Ansia state of mind

Collage di Laila Al Habash

Da che ho memoria non è mai mancata occasione in cui gli adulti parlassero di me come una bambina “emotiva” e “insicura” — una pediatra mi definì “stressata”. Una volta cresciuta, queste definizioni presero la forma di una diagnosi: “ansiosa”.

Ho ricevuto in dono quella che è un’eredità familiare: un generico e inestirpabile senso di apprensione, instabilità emotiva e un catalogo di quasi-patologie e sfighe che si avvicinano a depressione, manie, psicosi e fobie del mondo moderno. Un autentico trionfo dell’inettitudine al vivere, nonché la gioia degli strizzacervelli.

Con un’anamnesi del genere potevo forse sperare in una vita del tutto priva di disturbi psicologici?

Di questo intricato mondo privo di riferimenti stabili in mezzo al quale mi sono ritrovata a crescere, ho cominciato ad avere un briciolo di coscienza quando ho fatto ingresso nell’adolescenza: guardandomi attorno la prima cosa che saltava all’occhio era che non tutti quelli che avevano la mia età vivevano le cose con gravità e soprattutto non soffrivano lo stare in mezzo alla gente con la stessa fatica.

Chi mi voleva bene diceva che era una questione di timidezza, io dentro di me mi dicevo che essere timidi non poteva significare un peso tale da impedirmi di godere di qualsiasi cosa mi accadesse.

L’ambiente scolastico in cui studiai, un liceo particolarmente rinomato per i suoi alti standard, non era di certo l’ideale per costruirsi un’identità adulta sana e forte. Piccole crepe di sfiducia si aprivano dentro di me a ogni interrogazione, a ogni sguardo storto delle compagne, a ogni parola detta con irruenza e poco garbo dalle professoresse.

Ciò sfociava in un comportamento a dir poco problematico: attenzione maniacale del corpo e del cibo, accompagnata da abbuffate pomeridiane, onicofagia, blandi tentativi di autolesionismo. I risultati scolastici, intanto, erano sempre sull’orlo del disastro.

Il mio modo di smorzare questo sobbollire interiore era incanalare tutte le mie energie frustrate nelle mani o nel corpo, ad esempio disegnando, suonando la chitarra o ancora meglio mettendomi a ballare con lo stereo a tutto volume nella taverna di casa per ore e ore, fino allo sfinimento.

Non avevo mai pensato di avere bisogno di un supporto psicologico fino a quando, una volta cambiato istituto, i risultati positivi tanto attesi dai miei genitori non arrivarono. A quel punto divenne una questione di sopravvivenza portarmi, volente o nolente, da uno psicoterapeuta. L’esperienza, seppure di breve durata e con un lavoro molto faticoso, ha innescato una coscienza delle emozioni che fino a quel momento avevo negato. Non avevo gli strumenti per gestirle perché non sapevo riconoscerle. Era così semplice, no? Sembra semplice, eppure quanti adulti fatti e finiti hanno problemi a gestire il proprio mondo interiore?

"Avevo solo bisogno di sentire le parole giuste, di farmi inserire alcune idee in testa, anche con una certa dose di irruenza, affinché maturasse una speranza."

Non era tanto una patologia a affliggermi, non c’era qualcosa di gravemente compromesso che mi impedisse di godermi la vita attimo per attimo: avevo solo bisogno di sentire le parole giuste, di farmi inserire alcune idee in testa, anche con una certa dose di irruenza, affinché maturasse una speranza, una visione positiva della vita che avevo perso dopo l’infanzia. Quella breve esperienza è bastata per mettermi sulla strada giusta. Ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza e di stringere importanti amicizie nella mia vita, impostate su dialoghi profondi, che mi hanno permesso di conoscermi a fondo e estirpare certi pensieri negativi. Quando si parla di insicurezza, e anche di ansia, il peggior nemico sono i pensieri, ossessivi e tipicamente autosabotatori. Tutto questo mi ha permesso di giocarmi le mie carte da giovane adulta nel migliore dei modi.

Una vignetta di Gemma Correll

Anche se crescendo si può cambiare, difficilmente ci si libera di una parte così grande di se stessi. L’ansia può presentarsi a periodi alterni, allontanarsi per un po’ e poi ritornare. Si impara a tenerla a bada, ci sono periodi in cui molte cose concorrono a sentirsi forti, mentre in altri tutto ci cade addosso. È come camminare su una corda tesa tra l’insicurezza e la paura, solo che la corda tesa sei tu.

Non bisogna mai abbassare la guardia e soprattutto bisogna sempre conoscersi, sapere cosa fa stare bene e come ci si può prendere cura di se stessi. C’è bisogno di molto tempo per farlo e spesso le persone soggette ad ansia e insicurezza sono proprio quelle che si pongono più domande su se stesse e si mettono più in discussione. Talvolta però non è proprio possibile farlo da soli e nemmeno i migliori amici che abbiamo possono aiutarci a salvarci, perché non è quello il loro ruolo.

Abbiamo la fortuna di vivere in un periodo in cui lo stigma intorno a chi “va dallo psicologo” è decisamente ridimensionato rispetto al passato, anche se ci vuole sempre una bella dose di coraggio per riconoscere di avere un problema e di avere bisogno dell’aiuto di uno specialista. Ho visto un sacco di amici venire a patti con il fatto che spesso certe cose non puoi affrontarle standotene buono e zitto sperando di tenerle a bada, perché semplicemente non è possibile farlo.

L’ansia ormai la conosco bene, come una vecchia amica. So come tenerla sotto controllo, soprattutto da quando ho cominciato la vita adulta. So che una bella passeggiata al parco mi aiuta a dimenticarmene, so che andare a ballare il sabato sera mi fa sentire sempre meglio e che nuotare almeno un paio di volte a settimana aiuta il mio corpo a non accumulare tensioni che si rifletterebbero anche in altri problemi fisici. So quando fermarmi un momento prima dell’arrivo di un pensiero potenzialmente distruttivo, magari scrivendo o telefonando a un amico, o meglio ancora uscendo insieme a prendere un tè. So che mettermi a fare attività creative, cucinare, fare dolci o anche solo leggere mi aiutano a allontanare da me la sfiducia e la sensazione di sconfitta.

L’ansia è una stronza. Ti colpisce quando sei sol* e vulnerabile e per questo ti obbliga a conoscerti molto bene, più di quanto chiunque altro possa fare.

Anche i pensieri stupidi, e l’ironia, aiutano molto.

Mi piace ripetermi una frase, nei momenti in cui provo quella sensazione di stretta allo stomaco, che mi aveva detto lo psicoterapeuta durante una delle ultime sedute: “Talvolta l’importante non è tanto essere forti, quanto sentirsi forti”.

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