Il 2017 è finito, #metoo no

Lo scorso dicembre, il Time ha proclamato il movimento #metoo la "persona dell'anno" del 2017. L'ondata di testimonianze contro il produttore Harvey Weinstein ha provocato un effetto a catena di cui non vediamo ancora la fine: nuove accuse, nuovi presunti o accertati molestatori e violentatori, licenziamenti, reportage, inchieste. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo raccolto alcune testimonianze anonime. Le pubblichiamo qui, a distanza di qualche mese dall'inizio dello scandalo, per ricordarci/vi che #metoo è un hashtag che in quanto tale ha una durata limitata, mentre violenze e abusi non conoscono calendari e non spariscono con una manciata di buoni propositi scritti in un diario, un blog o bofonchiati in una riunione.

Buon 2018 a tutti/e.

Prima di leggere: considera che in questo testo sono presenti riferimenti molto espliciti a violenze, molestie e abusi sessuali. Leggere questo articolo non è un dovere: se non te la senti, se stai lavorando, se hai vissuto episodi simili che non hai voglia di ricordare, chiudi pure questa scheda e pensa ad altro: al lavoro, ai tuoi impegni, a qualsiasi cosa.

1.

Ero sul un regionale a lunga percorrenza. Ne venivo da una settimana di esami all’università che, uniti a tutti i pomeriggi lavorativi, mi avevano lasciata esausta. Tornavo a casa dai miei e avevo molto sonno, ma avevo del lavoro da fare e stavo lì a scrivere. Un ragazzo davanti a me, vestito in modo molto elegante e di bell’aspetto, cominciò a fare conversazione. Aveva dei modi molto gentili e io all’inizio risposi. Ad un certo punto si fece più insistente e iniziò a fare domande troppo personali. Allora io, un po’ imbarazzata, dissi che dovevo lavorare. 
Abbassai gli occhi sul quaderno e, quando li alzai, vidi che aveva aperto la zip dei pantaloni e si teneva il pene in mano, accarezzandosi e guardandomi fisso.

Mi alzai di scatto, dissi qualcosa come “che schifo”, raccattai le mie cose e andai dal controllore, che fu molto gentile e solerte. Purtroppo, siccome eravamo vicini a una stazione, non facemmo in tempo a tornare nel vagone che quello era già sceso. Ricordo comunque l’imbarazzo di andare da un altro uomo a dire che uno si era toccato davanti a me, e il senso di schifo che mi accompagnò per tutto il giorno. Ah, per chi se lo stesse chiedendo: indossavo un paio di jeans, una t-shirt dei Metallica e un paio di scarpe da tennis.

2.

Di racconti riguardanti molestie sessuali si potrebbe riempire un treno merci infinito. Io, per fortuna, non ne colleziono molte. In ogni caso, con la mia testa tra le nuvole, credo di essermene perse parecchie. Quello che ricorre più spesso nella mia carriera di abusi sono veloci toccate o intense osservazioni di culo, commenti su un seno troppo grande per un corpo così piccolo e così via. C’è un gesto, però, che nonostante la sbadataggine, non riesco ad ignorare. Me ne sono resa conto quella volta in cui lavoravo su un set televisivo piuttosto grosso. Italianissimo.

Avevo necessità di parlare con il regista che sembrava inafferrabile. Avevo visto che un capo tecnico, uomo, era riuscito ad avvicinarlo in tranquillità. Io, giovanissima donna (prerogativa già molto faticosa nello show business), ho chiesto scherzando come fosse stato in grado di farlo. Lui si è indicato il pacco con entrambe le mani, e, non contento mi ha afferrato il polso blaterando qualche stronzata. Niente di grave, sui set la sopravvivenza è spesso complicata. Ma mi ha fatto affiorare un ricordo, di “quella volta che”.

