Perché sono qui?

‘Pecking Order’, un collage di Vintage Opal

Le nuvole tagliano il cielo senza uno schema preciso. C’è il sole, e il freddo di questa stagione sembra aver accettato la cosa, dando vita ad una strana convivenza.

Sono seduto in auto da una buona mezz’ora, indeciso se scendere o meno. Non è la prima volta che vengo qui.

Nelle grandi città, i cimiteri possono essere peggio dei centri commerciali: un viavai di gente, grossi gruppi di anziani che fanno su e giù tra lapidi ed epitaffi, come quei gruppi di turisti in centro, che per quanto si possano sforzare non sono in grado di rimanere in un silenzio sufficientemente rispettoso.

Basta tuttavia allontanarsi anche di poco, verso le periferie, e il cimitero diventa un luogo davvero estraneo al resto del mondo: difficile fare incontri, ancora più raro incontrare comitive.

Mi è capitato di venire qua da solo, per il semplice fatto che sapevo che a quest’ora non avrei incontrato nessuno manco a pagarlo. Non ho cari sepolti qui dentro. Non ho mai avuto un buon motivo per venire qui, se non la ricerca di un po’ di quiete.

Oggi però è diverso.

Scendo dall’auto e imbocco il vialetto principale. 
C’è una grossa cancellata di ferro battuto, spalancato e minaccioso. Ai lati, due file di lugubri alberi delimitano il cammino: il campo centrale è mezzo vuoto, forse perché è destinato alle tombe più elaborate, e da queste parti la gente è piuttosto umile.

La maggior parte delle persone qui si accontenta del loculo: arrivato al muro principale, ne individuo al massimo cinque ancora liberi. 
Gli altri sono tutti pieni: mi volto verso il campetto alle mie spalle, e banalmente mi chiedo che cosa possa esserci di diverso tra le due soluzioni. 
Di sicuro, la differenza non sta nella colazione a letto.

Passeggio avanti e indietro un paio di volte: gli sguardi nelle foto sembrano seguirmi, nel silenzio del pomeriggio.
Una signora dal viso dolce e dai capelli biondo cenere.
Un uomo dai lineamenti duri, ma col sorriso di chi si sta facendo fotografare dalla persona amata.
Un anziano con gli occhi spenti, con sullo sfondo il mare azzurro di un’estate chissà quanto passata.

In fondo c’è un ragazzo, in piedi, che fissa un loculo. Mi avvicino in silenzio.

Lui è con gli occhi fissi su un loculo in particolare, quello per cui, alla fine, sono venuto qui anche io. Mi ci piazzo accanto, mi tolgo gli occhiali da sole e porto le mani basse in segno di rispetto: per i morti, non certo per lui.

Indossa un giubbottino nero, stretto: ha i capelli rasati, che tenta di far passare come taglio alla moda, ma è solo per nascondere la calvizie che ha già iniziato a divorargli i lati della fronte, verso l’alto. I jeans strappati sono poco consoni all’ambiente, ma almeno non indossa un cappellino da baseball.

Fissiamo insieme per un po’ il muro, mentre gli sguardi dei morti sembrano aver perso interesse, abituati alla nostra presenza. 
Non mi è mai piaciuto, questo ragazzo, ormai quasi uomo, in piedi accanto a me. Anzi, c’è stato un periodo, molto tempo fa, in cui avrei quasi detto di odiarlo. 
Gli anni passano, e oggi so cosa significa odiare veramente qualcuno, e lui no, non l’ho mai odiato veramente. Tuttavia, non ho mai avuto affetto per lui. Eppure ora che siamo qui, fianco a fianco, sento una sensazione strana.

Se fossi più bravo con le parole la descriverei in modo diverso, ma ora come ora “confusione emotiva” è quella che ci si avvicina di più. 
Non è un vuoto, non è un rivedere i vecchi rancori in una luce positiva, non è il caso di un lutto che unisce due uomini e cancella le passate divergenze.

Non ho affetto per quest’individuo, neanche ora. Però qualcosa è diverso.

“Quando eravamo bambini avevo il terrore di andare a scuola, per causa tua” gli dico.

Lui sorride, sbruffone. Non mi degna di uno sguardo.

