Ho lasciato un lavoro che tutti mi invidiano

Jennifer Aniston nel film "Impiegati… male" ("Office Space"), 1999

Breve storia triste: nel posto in cui ho lavorato, lavorano persone che non sono lì per quello che fanno, ma per quello che rappresenta esserci. 
Nel mio discorso interiore si chiamano “quelli con i sentimenti piccolo-borghesi”.

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E ora, breve storia triste su di me: quando sono andata dal dentista a gennaio mi ha chiesto se mangio cibi particolarmente duri, perché consumo i sigilli di tutti i molari quattro/cinque volte più frequentemente rispetto agli altri pazienti. Considerato che vivo di bianco secco e avocado, dubito di poter dare alla dieta le colpe che devo invece dare al mio esaurimento nervoso.

Sono anche andata dal medico di base a marzo, perché sono talmente stanca che con lo psicoterapeuta non riesco più a parlare, la sola idea di trovare le energie per verbalizzare lamentele o problematiche mi nausea. 
Sai quella nausea da corsa al freddo? 
Il medico di base mi ha dato delle benzodiazepine per la contingenza e antidepressivi per la sostanza, ho preso le benzodiazepine rigorosamente e solo per dimenticarmi di essere dove sono quando sono al lavoro, o di doverci andare il giorno dopo.

Non ho mai preso gli antidepressivi, perché ho paura di ingrassare.

Tutte le volte che mi hanno chiesto cosa faccio nella vita, ho risposto lavoro nella moda. 
Se proprio insistevano, dicevo il nome del posto in cui lavoravo. Al che rispondevano tutti wow, e io morivo un po’ al pensiero che mi ritenessero umile. Ma poi non ho mai dato seguito con le parole alla smorfia che facevo davanti alla loro ammirazione. Perché, ancora, non avevo voglia di verbalizzare o di lamentarmi.

Per lasciare il mio lavoro ho dovuto venire a patti con il fatto che per qualche tempo rinuncerò all’etichetta pubblica di cool, ma che se non avrò il coraggio di modificare subito le mie informazioni di contatto su Facebook va bene così. Che non per forza devo fare le cose di petto, in fin dei conti sette anni di dedizione nei confronti di un posto di lavoro è ben più di quanto io abbia mai dedicato a un altro essere umano.

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Ad un certo punto, ho presentato la lettera di dimissioni. Si fa con un form online, attraverso l’ente deputato. Un quarto d’ora di travaglio, e sei libero.

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Cose che è utile ricordare se si vuole mollare un lavoro che tutti considerano estremamente figo, ma che fa stare male:

  1. Ricordarsi che le benzodiazepine ti fanno passare la voglia di scopare.
  2. Ricordarsi che la gente che si è davvero fatta un nome l’ha fatto sopravvivendo ai brand, imparando quello che poteva e poi portandolo da un’altra parte.
  3. Se pensi di dover aggiungere il posto dove lavori al tuo nome e cognome quando ti presenti, pensa di nuovo: è meglio pretendere che la gente si ricordi il tuo nome e cognome da soli, perché se tutto va bene non lavorerai tutta la vita in un posto.
  4. In alcune città, per esempio quella in cui vivo, il lavoro che fai definisce chi sei (American Psycho) quindi lasciare un lavoro ti farà piangere e urlare per settimane e pensare di essere stato un coglione etc etc etc. È ok.
  5. Ci saranno sempre persone che ti dicono che ti lamenti e basta perché pensano che il tuo lavoro sia figo, ma non sono te e non sempre sanno quello che dicono.
  6. La linea tra cosa ti fa stare male ma dovresti imparare a gestire e cosa ti fa stare male e hai ragione a stare male è sottile, e non tutte le branche di analisi vogliono tracciarla. Io sono andata a cercarla perché penso che il rispetto per se stessi passi anche dal capire quando si stanno solo facendo i capricci.
  7. Ma anche le branche di psicanalisi che pensano che tutto vada ricondotto al modo in cui il soggetto vive le cose, senza riguardo per una realtà oggettiva (che esiste? non lo so), hanno ragione.
  8. È il tuo lavoro.
  9. Non sei tu.

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