A cosa stai pensando? Ai morti

Al fantasma di M e a T, che non sarà mai un fantasma.

Un collage di Vintage Opal

I social network in generale mi piacciono molto, ma c’è un giorno dell’anno in cui li trovo insopportabili: il 19 marzo, cioè la festa del papà.

Prima di Facebook il 19 marzo per me era solo il giorno dopo il 18 marzo e il giorno prima del 20 marzo.

Da quando c’è Facebook è il giorno in cui vedo fotografie di altre persone — giovani donne come me, soprattutto — ritratte insieme ai loro padri.

Alcune di queste fotografie sono recenti, altre risalgono all’infanzia di chi le ha postate.

Quando ne vedo una non posso fare a meno di pensare: ma X che ha fatto questo post non pensa a come faccia sentire quelli dei suoi amici il cui padre è morto? Se metto un like al post di X, X si sentirà in colpa e capirà quanto sia insensibile farmi vedere questa foto?

Se postassi io una fotografia di me e mio padre?

Non sarei passivo-aggressiva come con un like (che peraltro probabilmente verrebbe interpretato come approvazione e apprezzamento, non come un acido rimprovero), ma manifesterei direttamente la mia protesta contro l’ingiustizia cosmica di essere cresciuta semi-orfana.

Questi pensieri superficiali ed egocentrici durano poco. 
Perché X dovrebbe riflettere sul fatto che tra le centinaia di persone che sono su amiche su Facebook ci siamo anche io e qualcun altro che abbiamo dovuto affrontare la morte dei nostri padri?

Non c’è ragione e infatti mi sento una persona orribile a provare risentimento nei confronti di X.

Alle persone in lutto e arrabbiate capita spesso di fare pensieri come questi nei confronti degli altri.

Sono passati quindici anni dalla morte di mio padre e ancora li faccio, un po’ perché il lutto è una condizione permanente, un po’ perché i pensieri sulla morte e su chi è morto difficilmente trovano spazio nelle conversazioni, faccia a faccia o online che siano, e quindi se ne stanno sempre chiusi in uno spazio mentale che ogni tanto si sovraccarica.

Non ho mai condiviso su Facebook (o su un altro dei social network che uso) qualcosa su mio padre o sulla sua morte, ma ho pensato a lungo se farlo la scorsa estate, in occasione del quindicesimo anniversario della sua morte.

Poi mi sono chiesta perché mi fosse venuta l’idea di scrivere qualcosa: ricordare quell’anniversario pubblicamente sarebbe stato una forma di esibizionismo? 
Avevo pensato di farlo perché desideravo essere compatita dagli altri?

Non mi preoccupava che le altre persone potessero pensare queste cose di me, ma che lo avrei davvero fatto per quelle ragioni e alla fine non ho condiviso nulla. 
Mi trovo a mettere in dubbio le mie reali intenzioni ogni volta che mi viene in mente mio padre e vorrei parlarne con altri.

Cosa voglio ottenere? 
Perché dovrei parlare di qualcosa che mette a disagio la maggior parte delle persone? 
Anche il modo in cui parlarne è parte del problema: mi capita di mettere frasi molto personali e sofferte insieme ad altre più generali, magari citando uno studio scientifico o la storia di qualcun altro usando termini freddi e distaccati.

Eppure molte persone usano Facebook per esprimere il proprio lutto, molte in modi che prima dei social network non erano possibili. 
In gran parte questi nuovi riti del lutto si svolgono sugli account commemorativi, quelli che appartenevano a persone che non hanno chiesto che il loro profilo fosse eliminato dopo la propria morte, mentre prima che questi fossero istituzionalizzati si usavano soprattutto gruppi chiusi in ricordo di una persona morta.

Secondo una stima fatta per Fusion dal dottorando in statistica Hachem Sadikki, immaginando che Facebook verrà usato anche in futuro più o meno come ora, il numero di morti sul social network supererà quello dei vivi nel 2098
Stime del genere si possono fare tenendo conto di diversi fattori in modo diverso e infatti nel 2013 Randall Munroe di XKCD ne aveva fatte due diverse: una secondo cui il sorpasso dei morti avverrà nei futuri anni Sessanta, una secondo cui avverrà negli anni Trenta del ventiduesimo secolo.

In tutto il mondo psicologi e sociologi hanno cominciato a studiare i nuovi riti del lutto che si svolgono online. Secondo alcune ricerche condividere le proprie esperienze sui social network è utile a chi è in lutto, in particolare a chi altrimenti non comunicherebbe agli altri le sue sensazioni.