Avevo circa sei anni ed ero in vacanza con genitori e amici dei miei. Eravamo in tre famiglie ripiene di marmocchi, qualche adolescente e un ragazzo sui venti. 
La sera, noi marmocchi con adolescenti e giovane ragazzo, accendevamo un fuoco e ci raccontavamo storie di paura. Classico scenario da ragazzini in campeggio. Una sera però il ragazzo più grande si è proposto di raccontare una storia solo a me. 
Figuriamoci, un narratore personale. 
Incredibile.

Era la storia più paurosa che io avessi mai sentito, per di più al buio pesto su un’amaca scricchiolante. Il giorno seguente è stata ripetuta la cortesia, ma il mio narratore si è fermato a metà racconto. Un po’ turbata gli ho chiesto di continuare, ma c’era da pagare pegno. Per finire la storia bisognava stringere qui, in mezzo alle sue gambe. Aveva la sua mano stretta attorno al mio polso. A me non sembrava una cosa troppo piacevole, quindi ho lasciato l’amaca divincolandomi.

Il giorno seguente la mia curiosità era cresciuta. Il ragazzo si era proposto di terminare la storia, ma lo scotto era nuovamente da saldare. A questo punto ho stretto lì, in mezzo alle sue gambe. Ricordo molto bene il tessuto scivoloso del suo costume e la sua mano stretta attorno al polso. Ricordo che non ero molto brava.

Non ho memoria di come sia finita la storia, ma so per certo che le sere seguenti non sono più voluta uscire dalla tenda. Da qualche parte del mio cervello, quell’informazione è stata ben scolpita. Mi chiedo perché debba esistere nella nostra società il pensiero che una molestia sessuale porti da qualche parte, o faccia guadagnare qualcosa. Non mi è mai capitato più di questo, ma sono sicura che parte del mio immaginario sia stato disegnato anche su un evento del genere.

3.

Avevo 13 anni quando tre ragazzi della mia compagnia mi violentarono. 
Uno di loro ci provava con me da un po’, aveva 17 anni. Una sera mi invitò a uscire e io pensai che volesse stare solo con me, così accettai.

Mi portò lungo un canale, costeggiato da una parte da alberi e dall’altra da mura molto alte. Arrivati a un certo punto mi baciò e cominciò a toccarmi. Per me era la prima volta e, pur sapendo che non era giusto farlo, avevo molta voglia di permettergli di toccarmi, senza capire esattamente fino a che punto.

Solo che ad un tratto sbucarono anche gli altri due, uno di 18 e l’altro di 19 anni. Si sono divertiti a prendermi a schiaffi a turno prima di abusare di me in ogni modo possibile. Nel mentre mi riempivano di insulti.

Da quell’esperienza ne uscii molto turbata, fino ad arrivare a pensare che il mio corpo non valesse nulla, quindi darmi alla prostituzione per potermi drogare. C’è voluto del tempo, ma poi, per fortuna, ne sono uscita. Porto ancora i segni di quella notte, sul corpo e nell’anima.

4.

Avevo circa 12 anni, ero sul tram in Via Torino a Milano e tornavo da una manifestazione a cui avevo partecipato insieme a un’amica e ai suoi genitori. 
Il tram era molto affollato e tutti i passeggeri erano pigiati l’uno contro l’altro. A un certo punto ho sentito una mano che spingeva tra le mie gambe: inizialmente ho pensato si trattasse di un contatto involontario, ma quando il contatto si è fatto insistente ho capito che non c’era proprio nulla di involontario. 
Ricordo che cercavo di spingere via quella mano con tutte le mie forze con l’unico risultato di aumentare la sua insistenza, il palpeggiamento. 
La mia forza era quella di una bambina — nemmeno particolarmente sportiva o strutturata — la forza della mano era quella di un uomo, un vecchio (chissà, magari aveva 50 anni, ma ai miei occhi era proprio vecchio) che mi fissava imperturbabile mentre ravanava tra le mie gambe. 
Non ho detto una parola, non ho emesso nemmeno un sospiro, cercavo solo di spostare quella mano senza riuscirci. Nessuno intorno si è accorto di nulla. Poco dopo è arrivata la nostra fermata, sono scesa dal tram mentre quel vecchio continuava a guardarmi. Mentre camminavamo verso casa, credo (ma non sono sicura, il ricordo non è molto nitido) di aver detto alla mia amica “ma lo sai che uno sul tram mi ha toccata?” “Ma va, cosa dici”.

