweet per gentilezza e sono andata avanti con la mia vita.

Dopo qualche tempo, ho conosciuto — sempre su Twitter — Alice, che è davvero una donna in tech (lavora per un plugin di WordPress). Comunque, mi ha parlato dei WordCamp, mi ha mandato un video di una sua presentazione e poi l’affondo!

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“Dovresti mandare qualcosa anche tu!” mi ha detto. O meglio, come vedete dallo screenshot:

“Senti ma, perchè non porti un talk al WordCamp di Torino che si fa ad aprile? Anche la tua storia sarebbe bellissima da raccontare…”

Stavolta la reazione ce l’ho scritta e, come vedete, non si può dire che fosse molto diversa:

“Non mi pare di aver una ‘storia’ 😂”

Sottotitolo, io non sono una donna in tech, che ci vengo a fare a Torino? Alice non ci ha creduto:

“Come non hai una storia! Sei o no una delle poche donne in Italia a scrivere/parlare attivamente di civic hacking? ;)

Sei una donna in tech con tutte le scarpe 😉 e ai WordCamp si parla anche di queste cose”

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Sull’essere una donna in tech con tutte le scarpe, ci torneremo, per quanto riguarda il civic hacking, con una newsletter settimanale, un blog dedicato e un libro in scrittura, beh quello non posso negarlo, nemmeno la mia anima umanista può dire “ma va là, non è vero!”.

Ma cos’è il civic hacking?

In breve: un pizzico di Open Data, un cucchiaino di comunità informali, parecchie zone grigie e prototipi quanto basta. Ma la definizione che trovo più chiara l’ha scritta Alex Howard nel 2014:

il civic hacking è un approccio creativo e spesso legato alla tecnologia per risolvere problemi civici.

Insomma, il civic hacking riguarda i cittadini e, in particolare, quelli che pensano che un problema concreto della loro città sia così importante da doversene prendere cura. Come le buche delle strade, ad esempio, che un servizio inglese fa segnalare ai cittadini e poi dice loro che fine fanno queste segnalazioni. Oppure come i beni confiscati alla mafia che, a volte, non vengono riassegnati e un cittadino siciliano ha pensato che fosse un problema grande abbastanza da voler creare qualcosa che mappi i beni confiscati e (se e) come vengono restituiti alla comunità.

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Parlando di problemi concreti, negli Stati Uniti ad un certo punto Jennifer Pahlka — la signora della foto — si è resa conto che le amministrazioni pubbliche dovrebbero lavorare con i cittadini e per i cittadini, così nel 2009 ha fondato Code for America, una delle prime esperienze di civic hacking nel mondo. Code for America, tra le altre cose, coordina una serie di programmi locali, che si chiamano Brigate, che lavorano sui problemi più importanti per l’area. Ad esempio, se abiti nelle isole delle Hawaii i maiali selvatici sono un pensiero enorme, quindi la Brigata di Code For America ha progettato e realizzato un sito con delle FAQ — che i cittadini hanno individuato come fondamentali — e le risposte a suddette domande.

Dato che, come vedete, Jennifer Pahlka è stata inserita nella lista delle migliori cinquanta donne in tech americane, oltre ad essere stata eletta vice direttrice dell’ufficio americano sulle politiche per la scienza e la tecnologia, non penso si stupisca quando la definiscono una donna in tech. Nonostante all’inizio della sua carriera lavorasse nell’editoria.

Non ho nessuna intenzione di tediarvi con altre americane, quindi rientriamo nei nostri confini nazionali.

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Lei è Elisabetta Tola, una giornalista o meglio una data-journalist, una giornalista che lavora con i dati.

Dopo il terremoto dell’Emilia del 2012, si è chiesta: ma la scuola dove vanno i miei figli sarà sicura o no? Posso avere queste informazioni? Immaginava, sbagliando, che i dati fossero disponibili da qualche parte come Open Data. Dato che i dati non c’erano — e che le amministrazioni erano piuttosto restie a rilasciarli -, Elisabetta ha fatto un’inchiesta, che si chiama #ScuoleSicure, in cui, attraverso la raccolta e la richiesta di dati è riuscita a mappare lo stato di cinquantamila edifici delle scuole italiane.

