Ho smesso di confondere il presente con il passato

Un collage di Ludovica Varotto

Avere 16 anni negli anni ’10 del 2000 non è un’impresa semplice — come se avere 16 anni in qualsiasi altra epoca storica lo fosse mai stato.

La me sedicenne ogni mattina prendeva l’autobus, si sedeva accuratamente nel posto più nascosto, metteva le cuffiette con i Led Zeppelin e se ne stava lì a guardare male chiunque osasse incrociare il suo sguardo. 
Nel frattempo osservava le sue compagne, strette nei leggings e nelle felpe fucsia di Abercrombie & Fitch, con le Air Max bianche e i capelli piastrati.

I loro zaini Eastpak erano decorati con TVB scritti col bianchetto, mentre il suo era pieno zeppo di toppe e di ritratti di musicisti da lei disegnati.

Tutto, del suo look, del suo atteggiamento, gridava: ‘Io non sono come voi’, ma soprattutto: ‘Io non sono qui con voi’
Nella mia mente ero nella folla palpitante di Woodstock, a una manifestazione di Lotta Comunista, nel bagno del CBGB, sui divanetti dello Studio 54.

Da un punto di vista psichiatrico, la nostalgia è il desiderio di tornare a casa nel passato — un passato idealizzato, la bramosia per un passato anestetizzato.

Non una vera ricostruzione del passato, ma una combinazione di diverse memorie, tutte integrate insieme, che nel processo escludono le emozioni negative.

Quando pensiamo con malinconia alla nostra infanzia, per esempio, rimpiangiamo un tempo di generale serenità.

Certamente, ci verranno in mente anche dei momenti brutti e traumatici, ma non ricorderemo che anche allora le nostre giornate erano comunque segnate dalla preoccupazione, dalla noia e dall'ansia. 
Ciò accade perché quando cerchiamo di ricostruire il passato non lo facciamo attraverso un ricordo specifico, ma attraverso l’emozione che ci lega a quel momento.

Un processo analogo, anche se in proporzione diversa, accadeva anche alla me sedicenne e a tutti coloro che soffrono della cosiddetta ‘retromania’.

Come si può avere nostalgia di un’epoca mai vissuta?

Marion Cotillard in ‘Midnight in Paris’

L’immaginario collettivo cui facevo (e in parte faccio ancora) riferimento è un minestrone di spunti offerti dall'arte del passato.

La mia venerazione per gli anni ’60 e ’70 si alimentava di letture, film e musica prodotta in quel periodo o prodotta per evocarlo a chi l’aveva vissuto.

Io, che ero ai margini della storia, esclusa dalla retromania collettiva perché colpevole di non essere nata nel decennio giusto, me n’ero costruita una fittizia: una sorta di iper-epoca fatta di ventenni ribelli e chiassosi, di manifestazioni politiche non meglio precisate, di sessualità libera, di musica meravigliosa e mai più eguagliata.

Come potevo inserirmi serenamente in quel tessuto sociale fatto di felpe colorate e iPhone 4? Come potevo sentirmi a casa nel 2011 quando la mia casa era un fragile e confuso castello di carte non meglio collocato tra il 1960 e il 1980?

Evidentemente qualcosa mi sfuggiva.

E cioè che questa mia vita passatista era possibile solo grazie all'invenzione più straordinaria del nostro tempo: Internet.

Dovevo ringraziare il presente se potevo costruirmi un passato.

Il mio essere millenial era ciò che mi aveva permesso di assemblare un’epoca mai esistita, fatta su misura per me.

Se fossi nata nel mio paesino e avessi avuto 16 anni nel 1969, avrei ascoltato i Led Zeppelin o Amedeo Minghi? 
Mi sarei vestita con i pantaloni a zampa rattoppati o con un bel twin set in frescolana?

Nel tentativo di ricreare un passato idealizzato, disperdiamo le energie psichiche per cercare di riempire il vuoto del presente. 
Con la testa perennemente rivolta all’indietro, ci perdiamo lo splendido panorama che abbiamo di fronte.

La mia ‘riscoperta del presente’ ha coinciso, più o meno, con la mia uscita dall'adolescenza e con l’inizio dell’università. 
Il baricentro della mia vita si è spostato dal paesino a Milano, una città viva ma soprattutto immersa nella contemporaneità.

Lì, tra le aule della facoltà di Lettere, circondata da studenti con Mac e iPad che tanto disprezzavo, ho sentito per la prima volta il sincero desiderio di adeguarmi alla realtà. Amavo ogni singolo secondo del presente, mi sentivo e mi sento parte del mio tempo.

Ora ho 21 anni.

È il 2017 e i diversi pezzi della storia riaffiorano e si amalgamano insieme. Sono felice di essere qui, adesso, e che ci siano nuove sfide e nuove rivoluzioni da affrontare e portare avanti.