“Mi hai fatto passare anni di inferno. Piangevo, tentavo di capire cosa avessi di sbagliato, provavo a passare inosservato”, insisto io, “ma niente, ogni giorno dovevi divertirti”.

So che mi sta ascoltando, perché ha distolto lo sguardo leggermente dalla foto, gli occhi persi in un punto sotto i pochi fiori che la accompagnano.

“Ci ho ripensato a lungo, sai, e ho capito che lo facevi non perché mi odiassi particolarmente, o perché ti avessi fatto qualcosa personalmente” (continuo io in quello che ho capito sarà un monologo), “no… tu lo facevi perché era facile. Era semplice prendersela con uno scricciolo come me, anzi, probabilmente per te era quasi giusto. 
Un poverino che non aveva capito come ci si comporta fuori da casa propria, che non apprezzava quello che tu adoravi, che non capiva certi discorsi, certi atteggiamenti che per te era così importante tenere, costruire, mostrare agli altri. 
Ecco cosa ero per te. 
Qualcosa di anomalo, di inspiegabile, e quindi qualcosa da sopprimere, da schiacciare”.

Si volta finalmente verso di me, e io faccio altrettanto. 
Vuole venire alle mani, qui? In un cimitero?

“Finché un giorno è finito tutto, tu hai preso la tua strada e io la mia. Solo che tu ti sei dimenticato di me, come un film comico riuscito a metà, che ti ha fatto passare qualche ora di divertimento ma che, alla fin fine, ti sei scordato già fuori dal cinema”.

Continuo a parlare e lui si avvicina di poco.

“Io non mi sono mai scordato, invece, di quanto inadeguato, quanto terrorizzato potessi farmi sentire con la tua vocina da presa in giro. Me la sono portata dentro, insieme alle tue risate, le tue e quelle dei tuoi amici. Questo fino al punto in cui non ha smesso di farmi male, fino al punto in cui nessuno avrebbe più potuto fare lo stesso. Mi hai fottuto, hai preso quello che era qualcosa di buono, di mio, e l’hai bruciato. Per farti due risate. Sei contento di questo? Ti senti realizzato, grande?”

Non mi risponde.

“E la cosa che più mi fa incazzare”, gli dico stringendo i pugni, “è che ci siamo già rincontrati. Eravamo in un cesso della zona di servizio in autostrada, neanche due anni fa. E tu non mi hai nemmeno riconosciuto. Non è facile, è vero, sono molto diverso, ma tra tutti, avrei detto che almeno tu, dopo tutte le lacrime che mi hai fatto cacciare, ti saresti accorto subito se mi avessi avuto davanti.
Invece niente. 
Mi hai anche chiesto educatamente di spostarmi, che non riuscivi a premere il pulsante per sciacquarti le mani dopo aver pisciato. E io sono rimasto pietrificato, perché avrei avuto una bella voglia di spaccarti la faccia, visto che sono il doppio di te ora”.

Sorride leggermente. Stai a vedere che in realtà mi aveva riconosciuto.

“Adesso siamo qua, e non riesco a capire perché. Cosa ci fai qui, davanti a me, in questo posto proprio quando ho deciso di venirci io? Perché sei qui?” gli chiedo, gli occhi ridotti a due fessure.

Mi risponde.

“E tu, cosa ci fai qui?”

Sento un clacson suonare più del dovuto, dalla vicina strada che taglia i campi, la stessa da cui sono arrivato. Volto lo sguardo verso l’ingresso, ma la mia macchina è a posto. Mi giro e lui non c’è più.

Guardo la foto sul loculo. Lo stesso sguardo sbruffone, i capelli rasati che mancano ai lati della fronte, il giubbino nero stretto.

Non è importante come sia successo. 
Non è quella la storia. 
La storia è, perché sono qui?

Non riesco a capirlo, sono confuso e non penso che riuscirò ad arrivare al succo della questione.

Forse le persone cambiano, forse no. Quella singola frase educata, in un cesso anonimo nell’area di servizio, è abbastanza per insinuarmi il dubbio.

Non c’è più altro da dire, però. Mi rimetto gli occhiali da sole, e vado verso la macchina.

Fa più freddo di quando sono arrivato.

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