Prima persona singolare

Alicia Florrick, interpretata da Julianna Margulies, in "The Good Wife" (2015)

Quest’anno, qualche mese fa, avevo scritto che nel 2017 avrei voluto essere incoerente.

Incoerenza.

Non è facile affezionarsi a una parola. Il vissuto di ogni persona le può dare una forma diversa, sfumature personali, dolori, memorie e gioie che ne influenzeranno la percezione e l’uso. Può cambiare significato nel corso del tempo. È e sarà sempre un pezzetto di informazione che evoca molte più cose di quelle che significa letteralmente.

La definizione di incoerenza sul vocabolario Treccani

Quando penso all’incoerenza in chiave positiva, penso a tutte quelle persone che non sono o non si sentono obbligate a rispettare l’idea di se stessi che hanno avuto e/o assorbito tramite gli altri nel corso del tempo. Penso ai musicisti e ad altri personaggi pop, che hanno saputo cambiare genere e abito più volte nel corso degli anni, senza rimanere ancorati a un momento o a una canzone particolarmente riusciti o acclamati.

Le tante (e non tutte) evoluzioni di stile di David Bowie. Fonte: Vogue Paris

Penso a chi fa una scelta politica o religiosa radicale, per poi capire che forse non era la strada giusta. Penso a chi ascolta hip hop, rock, musica classica e folk. Penso a qualcuno che un giorno si sveglia e decide di voler cambiare qualcosa nella propria vita, senza che si tratti necessariamente di una scelta ideologica, anzi: potrebbe essere la tipologia di corso sportivo da seguire in palestra, la posizione del letto nella propria stanza, il colore dei propri capelli, il tragitto per andare al lavoro, il tipo di rossetto o il genere letterario di cui tenere sempre almeno un esemplare sul comodino.

Una delle cose che mi hanno insegnato le scrittrici che più ho amato negli ultimi anni, per esempio Maggie Nelson, Chris Kraus, Zadie Smith e Sheila Heti, è che se si vuole usare la scrittura per esprimere emozioni e sensazioni, non sarà necessario avere un’idea chiara al 100% su quello che si sta per scrivere. E che non sarà nemmeno necessario dare una struttura troppo rigida al proprio vissuto e alle proprie sensazioni, perché il prezzo da pagare varierà dalla censura di sé, all’adozione di stili e linguaggi che non ci appartengono, fino alla vera e propria rimozione della propria identità.

Esprimere emozioni è difficile. Esprimerle a parole, ancora di più. Si ha come la sensazione di ucciderle, a volte, quando vengono razionalizzate e comunicate tramite un linguaggio fruibile con la lettura o l’ascolto. Se si aggiunge l’imposizione di farle filare lisce come in una sceneggiatura perfettamente lineare e classica, la scrittura autobiografica (che si tratti di un personal essay, di una canzone, di una vera e propria autobiografia, di un post su un blog o su Facebook) può trasformarsi in una condanna a essere perfetti, una pistola puntata contro se stessi, che ci minaccia di far partire un colpo se non ci impegniamo a rispettare la trama della nostra vita che abbiamo dato in pasto a chi l’ha voluta leggere o ascoltare (anche nel caso in cui il pubblico sia composto da una o poche persone o anche solo da noi stessi).

Quello che mi ha più commosso del film Dunkirk, ad esempio, è stata la volontà del regista di invitare lo spettatore a mettersi nei panni dei giovani soldati coinvolti nella vicenda narrata e a provare a guardare il mare, le navi e la guerra con il loro punto di vista limitato, oscurato dall’acqua, complicato da barriere linguistiche, culturali e fisiche. Lievi spoiler in arrivo.

In una scena, un soldato inglese interpretato da Cillian Murphy viene portato in salvo da una piccola imbarcazione civile, ma poi dà in escandescenze quando scopre che i suoi salvatori lo stanno riportando verso Dunkerque, perché hanno una missione da compiere. “È un codardo?” chiede il ragazzo più giovane all’uomo che guida la barca. “No, è solo traumatizzato”.

In un’altra scena, Alex (interpretato da Harry Styles) se la prende con un soldato che sospetta essere tedesco e lo minaccia di cacciarlo dalla barca in cui lui e altri si stanno nascondendo, anche se potrebbe essere crivellato di colpi. Poco dopo, quando gli stessi ragazzi si troveranno costretti a scappare dall’imbarcazione, sarà proprio il personaggio di Alex ad aiutare il soldato straniero. Nonostante tutto. Nonostante le minacce e le urla di qualche minuto prima.