Un’umanista che non ha paura né della matematica, né dei dati. Non credo si definisca una donna in tech, ma, di sicuro, quando la associano alla tecnologia non si stupisce tanto quanto me alla vista del famoso tweet di apertura.

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Sempre restando sulle umaniste. Lei è Donata Columbro, fa la consulente di comunicazione per il terzo settore. Fin qui non sembra molto “in tech”, eppure…

Dopo il terremoto del Centro Italia del 2016 si è unita al progetto Terremoto Centro Italia, un progetto di civic hacking tutto italiano, nato per risolvere il problema concreto di aggregare informazioni utili da varie fonti dopo il sisma. Grazie anche a Donata, il progetto si evolve in una specie di risolutore di bug, dove i bug sono le esigenze del territorio, ma anche la volontà di aiutare chi in quel territorio ci abita. Si incrociano domanda e offerta — di alloggi ad esempio -, ma si raccolgono anche dati, si smontano bufale, si usano mappe per visualizzare notizie. Si trovano soluzioni creative: ad esempio sincronizzare Telegram — più facile da usare — con GitHub — decisamente più tecnico.

Donata fa parte del team di comunicazione, scrive articoli, racconta il progetto. Non è quella che scrive il codice su GitHub eppure è un’attivista digitale, una civic hacker. Un’altra umanista in tech. Come la nostra prossima persona…

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La donna in rosso che parla al microfono è Eusebia Parrotto, di mestiere fa la bibliotecaria. Ha una laurea in Lettere e Filosofia. Non si considera nemmeno lontanamente una donna in tech, eppure…

Grazie a lei, la biblioteca comunale di Trento è diventata — tra le altre cose — un centro per l’openness. Non solo perché ospita i CoderDojo per i bambini e le bambine. Non solo perché ospita uno sportello Linux settimanale. Non solo perché ha un progetto di servizio civile di digitalizzazione delle opere antiche che poi popolano i vari progetti legati a Wikipedia.

Ma, soprattutto, perché la biblioteca è diventata un esempio di Pubblica Amministrazione che abilita davvero i cittadini. Le opere antiche vengono rilasciate in Pubblico Dominio, in modo che chiunque — anche chi non ha la tessera — le possa consultare. Eusebia è un’abilitatrice, lavora in ottica di riutilizzo e di Open Source senza saper saperne scrivere nemmeno un po’, di codice aperto o libero.

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Nessuna delle persone di cui vi ho parlato è una maga del codice né una programmatrice back-end, ma ognuna di loro ha migliorato in qualche modo il grande settore che definiamo tech e su questo non c’è alcun dubbio. Ognuna di loro è una donna in tech, anche se non si definisce così.

Quanto a me… Sono una donna in tech con tutte le scarpe? Mah, continuo a conoscere solo un po’ di html, continuo a preferire le storie ai bit, continuo a preferire la comunicazione, ma, la prossima volta che mi definiranno una donna in tech, forse mi stupirò un po’ meno e di sicuro non scoppierò a ridere.

Cose che ho citato:

Alcuni tweet:

(L’ultimo non era per me, ma è un’ulteriore dimostrazione che l’argomento è più che urgente.)


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Riflessioni in italiano sul civic hacking, l’openness, gli Open Data, i prototipi, il rapporto tra amministrazioni e cittadini (e viceversa). Dal 2017, questo blog e la newsletter sono curati da Erika Marconato e Matteo Brunati, altro su civichacking.it.

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#CivicHackingIT e #scrivo. Leggo molto, a volte troppo. Sto cercando di capire il legame tra #opensource e cultura. Di #opendata parlo su @spaghetti_folks.

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