Essere qualcosa o fare qualcosa

Un’illustrazione di Malvina Berti

Io sono, io sono, io sono.

Io sono una giornalista, una social media manager, una scrittrice; io sono una professionista creativa, organizzata, ordinata.
Io sono in controllo, sempre, di tutto quello che mi accade, delle mie emozioni, dell’orologio. 
Io sono quella che se decide di finire questo pezzo alle 15:05 lo finisce alle 15:04. 
Io sono una che si è inventata tante storie per nascondere il fatto che semplicemente, a volte, non sono.

Mi sono sempre piaciute le parole, anche se non ne ho mai inventate di mie. Da piccola le collezionavo come i mattoncini del Lego, cercando di infilarle in diverse combinazioni, tirandole fuori con una proprietà di linguaggio che spesso lasciava stupiti i miei interlocutori adulti.

Poi ho imparato a scriverle, e da allora sono stati fiumi di parole raccolti prima in diari dalla copertina morbida e colorata, poi in rigidi taccuini Moleskine con annotata rigorosamente la data d’inizio e fine.

Per tutta la mia adolescenza questi taccuini hanno racchiuso i miei pensieri e tutti i miei sono.

Io sono arrabbiata.
Io sono stanca.
Io sono felice.
Io sono malata.
Io sono confusa.

Quanto può far male il verbo essere, quando esci dall’infanzia e cerchi di capire dov’è il tuo posto in un mondo che vuole che tu sia qualcuno? Come si affronta lo sgomento di capire, dopo rincorse e pillole amare buttate giù anche senza un poco di zucchero, che forse ti eri sbagliato?

Non lo so come si fa. So solo, per esperienza personale, che si fa.

È arrivato un giorno in cui ho realizzato che non sono una scrittrice, non sono una social media manager, non sono una traduttrice, non sono una copywriter, non sono una giornalista.

Che non voglio che gli altri vedano e commentino le mie foto su Facebook perché l’unico motivo per cui mi piace è perché mi gratifica.

Che odio andare a quelle cazzo di feste organizzate dalle riviste famose con gli hashtag e il finger food e personaggi famosi a caso e le liste all’ingresso.

Che odio andare in ufficio perché detesto non sentirmi libera di gestire il mio tempo e di andare a pisciare ogni dieci minuti se ho voglia di bere tre litri d’acqua in due ore.

Che da quando ero bambina è stato sempre un tripudio di verbi essere, di bisogno di identificarsi in qualcosa, di costruire sin da piccolissima un’identità basata su una professione che ho seguito con la precisione di un certosino, scrivendo gratuitamente, facendo stage, facendomi pagare, lavorando di notte, lavorando di giorno, andando alle feste, coltivando i rapporti, postando articoli online, mettendo mi piace, studiando su LinkedIn, aprendo la Partita Iva, regalando tanti sorrisi a persone che non se li meritavano.

Che confusione, lavoro: sarà perché non ti amo? 
Forse no. Forse ti amo, ma dobbiamo parlare. 
Che sia facile? 
Che basti partire da piccole cose, come cambiar verbo?

Ecco, proviamo così: io faccio la giornalista.
Io faccio la social media manager.
Io tendo ad essere ordinata, ma il mio armadio è un casino.

A volte quello che faccio mi fa schifo.
A volte mi faccio schifo.
A volte scazzo, mi dimentico, mento, rattoppo.

Mi stufo facilmente, ma difficilmente lo ammetto.

Mi confondo spesso: confondo l’importanza delle cose, le facce e i loro nomi, i piatti fondi con quelli piani, John Malkovich con Willem Dafoe.

Sono confusa? A volte.

In fin dei conti basta poco per metterlo in riga, quel bastardo d’un verbo essere.

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