Harry Styles in "Dunkirk" (2017)

In entrambi i casi, non esiste un’unica storia, lineare e indistruttibile. Non esiste una Verità assoluta. Esistono diversi punti di vista e diversi modi di osservare o vivere la stessa situazione. Dunkirk è un film che si concentra tanto sulle emozioni, sull’esperienza umana individuale e in quanto tale limitata e contraddittoria.

L’esperienza umana non si può ridurre a un’introduzione, uno svolgimento e una conclusione. È molto meno lineare di così. È molto meno facile di così.

Tante persone sono infastidite da questa mancanza di linearità. È normale che sia così, viviamo in un sistema che ci invita a instradarci su percorsi di vita, scolastici, lavorativi e relazionali, politici, prima ancora di aver vissuto in prima persona i ruoli che ci siamo prefissati di interpretare, prima ancora di sapere se ci piacerà indossarne i panni oppure no.

Vivere in una città altamente produttiva come Milano, ad esempio, mi porta ad ascoltare e sentire in continuazione persone che si lamentano di altre persone (amici, compagni, figli, colleghi, personaggi pubblici) per la loro mancanza di coerenza e “serietà” e che esigono da queste una sorta di produttività e funzionalità emotiva costante.

A volte sono e sono stata io quella persona, quella che chiede il conto delle parole pronunciate e delle scelte fatte, da rispettare a tutti i costi. In contesti del genere, manifestare dubbi, provare frustrazione, andare in crisi, cambiare idea, mettere in discussione una propria scelta, può essere molto difficile. E la paura di essere additati come dei falliti o degli incoerenti potrebbe distoglierci dal provare a fare un passo in una direzione diversa dal solito.

Una delle cose più difficili e importanti che ho imparato su questo tipo di severità, è che di solito chi strazia gli altri con critiche di questo genere, è innanzitutto il peggior critico di se stesso. Nel bene e nel male, a volte in maniera quasi autodistruttiva, spesso perché ha ricevuto a sua volta troppe critiche che non è riuscito a gestire. “Hurt people hurt people” (le persone ferite feriscono le persone), diceva tra le altre Greta Gerwig in una bella scena di Maggie’s Plan (2015).

C’è un passaggio del libro I Love Dick (1997) di Chris Kraus che mi ha inchiodata alla pagina, in un’epifania emotiva tanto intensa quanto sofferta: “Because emotion’s just so terrifying the world refuses to believe that it can be pursued as discipline, as form”. Non so come sia stata tradotta nell’edizione italiana, ma potrebbe suonare più o meno così: “Perché le emozioni sono così terrificanti che il mondo si rifiuta di credere che possano essere perseguite come disciplina, come forma”.

Qualche tempo fa, in un discorso su BoJack Horseman intrapreso con alcune persone che di mestiere scrivono, mi è capitato di sentire questa frase: “Ma sì dai, questa cosa della depressione sta già passando di moda”. Mi ha ricordato la tendenza di molti giornalisti e commentatori ad additare le conversazioni mainstream su questioni di genere e femminismo come il peggiore dei mali perché “se lo trasformi in trend vuol dire che prima o poi passa di moda”.

Rory Gilmore in "Gilmore Girls"

Peccato che, da quando è partita la cosiddetta quarta ondata del femminismo, la potenza e la portata delle conversazioni su questo argomento non ha fatto altro che aumentare. Che moda lunga, questa, che va avanti da così tanti anni. A proposito del linguaggio che a volte finisce per uccidere le emozioni e l’esperienza non verbale, il giornalismo ha bisogno di storie da individuare, codificare e rappresentare e la scrittura giornalistica spesso crea trend per poterli distruggere poco tempo dopo, in modo tale da non rimanere mai a corto di materiale di cui parlare e scrivere. Torneremo a breve su questo argomento, in merito all’anonimato di Elena Ferrante.

Da oggi ricominciamo a raccontare ed esprimere emozioni, su Collage Mag. Leggerete diversi contenuti scritti in forma anonima, perché toccano temi delicati e importanti quali la pornografia, il modo in cui le donne scrittrici vengono trattate nel mondo dell’editoria, il lavoro che può corrodere tanto la mente quanto il corpo.

Ci focalizzeremo molto sulla salute, sia fisica che mentale, e cercheremo in tutti i modi possibili di non proporvi contenuti prescrittivi (a.k.a. ricette in cui vi spieghiamo in cinque semplici punti cosa avete sbagliato finora o come risolvere la vostra intera esistenza in 10 minuti), ma di esprimerci soprattutto con la prima persona singolare. A volte ci riusciremo, altre volte sarà più difficile. Ma ci proviamo lo stesso, perché le emozioni non passeranno mai di moda. È il linguaggio che a volte ci costringe a trasformarle in trend, ma qui cercheremo di non farlo.

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