Coccodrilli dal cilindro — racconto 18


Tana

Un racconto di Silvia Jah Cannarsa
Illustrazione di Brigitta Ricci

In paese avere facoltà fuori dal comune era una prerogativa della famiglia Ritzos; era un dato di fatto e tutti lo riconoscevano, alcuni con qualche scetticismo, altri se ne fidavano ciecamente.

Forse il fatto che provenissero dalla Grecia aveva influenzato l’opinione comune: un paese così antico e pieno di templi e dèi conferiva loro un’aura saggia e mistica, nonostante, alla fine dei conti, spalassero lo stesso nostro letame, tale e quale.

Bula Ritzos, la mamma, era una veggente, o almeno così si diceva. Sembrava sapesse leggere il futuro di ciascuno di noi nei tarocchi, nel volo degli uccelli e nelle viscere delle capre, che poi arrostiva in cortile, deliziando tutto il vicinato.

Suo marito era morto poco dopo la nascita del sesto figlio. Mentre sistemava la finestra della camera da letto, uno stanzone dove si dormiva tutti assieme — separati solo da tendine leggere — una tegola si era staccata e gli aveva fracassato il cranio.

Alla domanda «Perché non lo hai salvato se sapevi che sarebbe morto?» Bula roteava gli occhi e faceva spallucce «l’avevamo già tirata troppo per le lunghe».

I sei figli di Bula si distinguevano per una forte indole e un corpo agile ma robusto, adatto a sopportare i gravosi lavori di campagna.

Neanche un figlio le era nato morto o si era ammalato subito dopo il parto, cosa piuttosto frequente in quegli anni. Lei attribuiva questo dono al cucchiaino di olio di ricino che sorbiva, ormai non sentendone neanche più il gusto, ogni sera prima di andare a dormire. Il ricino non sembrava avere alcun potere magico, o profetico. Quando in paese glielo facevano notare Bula sorrideva e diceva «Siate pazienti e vedrete».

Nessuno vide però un bel niente per molto tempo, fino al nono anno di Tana, la più piccola delle figlie di Bula.

La bambina sedeva al capezzale dello zio Phocas, il suo preferito, ed era in preda allo sconforto.

Vedendolo soffrire moltissimo Tana gli poggiò la mano sinistra sulla fronte sudata e la destra sul cuore. L’uomo smise subito di lamentarsi e cominciò a respirare con più calma. Le persone riunite intorno al letto gridarono al miracolo ma, dopo qualche secondo, quello spirò, con un sorriso tra le labbra.

Mentre piangevano e si abbracciavano nessuno fece caso alla bambina. Solo Bula le si mise a fianco, la portò nell’ampio cortile della casa, e, sotto un faggio frondoso le raccontò una storia.

«Ognuno nella nostra famiglia ha un nome che porta con sé un significato, lo sai, piccola mia?».

Tana si asciugò le lacrime che le imperlavano le ciglia e annuì. «Sono nomi greci».

Bula fece un cenno di assenso «Tuo fratello Angelos, per esempio, si chiama così perché, quando era nella pancia, un uccellino azzurro è venuto a sussurrarmi il suo nome all’orecchio: significa messaggero».

«Un uccellino?» chiese la bambina, dubbiosa, ma aveva cominciato a sorridere »e invece Mimis?».

«Oh, la sua è una storia bellissima. Prima che nascesse Demetrios, c’è stata una terribile siccità. Te la immagini, Tana? Non c’era più un albero che non fosse secco, le mucche morivano di sete e anche noi non ce la cavavamo molto bene. Il giorno che nacque lui si scatenò un temporale fortissimo che durò qualche ora, il tempo del parto, e ci salvò la vita. Demetra è l’antica dea greca delle stagioni, ecco perché si chiama così».

Tana batté le mani, felice. E poi cominciò a pensare, la mamma la guardava come se cercasse di suggerire la prossima cosa da chiedere. Lei si fece forza.

«E allora, mamma, perché mi chiamo Euthanasia?».


Silvia Cannarsa è nata nel 1991, ama scrivere e mangiare, non necessariamente in quest’ordine.

Brigitta Ricci ha ventidue anni, studia presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e, dalle ridenti colline reggiane, aspira a diventare illustratrice.


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