E fortissimamente volli

‘The Illusion’, un’illustrazione di Diana Cojocaru

‘Oggi all’appuntamento con il chirurgo estetico, mi fa entrare e spogliare. Sotto le luci al neon, mi dice qual è il problema, dico l’adipe localizzato. Mi strizza, mi gira, non si alza nemmeno dalla sedia. Ma non hai adipe localizzato, dice, al massimo puoi pensare di perdere un paio di chili, quanto pesi, 51, forse nemmeno quelli. Vorrei protestare, vorrei fargli vedere che quando cammino ci sono delle ondine di grasso che si muovono sopra il ginocchio, ma non posso, perché lì in quel momento non riesco a vederle nemmeno io. Sono arrabbiata, ha solo spostato di altri mesi il momento in cui potrò fare qualcosa.’ 
— Diario, 23 giugno 2016

Oggi è di nuovo il primo dell’anno, il momento in cui si parla di impegno.

Ma non c’è pericolo che io mi scordi cos’è l’impegno.

Trascrivo sull’agenda il numero di un medico estetico che ho appuntato in precedenza su un post-it, che da settimane confronto con altri da Internet e passaparola.

L’idea di finirla con questo malessere ha creato un ostacolo, un argine così alto che ogni pensiero viene bloccato da un ALT. Da un cartello che dice “Quando le tue cosce saranno ok”.

Mi è anche servito a qualcosa.

Ho due lauree, un master, un lavoro, una certa forma fisica, una casa, una macchina, persone che mi vogliono bene.

Non mi sono mai tirata indietro davanti a una notte in ufficio. È che quando qualcuno dice, “Ci tieni troppo, lascia un po’ andare,” l’unica cosa che riesco a pensare è di essere riuscita a ingannarne un altro, e pure bene: la cosa a cui tengo troppo è solo uno specchietto per le mie allodole, una messa a fuoco di comodo sul mio primo piano.
La gente pensa che stia dando il massimo, ma non sa che l’impegno che metto nelle cose è solo un pallido riflesso delle mie ossessioni.

Ma se passo 14 ore in ufficio, se faccio tutti gli esercizi in palestra, se faccio anche la lezione dopo, sto facendo qualcosa.

È una partita contro me stessa, un modo per tenermi occupata, una religione.

Senza essere quella persona che ora qui sta facendo quella cosa, io non esisto.

‘Oggi in ufficio eravamo solo in tre, è festa. Dopo un po’ che lavoravo, ho sentito il silenzio e quando ho alzato gli occhi. R. mi ha chiesto se prendo il Ritalin. Ho detto no, perché? Mi ha detto che era l’una e 40, che non dicevo parola e non smettevo di battere i tasti da quattro ore, mentre loro parlavano, ridevano, sentivano musica a pochi metri. Ma io non li sentivo.’
 — Diario, 7 dicembre 2015

Potermi dire sto facendo qualcosa
Questo faccio. 
Squat dopo squat dopo squat.
E loro mi sfuggono, mi dimostrano fallibile.

Allora sottopongo le mie amiche a quiz sadici. 
“Hai mai notato in estate quando sono in ufficio con tutto il bianco che mi circonda, hai mai notato che ho un accumulo di grasso lato-ginocchio?” e dentro di me penso, davvero penso, che i medici mentano, le amiche mentano, le bilance mentano.

I miei sentimenti sono giganti. Fuori dall’umano, impossibili a essere soddisfatti. Per fingere di impegnarmi per la mia vita relazionale reale, per fingere di mettermi in gioco con una razionalità piegata all’accoppiamento, al desiderio, all’essere due (mentre dentro ho solo rabbia, titanismo, solitudine, bisogno di affetto come un cane inviso al padrone, ossessione), voto le mie parole e i miei gesti a mosse di gioco.

C’è un particolare moto del volto di cui vado alla ricerca nelle persone. È un momento di beatitudine dell’espressione, una sospensione del mondo circostante, è una semplice affermazione a se stessi, “Sì,” “Sì,” “Sì.”

Dimostrarmi il controllo su un’altra persona mi serve per confermare la mia capacità di lasciare un’impronta su una realtà che non riesco a toccare, che non mi interessa. Quella ordinata, quella che non mi ossessiona.

‘Ieri ero nevrotica, ma dovevo partecipare a un reading, una cosa tra amici, la mia presenza pur immusonita e imbarazzata era necessaria, conoscevo pochi ma mi aspettavano tutti.
Dovevo anche vedere C, che non ha nulla che non va, mi piace, artista, mondano, occhio ceruleo, gli davo buca da giorni. Stavo sprofondando nel caos. Dovevo alzarmi, figuratamente, gli ho detto ci vediamo al reading, siamo andati al reading, siamo andati a bere, etc. Ho sorriso e fatto un paio di osservazioni calibrate, ho compiaciuto me stessa nello sguardo di C. Ho canalizzato tutto nell’essere lì, ma non ero davvero presente. Ero nel mondo dove si fanno cose per non farsi mangiare dalla tristezza, dalla domenica.’
— Diario, 17 dicembre 2016

Opporre l’odore vero di colonia forte alla memoria di un odore che mi piace e mi rifiuta, il gesto al caos non cura, non curerà mai, ma mi consente di vivere.

Non c’entra, o non vuole c’entrare con un successo che ho sempre solo avvertito come un caso, una scoperta fortuita che quelle persone riunite e rumorose brindano a me.

Brindano al mio tentativo di ‘fit in’, di adattarmi.

E così a ogni nuovo anno ricomincio da capo, con un desiderio verso, con una promessa di, con la speranza che possa finalmente servire. L’impegno è solo una ramificazione del caos che cerca di tramutarsi in ordine. E se non può medicare, che allora ci pensino i professoroni in camice bianco a cui mi rivolgo.

‘CURARSI LA TESTA -

CURARSI IL CORPO -

NON AVERE PAURA.’ 
— Diario, 1 gennaio 2016

Anche se so che è solo un altro scalino in discesa.