Alle medie, tornando da lezioni di chitarra, un uomo ha iniziato a seguirmi per strada. Era giorno ed ero nel mio quartiere. Quando mi sono accorta di essere inseguita ho iniziato a correre, con la chitarra sulle spalle, facendo attenzione a non arrivare mai vicino a casa mia per non mostrargli dove abitavo; lui ha iniziato a correre a sua volta. Non so come ma l’ho seminato, o forse lui si è stufato e se n’è andato.

Ero al liceo, tornando dal cinema con un gruppo di compagne di scuola. Ero seduta sul tram (ancora!) e dietro di me intravedo con la coda dell’occhio un uomo, ma non ci faccio caso e continuo a parlare del film appena visto con le ragazze. Era inverno e avevo un cappotto spesso e pesante — per fortuna. Quando scendiamo dal tram la ragazza seduta di fronte a me esclama “Che schifo quello lì, mamma mia” e io “Perché? Che ha fatto?” “Eh si è fatto una sega con il sedile e la tua spalla”. Rimango basita, per fortuna grazie allo spessore del cappotto non avevo sentito nulla; le urlo “Ma scusa, e perché tu che lo vedevi non hai detto nulla???” “Perché tu non dicevi nulla e ho pensato ti andasse bene così.”.

Qualche anno fa durante un colloquio il capo mi ha chiesto “Sei fidanzata o sposata? No perché sai, quando vai in giro dai clienti — non dico tu debba flirtare con loro — ma è importante che loro siano attratti anche da te e non solo dai prodotti, che ti percepiscano disponibile anche se *magari* non lo sei”.

Ho fatto una terapia per dolori muscolari durata diversi mesi. Durante ogni seduta — che si svolgeva in mutande e reggiseno — il medico da cui ero in cura commentava il mio corpo: “Va’ che tettona!” “Eh c’hai proprio delle belle tette” “Per questo culo facciamo qualcosa?”.

Quando esco di casa, un giorno no e due sì, alla fermata del tram, in metro, quando passo davanti a un bar o in qualunque altra situazione quotidiana, ricevo urla, apprezzamenti, commenti viscidi e a sfondo sessuale. 
Che palle. 
Penso comunque di essere stata molto fortunata finora.

5.

Avevo 19 anni ed ero scappata di casa. Non riuscivo più a stare con i miei, perché non mi sentivo di stare nel posto giusto. Iniziai a lavorare per lo zio di un mio amico. Io ero molto prosperosa e graziosa e notavo che quest’uomo mi desiderava, ma io non gli davo molta corda. 
Un giorno fui costretta ad andare con lui per lavoro e lui, mentre eravamo nella sua decappottabile, iniziò prima ad accarezzarmi le gambe e poi a toccarmi il seno. 
Io mi ribellai e lui mi chiese subito scusa, giustificandosi che lo aveva fatto perché io gli avevo inviato segnali che lui mi interessasse. Dopo quasi una settimana mi licenziò dicendomi che non ero adatta a quel lavoro.

6.

Da adolescente ho iniziato a frequentare un ragazzo che aveva quattro anni più di me. Ai miei occhi era una specie di anima gemella, che avevo idealizzato negli infiniti pomeriggi trascorsi ad aspettare che facesse capolino sul balcone o nel cortile del suo palazzo, vicino al mio.

