Ci siamo sempre tanto impegnati

Collage di Ludovica Varotto

Ho 26 anni, due lauree, una storia importante alle spalle, relazioni con tante persone diverse, un contratto da stagista, molti libri da leggere, altrettante cose da scrivere, alcuni viaggi in programma.

Simultaneamente le cose, la vita, gli imprevisti, le occasioni che capitano improvvisamente, di nascosto.

Per tutte queste cose, e molte altre, si presta un impegno accurato. Sono di per sé impegnate ed impegnative. Ci convinciamo che devono essere soprattutto un impegno, prevale sempre il desiderio di stoicismo che ci impartiamo nel confronto con gli altri.

Siamo impegnati, ci diciamo.

Ce lo diciamo per giustificarci quando ci regaliamo momenti di ozio.

Siamo impegnati quindi possiamo concedercela questa pausa. Impegnati, non stacanovisti. Gli stacanovisti non hanno una vita sociale, noi siamo impegnati pure a costruirci quella, perché tutto fa brodo, no? Poi a volte perdiamo il filo e commettiamo delle piccole dimenticanze, con tutti gli sbalzi d’umore che ne conseguono.

Mi sono sentita dire di essere impegnativa. L’ho sempre creduto, ma per un fattore essenzialmente narcisista. Proprio per questo, cerco di dissimularlo il più possibile. Che poi le cose vengono a galla, indirettamente, solo per non dover ogni volta mostrare sorrisi smaglianti. Ed è probabilmente giusto così: lasciare andare le cose quando non è il caso, ma quali sono i limiti?

Si realizza che la situazione si sta facendo impegnativa e si sente la necessità di stroncarla? Abbiamo sempre bisogno di un impegno che non contrasti troppo con il senso di leggerezza.

In questa freneticità in cui tutto non è mai abbastanza, le ore scivolano via, le settimane si moltiplicano e alla fine è gennaio, mese in cui non si parte senza una lista di buoni propositi. Si torna a casa dal lavoro per fare le pulizie, si leggono 10 articoli al giorno, si guardano serie televisive, si fanno corsi, si leggono slide. Tutto mentre si lavora, si studia, la spesa settimanale, le lavatrici e le camicie da stirare.

A 27 anni Sylvia Plath stava scrivendo La campana di vetro, mentre nel frattempo insegnava allo Smith College, dove aveva studiato. Proprio nell’anno dei 27 ancora non ho scritto nulla di notevole, non ho un lavoro, ho due lauree che temo non siano veramente abbastanza. Non sono indipendente economicamente e non conosco le lingue.

Intanto sono occupata a preoccuparmi per il mio stato fisico, perché finora c’è sempre stato tempo per prendermi cura del corpo, per fare sport, per dimagrire se avessi voluto. Mi dico che c’è tempo, che mi sto ancora formando, che mi sto impegnando.

Alla fine tutti questi pensieri sono diventati una matassa di elementi, aggrovigliati. Per colpa di questa matassa spesso si corre il rischio di sentirsi inferiori, di non esprimersi, di rimanere stipati in una zona grigia. Quando semplicemente basterebbe riprendersi un po’ di leggerezza, la stessa che ci fa uscire il venerdì sera.

Un paio di mesi fa, parlando di tutto ciò e di molto altro con un’amica, alla fine lei disse: “A volte bisogna fermarsi e ammettere: ho 26 anni. È novembre. Siamo nel 2016.”

Era novembre, ed era veramente una bella frase.