Ciò che avviene sui social network quando una persona muore sembra essere una risposta alla sempre maggiore «individualizzazione, privatizzazione e secolarizzazione» delle pratiche legate alla morte nelle società occidentali. Non c’è un modo giusto per affrontare la morte e il lutto, ogni persona e ogni cultura lo fa in modo diverso (anche tenendo in casa per mesi la mummia di un caro), ed è naturale che oggi alcuni riti stiano evolvendo mentre i vecchi — come la messa in ricordo e i fiori al cimitero — hanno perso parte del loro valore.

I social network possono permetterti di urlare contro la morte, l’Universo e tutto quanto anche stando nascosta dentro un armadio, e darti un posto sicuro dove si può anche scherzare sulla morte della propria sorella. Ci sono anche una serie di siti pensati per fare queste cose in un ambiente ancora più sicuro e comprensivo, anche se spesso in modo anonimo oppure rivolgendosi a sconosciuti.

Ho letto i post in cui una ragazza che ho visto solo due volte in una città in cui non abito più raccontava come aveva saputo della morte di suo padre uno o due giorni dopo che era accaduta. 
Ho capito da una canzone condivisa senza alcun commento in un giorno specifico che era stata ascoltata in ricordo di un comune caro amico morto a 20 anni. 
Ho visto tanti post — di persone che conoscevo e non — sull’account commemorativo di questo amico, quando mi è capitato di cercarlo perché stavo pensando a lui. Ho guardato le nostre vecchie foto insieme, per ore, più volte negli ultimi cinque anni, e continuerò a farlo. 
Ho messo dei like che erano come abbracci, abbracci che forse non avrei saputo scambiare al cimitero o per strada.

Ci sono anche opinioni contrarie alla condivisione del lutto sui e grazie ai social network. Per alcuni psicologi avere un ricordo sempre presente di una persona cara morta, come quello reso possibile da un account commemorativo, può essere stressante o controproducente quando si tratta di affrontare la realtà della morte.

E tra le persone che hanno collaborato a uno studio sui gruppi di Facebook in ricordo di una persona morta, alcune hanno segnalato come quando si condivide il lutto sui social network c’è il rischio di vedere anche commenti che risultano non sinceri o insensibili nei confronti dei familiari e degli amici più stretti della persona morta.

Ho provato rabbia e fastidio per la presenza di commenti di questo genere sull’account commemorativo del mio amico nei primi anni dopo la sua morte. Nel tempo ho messo in discussione queste sensazioni così come faccio con quelle del 19 marzo — forse chi aveva scritto quelle cose per me insensibili conosceva una parte del mio amico, che era una di quelle persone di cui tutti vogliono essere amici, di cui non sapevo nulla — ma il problema esiste.

Di articoli scientifici sul tema non ne ho trovati, ma l’Atlantic ha pubblicato un bellissimo saggio della canadese Claire Wilmot che parla di cosa è successo sui social network dopo la morte di sua sorella:

Secondo alcuni Facebook e Twitter hanno aperto spazi pubblici per il lutto che prima era limitato alla sfera privata della cultura secolare. Ma invece che ricostruire un luogo dove esprimere pubblicamente il lutto i social network spesso riproducono i peggiori fallimenti culturali che riguardano la morte, cioè quelle banalità che aiutano chi si trova alla periferia di una tragedia a razionalizzare ciò che è successo, ma che mettono da parte la realtà scomoda e incasinata della perdita. (…) 
Non voglio dire a nessuno come piangere la morte di una persona cara. Ma piuttosto che parlare della nascita di un nuovo spazio pubblico per manifestare il lutto come di una cosa indiscutibilmente positiva, penso che forse la comunità online abbia bisogno di una discussione critica sull’argomento, sul trovarsi uno spazio per la propria tristezza pur essendo sensibili nei confronti di chi sta soffrendo più di noi.

I social network e il loro evolversi in modo accelerato ci prendono alla sprovvista in molti ambiti e quello dell’espressione del lutto è uno di questi.

Wilmot suggerisce a chi non fa parte della cerchia più ristretta degli affetti di una persona morta di aspettare a manifestare il proprio dolore, rievocare i propri ricordi o condividere frasi consolatorie, e consiglia invece di fare le proprie condoglianze alla famiglia di persona.

Sono dei buoni suggerimenti, ma la situazione da lei descritta è solo una delle tante in cui ci si trova dopo la morte di qualcuno. 
Non abbiamo ancora delle regole condivise, ad esempio, su come comportarci quando una persona in lutto posta ogni giorno per giorni e giorni un messaggio doloroso sulla sua perdita.

Forse Facebook non è il posto adatto per parlare di un padre morto quindici anni fa, forse col tempo mi insegnerà a parlare di lui in altri posti.

Prima che mi decida a rispondere alla domanda di Facebook «a cosa stai pensando?» con «ai morti» passerà ancora molto tempo. 
Forse non darò mai una risposta del genere. 
Intanto, qui, ho scritto “morte” e derivati per 31 volte e “padre” per 10 volte.