A un certo punto abbiamo iniziato a “frequentarci”. Ci siamo prima baciati e toccati a casa sua, poi la “storia” è continuata un pomeriggio in piscina. Questo ragazzo era molto semplice e grezzo, eppure non ho mai sentito reali mancanze di rispetto da parte sua. Solo un’immensa ingenuità, nei confronti di se stesso, degli altri e del mondo.
 
In presenza dei suoi amici, in piscina, la sua gentilezza aveva lasciato spazio a un po’ di sbruffoneria. Voleva a tutti i costi esibirmi, far vedere il suo piccolo trofeo agli altri presenti, se non ricordo male tutti maschi. Io mi divertivo, ero piccola, ero avvinghiata al ragazzo che avevo sognato di avere per almeno i dodici mesi precedenti, quindi avevo un livello di sopportazione molto alto nei confronti del suo atteggiamento. In fin dei conti era il suo modo di dimostrare che era orgoglioso, anche se espresso con un po’ troppi palpeggiamenti ed esibizioni pubbliche di “affetto”. 
Ero piccola, ma già formosa. Le sue mani ricadevano sempre sul mio seno e io pensavo che non ci potevo fare niente, se il mio corpo era quello lì. Anche se un po’ mi vergognavo, un po’ mi sarebbe andata bene così, se la disponibilità nei suoi confronti non fosse stata letta come qualcos’altro, come qualcosa che ti puoi scambiare come i buoni sconto del supermercato.

Quando siamo entrati in piscina i suoi amici, suoi coetanei, non mi lasciavano stare. Forse pensavano di aver vinto anche loro un trofeo, pensavano che la torta si potesse in qualche modo spartire. Ricordo molti contatti più o meno casuali, molte mani che si poggiano dove non dovrebbero stare, ma ciò che ricordo in modo assolutamente lucido è la mano di uno di loro che si infila nelle mie mutande, nel mio bikini, sott’acqua, alla ricerca della mia vagina, mentre ride. Ricordo il mio corpo reagire all’istante, tentare la fuga, cercare di placare l’agitazione al suono di quella risata molto inquietante. La mia mano che afferra il suo polso per tirare via a forza la mano estranea che era dove non avrebbe dovuto stare. Non contento, ci riprovò di nuovo (per la cronaca, riuscì nel suo intento, era più veloce e furbo di quanto credessi). La scenetta si ripeté, tale e quale, perché i miei no e il mio corpo che lo rifiutava non bastavano a fermarlo.

Non mi vergogno di quello che stava succedendo con l’altro ragazzo. Era più grande, era un po’ stupido, non era di certo particolarmente bello, ma lo volevo. E lui voleva me. C’era consenso, anche in quelle gite nel bagno della piscina di cui poi sarei finita a vergognarmi per paura che i miei genitori lo scoprissero. In quegli incontri nascosti, in quei baci scambiati al buio, in quel contatto intimo che mi stupivo a scoprire così presto e con una persona così apparentemente grezza, ho sempre trovato qualcosa di speciale.

È quella mano che nessuno aveva chiesto, quell’intrufolarsi dentro al mio costume, quelle dita che non conoscevo e non volevo conoscere, quella risata insopportabile, quell’insistenza. Mi sono chiesta più volte negli anni a venire se ci fosse stato qualcosa che non andava, in me. Avevo fatto troppo l’oca con il ragazzo che mi piaceva e quindi mi ero meritata quel tipo di trattamento? Il mio bikini aveva il reggiseno a triangolo, magari con quello sportivo avrei fatto meno la figura della “porca”. Forse se mi fossi depilata meglio non si sarebbero intravisti i miei peli pubici e nessuno avrebbe pensato a me “in quel modo”.

