La sirena dell’ambulanza non mi fa più paura

An illustration by Diana Cojocaru

C’è stato un periodo in cui la sirena delle ambulanze mi faceva paura. Quel periodo era cominciato a fine 2003, anno in cui mia nonna materna iniziò a soffrire di una preoccupante combinazione di ischemie celebrali e epilessia, e — nonostante sia morta soltanto un anno e mezzo dopo, a inizio del 2005 — non mi ha mai del tutto abbandonato nemmeno dopo.

Quando passi un anno diventando ipersensibile ai minimi rumori, sobbalzando quando squilla il telefono e — soprattutto — con la paura costante che tornata da scuola qualcuno ti dica che la nonna è stata di nuovo male, possono passare più di dieci anni, non importa: se vedi un’ambulanza passare, o ascolti una sirena, ci sarà sempre una parte di te convinta che stia venendo per la tua famiglia.

Iniziare a fare volontariato in una Pubblica Assistenza, quindi, per me è stato quantomeno ironico. E, per essere sinceri, nemmeno una scelta propriamente volontaria: lo scorso giugno è uscito il bando del Servizio Civile, io stavo disperatamente cercando un lavoretto part-time che mi aiutasse a pagare le tasse dell’ultimo anno di università (e, contemporaneamente, mi aiutasse a non perdere del tutto il contatto con la realtà durante la mia tesi) e il solo progetto attivato nel mio paese era in ambito socio-sanitario: si trattava di salire in ambulanza vestita come un evidenziatore e fare la taxista da un ospedale all’altro.

Sembrava una decisione persino più improbabile di quella di dare ripetizioni di latino e matematica, nonostante abbia preso quattro in entrambe le materie per gran parte della mia carriera scolastica. Ho comunque mandato la domanda, fatto il colloquio e incrociato le dita.

Una decina di giorni dopo sono usciti i risultati: per qualche motivo ero idonea, almeno apparentemente, e avevo ottenuto il posto.

La prima volta che sono uscita in ambulanza, con la sirena accesa e tutto il resto, pregando tutti i santi di non svenire una volta arrivata a destinazione (avrei intralciato il lavoro dei miei colleghi volontari, e di barelle in ambulanza ce n’è solo una), non ho potuto scegliere: in associazione, quando hanno chiamato, c’eravamo solo io e altri due volontari. La signora in questione aveva un collare, l’ossigeno attaccato e probabilmente stava per venirle un’ischemia, proprio come quelle di cui aveva sofferto mia nonna.

La figlia della signora non era propriamente entusiasta della nostra venuta perché nessuno di noi era un medico, lei voleva un medico, ma il medico non c’era, c’eravamo soltanto noi e io a un certo punto mi ero trattenuta dal rispondere doctor who?, perché tra la signora con il collare, l’ossigeno attaccato, la bocca storta e io che cercavo di tenerla sveglia dicendole che mi piaceva il suo nome, chiedendomi nel frattempo cosa stavo facendo lì, la situazione era decisamente surreale.

Lasciarla in pronto soccorso mi ha spezzato il cuore, perché aveva gli occhi blu come quelli di mia nonna, e per tutto il viaggio ho pensato a lei, ai suoi viaggi in ambulanza più di dieci anni prima, chiedendomi chi c’era stato al mio posto, provando a immaginare se anche a lei avevano detto che aveva un bel nome, o se per tenerla sveglia avessero provato a parlare di qualcos’altro.

Eppure, nonostante la paura di svenire o di trovare del sangue all’emergenza successiva, mi sono scoperta — con un misto di stupore e vergogna — a desiderare di essere presente in associazione quando avrebbero chiamato per l’emergenza successiva.

Nonostante io viva in un paesino letteralmente perso tra i campi di granturco, le emergenze sono sfortunatamente frequenti e infatti sono stata accontentata prima del previsto.

Quando ti chiamano per un’emergenza, ho imparato, c’è l’adrenalina e non pensi, fai e basta quello che devi. In realtà nemmeno parli troppo, i miei colleghi spesso si spazientiscono perché invece io mi ostino a parlare con persone che non sono coscienti o non mi capiscono, mi chiedono a chi serve. Serve a me, rispondo io, e di solito la chiudiamo così.

In realtà, le emergenze sono soltanto una piccola parte di quello che è il mio impegno quotidiano — sei ore al giorno, per cinque giorni la settimana.

Gran parte del lavoro che fai, quando fai questo tipo di volontariato, è molto meno visibile e — se vogliamo — molto meno eccitante: chi ha la patente, come me, passa gran parte del tempo a portare persone che non possono guidare, per qualche motivo, a fare visite o terapie in ospedale.

Rispetto all’emergenza in sé, che non è praticamente mai la stessa e causa adrenalina passa piuttosto rapidamente, questo tipo di trasporti “ordinari” prevede lunghe attese e tanta pazienza.

Eppure, questo tipo di impegno mi piace quasi di più che andare in ambulanza vestita come un evidenziatore: durante i viaggi e le relative attese ho tanto tempo a disposizione per stabilire un contatto con le persone che accompagno, ascolto le loro storie, ricevo qualche consiglio e ho modo di sviluppare tanta pazienza.

Ho ascoltato i racconti di persone anziane che hanno conosciuto i miei nonni e confermato che erano persone “degne”, sono stata ammonita a “non mettermi nelle chiacchiere”, cercato di non piangere davanti a storie tragiche di chemioterapie e genitori che sopravvivono ai figli, riuscita a non mandare a quel paese per direttissima il signore che, tra un singhiozzo e l’altro, dava agli immigrati la colpa delle coliche renali della moglie.

Ho imparato ad alzarmi alle sei del mattino per riuscire a portare i pazienti che fanno la dialisi entro le sette e mezzo in reparto, cercando di essere puntuale una volta nella vita almeno per gli altri — se non riesco per me stessa.

Ho imparato almeno un po’ a gestire il mio tempo e sono riuscita a preparare l’ultimo esame della mia carriera universitaria tra gli edifici dell’ospedale di Santa Chiara, Pisa. Considerato che non studio né Medicina, né frequento una triennale in ambito sanitario, è stato ancora più divertente. In questo contesto mi sono ritrovata a spiegare a due soccorritori di un’altra associazione, trovati lì per lì, i — pochi — segreti a me noti della geometria descrittiva e specialmente cosa stessi facendo sul pavimento con un astuccio pieno di pennarelli, mentre aspettavamo i rispettivi pazienti.

Ho imparato che il vomito fa schifo, ma dovendo proprio scegliere è meglio fuori che dentro, che siamo tutti esseri umani e, per questo, citando il commediografo latino Terenzio, niente di ciò che appartiene all’uomo mi è estraneo.

Ho imparato che è impossibile non fare preferenze tra i pazienti, c’è sempre quello con cui sei felice di passare tre ore e quello che non appena sale in macchina vorresti averlo già riportato indietro, ma che devi sforzarti di essere carina, gentile e specialmente professionale indistintamente con tutti — perché ognuno di noi combatte una battaglia di cui gli altri non sono a conoscenza, ma visto che per fare bene il tuo lavoro devi anche tutelarti, un po’ di sano distacco per preservare la pace della tua mente attraverso determinate situazioni è necessario.

Soprattutto, ho imparato a non avere più paura della sirena dell’ambulanza.

E se prima quando ne incontravo una per strada pregavo tutti i santi che non fosse diretta per qualche motivo a casa mia, adesso la osservo meglio per capire se viene dalla mia associazione e se eventualmente conosco la persona che è alla guida.

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