Imparare la gratitudine

Stavo per rinunciare a spedire questo pezzo. È successo giusto un secondo fa. Anche se l’ho praticamente già finito, mi sembrava uno di quegli articoli di Cosmopolitan, scritti da superdonne che raccontano di avere scalato una parete a mani nude con un body di American Apparel.

Poi ho pensato che proprio di fronte al tema dell’impegno non potevo arrendermi così, perché delle cose le ho imparate davvero in questo 2016.

Parto con lo spiegarvi perché non volevo più scrivere questo pezzo. 
Pochi giorni prima di Natale mi hanno investita. No, non è stata colpa di una macchina guidata da uno stronzo al cellulare.

È stata colpa mia.

Avevo tanti pensieri per la testa e ho attraversato in mezzo a Corso Buenos Aires (che, per chi non è di Milano, è una via gigantesca) un po’ come Marla Singer in Fight Club (se non avete letto il libro né visto questo film, secondo me dovreste farlo nel 2017). Il paragone con Marla mi è venuto in mente ora, vi garantisco che non c’era nessun tipo di tributo a lei nel mio gesto. E nessun autolesionismo.

Ma paradossalmente, sono stata felice di questa disavventura.

Un po’ perché mi è andata nel migliore dei modi (un piede leggermente rotto e qualche botta), un po’ per come ho reagito. 
Subito dopo essere stata travolta ero troppo sotto shock per poter interagire con chiunque.

Mi sono spostata dall’accaduto e ho cominciato a piangere, ho pianto moltissimo. Ed è stato bello, liberatorio come poche cose. Ho buttato fuori un sacco di dolore.

Sia chiaro, non vi sto consigliando di farvi investire in questo 2017, ma sto cercando di spiegarvi che per me è stata una bella lezione, di cui avevo davvero bisogno esattamente in quel momento lì. Soprattutto perché per anni sono stata campionessa olimpionica nel nascondere quello che veramente provavo.

Il dover usare le stampelle e il non poter appoggiare il piede mi sta insegnando (sì, perché mentre sto scrivendo ho ancora piede e gamba fasciati) a chiedere aiuto e a condividere il mio lato vulnerabile, non sempre entusiasta. E il mio tirare fuori umanità ha reso anche gli altri più a proprio agio nei miei confronti.

Questa microsventura, oltre a contribuire al miglioramento della comunicazione con amici e genitori, mi sta insegnando a volermi bene davvero e ad ascoltare i miei bisogni.

E per ascoltarsi ci vuole una delle mie parole chiave di quest’anno: consapevolezza.

Le altre sono il coraggio e la fiducia.

Proprio perché voglio evitare l’effetto Cosmopolitan mi fermo qui, non sto a spiegarvi, per punti, come avevo pensato di fare, le cose che ho imparato nel 2016. Perché chiunque stia leggendo queste parole spero vi possa rivedere la sua esperienza.

Piuttosto andate da qualche amico o sconosciuto in un bar e chiedetegli cosa gli ha insegnato quest’anno. Cercate di metterlo a suo agio in questo compito non facile. Poi preparatevi per il sorriso che molto probabilmente gli si stamperà in faccia quando riuscirà a trovare le cose belle.

Fatelo anche voi.

Prendetevi un piccolo quaderno o taccuino per segnare i momenti felici. Salvateli dalla dimenticanza della quotidianità e ripensateli con gratitudine.

L’ultimo momento felice che ho scritto nel mio quaderno è stato quando, il giorno della vigilia di Natale, mio padre, prima di andare a casa dei parenti a consegnare i regali, ha fatto una deviazione e ha portato me e la mia gamba rotta a vedere il tramonto nei campi.

Che poi, alla fine, il body di American Apparel si può anche avere. E si può anche indossare. E vi dirò, il modello con il tanga, la schiena completamente nuda e la maxi scollatura davanti sta anche parecchio bene.

Ma il bello è nel tenerlo sotto ai vestiti, e andare in giro a testa alta con le stampelle e i capelli un po’ arruffati, il trucco forse non perfetto e un andamento un po’ da pirata che ne ha passate tante, coi ragazzini che ti guardano strano e le signore che ti fermano per raccontarti qualche aneddoto sui loro incidenti.

Il bello sta lì.