Per anni mi sono sentita sbagliata e ho voluto ripudiare tutto ciò che era successo in quella piscina, perché facente parte di uno schema causa-effetto che non mi sentivo in grado di sostenere né di sopportare. Nel tempo ho imparato a distinguere le due cose e a ricordarmi le diverse sensazioni provate: la me nascosta nei bagni della piscina era contenta, scopriva il suo corpo (e quello di un ragazzo) e sorrideva. Quella gioia era nascosta solo perché, se resa pubblica, sarebbe stata giudicata come qualcosa di tremendo, qualcosa di assolutamente inappropriato per l'età, per il paese, per le modalità in cui si era svolta. 
La me che si toglieva di dosso la mano di un ragazzo che non voleva era arrabbiata, disgustata e offesa, aveva il corpo rigido, provava un senso di straniamento. Le stesse sensazioni che avrebbe provato di lì a qualche anno quando avrebbe reincontrato quella stupida risata alla stazione dei treni. Avrebbe voluto dargli un pugno, con quella stessa mano che l’aveva spinto via anni prima, e invece si limitò a guardarlo con tutto il disprezzo e il risentimento con cui si può guardare una persona negli occhi.

7. A.

Non so se questa esperienza rientri nella tipologia di storie che state cercando, ma riguarda delle cose successe con un ragazzo con il quale sono stata per due mesi mentre ero in Erasmus. Come tutte queste storie è molto difficile da raccontare, in primis perché ogni volta che ci penso dico “vabbè, non è stato nulla in confronto ad altre cose che possono succedere”, “forse avrei dovuto stare più attenta”, “forse lui non era cattivo, era solo incasinato”, “forse potevo dire no e andare via”, “forse ero troppo giovane per reagire e quindi va bene così” e decine di altri frasi che mi fanno pensare che forse non vale la pena scrivere questo.

Ho conosciuto questo ragazzo tramite una mia amica, abbiamo iniziato a parlare su WhatsApp e ci siamo piaciuti, cosi ho deciso di accettare il suo invito a casa sua e dai suoi genitori un po’ fuori dalla città dove abitavo. 
Ci siamo trovati bene per un paio di giorni e quindi ho deciso che potevamo iniziare una relazione anche se lui si stava trasferendo per lavoro in un paese a 5 ore dalla città dove abitavo in quel momento. 
Alcuni giorni dopo siamo andati a casa sua al mare e ho iniziato a notare dei comportamenti un po’ strani: era un ragazzo aggressivo e problematico, ma allo stesso tempo era tenero e si prendeva cura di me. La relazione era molto complicata perché eravamo lontani, lui lavorava tanto e aveva poche ore libere per sentirci su Skype, io mi sentivo bene, mi piaceva, lo avevo presentato ai miei amici e visto che volevo andare a trovarlo ne avevo parlato anche con i miei genitori.

Lui veniva da una famiglia benestante francese, lavorava come chef anche se era molto giovane (23 anni come me all’epoca) e aveva alle spalle una storia molto difficile. Ma riuscivamo a parlare, a capirci ed era piacevole sapere che lui c’era.

La prima volta che andai a trovarlo nel suo nuovo lavoro per il weekend, ho preso il treno, il pullman e una macchina, nevicava e faceva molto freddo, lui aveva un piccolo appartamento nel seminterrato di un palazzo e lì mi ha accolta.

Abbiamo iniziato ad avere alcuni problemi di comunicazione, io non avendo una conoscenza di francese "pro" cercavo di comunicare anche in inglese ma non riuscivamo a capirci del tutto e ho iniziato a notare dei comportamenti strani.

La sera che sono arrivata il suo cellulare non funzionava bene, mentre eravamo a tavola a cena lui ha preso a pugni il muro per questo, disperato e fuori di sé.

Il giorno dopo mentre lo stavo accompagnando in farmacia mi urlò contro perché avevo voluto entrare con lui e quando cercai di confrontarlo lui fece finta di nulla con un sorriso stampato in faccia.

Il giorno seguente i rapporti erano tesi, ma io dovevo ritornare in città per cui sono andata via senza parlarne con lui, una volta tornata il nostro rapporto via WhatsApp diventò molto complicato. Lui mi chiedeva sempre dove ero e con chi, era geloso e non si fidava di ciò che dicevo, mi minacciava di lasciarmi e allo stesso mi pregava di non tagliare il rapporto. Ero molto confusa al tempo e so di essermi messa in una situazione di pericolo. Purtroppo i segnali non sono stati così pesanti da convincermi a lasciarlo subito.

