Quando disconnettersi fa bene

Ricordo perfettamente molti avvenimenti della mia vita, dal primo forum a cui mi sono iscritta al mio primo lavoro nel web, dalla mia prima passione per la scrittura al mio primo stipendio, ma ho pochi, quasi nulli, ricordi del mio mondo senza Internet.

Proprio nel World Wide Web e in relazione alla sua dipendenza/rapporto che molti di noi hanno con esso, sono incappata piacevolmente in una recente intervista che l’attore e creatore di Master of None, Aziz Ansari, ha rilasciato alla rivista GQ. Tra i passaggi più interessanti ce ne sono alcuni relativi alla scelta, fatta pochi mesi fa, di abbandonare browser e social media sui suoi device ed essere rintracciabile solo tramite vecchie modalità, oramai quasi in disuso, come telefonate e messaggi.

“Ogni volta che controlli se c’è un nuovo post su Instagram o quando vai sulla pagina del New York Times per vedere se c’è qualcosa di nuovo, non è per il contenuto. Riguarda il fatto di vedere una cosa nuova. Si diventa dipendenti da quella sensazione. Non sarai in grado di controllare te stesso."
L’unica via per combattere tutto ciò è uscire dall’equazione e rimuovere tutte queste cose. […] La prima volta che ho spento la connessione del mio telefono, mi sono detto “Come controllerò le cose?”. Ma la gran parte delle cose che scorri, non sono cose che hai bisogno di sapere. […] È meglio semplicemente stare seduti e rimanere nella propria testa per un minuto. Volevo fermare quell’abitudine di tornare a casa e guardare siti per un’ora e mezza, controllando se ci fosse qualcosa di nuovo. Leggo un libro piuttosto. Lo sto facendo da un paio di mesi e funziona. Sto leggendo qualcosa come tre libri in questo momento. Sto mettendo cose nella mia testa. È molto meglio di leggere cose su Internet e non ricordarne nessuna.”

La lettura mi ha portato a sentirmi tirata in causa: qual è l’ultimo articolo che mi ha colpito sulla situazione politica americana? Non avevo forse letto un’intervista del recente vincitore del premio Nobel per la letteratura, Kazuo Ishiguro? Era sul New Yorker o sul New York Times?

È evidente che anche io sia affetta da una sindrome piuttosto comune, quella di un sovraffollamento di stimoli ed informazioni che quotidianamente assorbo tramite Internet e che si manifesta con grandi lacune di memoria e un certo spaesamento.

Come fare dunque per guarire? Siamo noi a doverlo fare o è piuttosto il web che si muove a una velocità maggiore alla nostra?

Gli elementi da prendere in considerazione sono a dir poco numerosi: da un punto di vista qualitativo, sono sempre stata dell’idea che troppi articoli su un argomento non fanno altro che creare confusione o addirittura non apportare grandi cambiamenti su di esso; il nostro livello di concentrazione, in relazione al primo elemento, fa sì che molto spesso non stiamo realmente leggendo il testo che abbiamo davanti, piuttosto notiamo i tratti salienti, non andiamo a cercarne conferme e diffondiamo tramite la condivisione notizie non sempre vere; in conclusione, per permetterci di essere sempre “sul pezzo” su quanto accade nel mondo ci estraniamo completamente da esso e dalla vita reale.

C’è chi fa fronte a tutto questo disintossicandosi completamente da qualsiasi forma di contatto con il mondo di internet, sul modello di Ansari, c’è chi invece come uno struzzo del terzo millennio tiene la testa ben nascosta sotto la sabbia o non ha avuto ancora l’occasione giusta per tirarla fuori. 
La soluzione più ideale dunque quale sarebbe? Esiste? Difficile dirlo, trovandoci a navigare in un campo piuttosto soggettivo, ma sono convinta che come in tutte le grandi cose della vita la ricetta perfetta sia trovare un equilibrio tra i due estremi, con l’aggiunta di quell’ingrediente speciale che è la consapevolezza.

Quando sento di perdere il contatto con il mondo che mi circonda, quello reale, dove accadono le cose di cui si legge su Internet, mi ricordo, possibilmente più a lungo del contenuto dell’ultimo articolo letto, che sono prima di tutto cittadina del mondo, successivamente cittadina della rete. 
Informarmi dunque è un mio diritto, un diritto che cerco di coltivare con il giusto senno e attenzione: so che non tutto ciò che leggo è certamente oro colato, questo stesso testo non è altro che un’analisi di una persona e sono convinta e speranzosa che qualcuno la pensi in maniera diversa dalla sottoscritta; proprio per questo motivo cerco di non fermarmi ad una prima lettura dei fatti che colpiscono la nostra realtà, piuttosto approfondisco, studio, mi confronto in maniera costruttiva senza dover esagerare, cerco di costruire una mia idea e visione di ciò che mi circonda.

Gli strumenti che mi sono stati più utili per raggiungere quell’equilibrio me li ha forniti sempre Internet: tramite app facilmente reperibili come Feedly riesco a raccogliere le notizie RSS dei siti che destano in me maggiore attenzione, permettendomi allo stesso tempo di non cadere nel vortice senza confini di tempo del feed di Instagram o Facebook; la mattina, dopo aver usato quelle stesse app, faccio sì che quel che ricordo sia confrontato con la parola scritta su carta, acquistando un quotidiano; infine la sera mi concedo qualche ora distante da qualsiasi schermo, soffocando la cosiddetta FOMO (un mostro che sta per Fear Of Missing Out, la paura di rimanere indietro), prima di addormentarmi.

La mia è una specie di missione, per riuscire a dividermi tra due mondi, senza vestire nessun abito da supereroe, piuttosto quello di una persona normale, senza precludermi nulla, superpoteri inclusi.

Se voleste tentare anche voi quest’avventura, sono sempre curiosa di sapere come procede. Nel frattempo lascio che sia Christiane Amanpour, giornalista britannica, a darvi qualche ulteriore spunto di riflessione.