Così dopo tante litigate e incomprensioni tornai da lui dopo un mese della prima volta. Aveva cambiato appartamento, ma comunque lo vedevo più teso e scontroso.

In quel momento avevo il ciclo, cosa che lo infastidì pesantemente. Mi sentivo costretta a fare sesso orale, come fossi in debito per la sua ospitalità. Benché io non avessi alcun bisogno materiale da lui, non ero capace di dire no. Iniziò a fare commenti sgradevoli segnalando che se fossi stata più magra o più allenata sarei stata perfetta, sottolineando i miei difetti fisici come se stesse facendomi un favore venendo a letto con me.

Ho lasciato passare queste cose ma ho iniziato a sentire molta paura, se parlavo al telefono me lo toglieva per guardare con chi parlavo, mi chiedeva di tutto, mi rinfacciava il cibo che mangiavo e allo stesso tempo mi chiedeva di soddisfarlo sessualmente.

L’ultima sera, dopo un paio di giorni orribili, ho sentito tantissima paura, ma tanta. Mi sentivo in pericolo fisico, lui era aggresivo, molto. Non mi ha mai picchiata, la sua violenza era solo intimidatoria, ero terrorizzata. Il giorno dopo ho deciso di lasciarlo, ero convinta, ma mi faceva paura (era un ragazzo corpulento, alto 1.85 m). Dopo un rapporto sessuale che ho accettato lui mi disse che era meglio lasciare così. Piangeva tantissimo, era disperato, ma sosteneva che non c’era altra scelta. Io mi sentii sollevata, presi le mie cose e andai via.

Questo è successo a febbraio, per un paio di mesi non lo sentii più, dopo ha iniziato a chiamarmi, a dirmi che era disposto a trasferirsi da me e che anche se non ero la più bella del mondo poteva fare un compromesso per me. 
Per fortuna, sono tornata in me e ho deciso di non vederlo mai più, ho ignorato le sue proposte e inviti, ma avevo paura venissi a cercarmi. Ero in Erasmus da sola in un paese lontano e arrivai perfino a pensare che poteva farmi del male.

Quando mi ha contattato qualche mese fa (ormai più di un anno dopo l'ultima volta che ci eravamo sentiti), ho sentito la stessa paura di quel tempo, benché consapevole che lui non possa trovarmi ho provato molta paura.

So di non dover giustificarmi quando dico che questa è stata una violenza subita, so che i confini sono incerti, ma la paura che quel ragazzo mi ha fatto provare, il fatto che mi sembrasse impossibile dire di no davanti alle sue richieste sessuali, il terrore provocato dalla sua rabbia, la sensazione di stupidità per essermi messa in quella situazione sono cose che mi hanno segnata, cose che ricorderò per il resto della mia vita.

Solo una piccola riflessione prima di finire: mentre scrivo questo sulle note del mio telefono mi preoccupa che qualcuno possa leggere, che qualcuno venga a sapere quel che mi è successo, quello che ho fatto, provo vergogna come se fosse stata colpa mia come se avessi paura del giudizio altrui, come se alla fine fossero riusciti a convincermi che me la sono cercata. Che diavolo ci facevo a casa di uno sconosciuto durante il weekend? Avrei potuto andarmene subito o capire la prima volta che mi disse, a casa mia, che forse quella gonna che avevo messo non andava bene e che se uscivo così lui non mi avrebbe portata a cena, che era una persona pericolosa. 
Non mi sento neanche una vittima, quello che mi è successo non è nulla in confronto alle denunce del caso Weinstein, ma è una violenza e seppur “piccola” all’epoca leggere qualcosa del genere mi avrebbe aiutato a capire i segnali e a fare marcia indietro.

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