Rimanere umani

‘Centered’, un collage di Natasha Erickson

Erano andati via quasi tutti. Lasciò andare la playlist ad alto volume.
- Eva ciao, io vado. Chiudi tu? 
Claudia, la nuova stagista. Ci chiacchierava spesso durante le pause e ci si era anche confidata un paio di volte.

- Ti ho fatto un pensierino, di Natale. 
- Claudia grazie mille ma non dovevi! Che carina. Lascia qui pure sulla scrivania — rispose Eva aprendo una nuova finestra sul suo pc.
- Buone feste allora.
- Buone feste, ciao!
- Ciao.

Ultimo giorno di lavoro: chiudere lo zaino le dava una strana sensazione sapendo che sarebbe tornata in ufficio in un nuovo anno. Simbolicamente qualcosa di diverso, ma in fondo si trattava semplicemente di alcuni giorni dopo.

Poteva cambiare qualcosa in così poco tempo?

Una strana scarica interna come un brivido le percorse tutto il corpo, e come in un percorso inverso si liberò nell’aria, uscendo dal piccolo pertugio nella finestra.

Quanto tempo perdo in cose inutili, pensò guardando il computer. 
Email, link, video, social, immagini. 
Quanti sguardi, quanti gesti inutili.
Le sue azioni erano ormai automatiche, a partire dalla colazione. Non ne sentiva più il sapore per la fretta, i pensieri già al lavoro. Si avvicinava il caffè alla bocca con un gesto inverso a quello di una martellata.

In cosa si stava trasformando? I robot sostituiranno gli essere umani perché noi stessi diventeremo macchine?
Si fermò a pensare, non voleva lasciare l’ufficio prima di aver ordinato e dato un senso a quelle sensazioni e a quei pensieri.

Eva era stanca: aveva perso la consapevolezza dei suoi gesti quotidiani.

Ripensò alle sue colazioni frenetiche, in piedi. Chiuse gli occhi e cercò di percepire con i polpastrelli la tazzina del caffè. Ceramica liscia, fredda nel manico, calda sulle pareti. E poi l’aroma del caffè, il sapore amaro.

Per quanto tempo aveva tralasciato, dimenticato, ignorato tutto questo?

Il tempo era sempre meno, lei lavorava, lei doveva occuparsi di mille cose, lei non poteva fermarsi, lei… 
I social l’avevano resa una divoratrice di vite e pensieri altrui: i suoi che fine avevano fatto?

Nessuno aveva mai pensato di creare un movimento “slow social” per proteggere l’essere umano da se stesso e impedirgli di diventare…
Proposito per il nuovo anno: mi cancello dai social e sparisco dalla rete, si disse.

Vivo online in un circuito chiuso popolato dalle persone che seguo.

Viveva in un’eco di se stessa, questa era la verità. Buttava ore preziose che avrebbe potuto dedicare a molto altro.

Era tutto l’anno che inseguiva il suo tempo per quel nuovo progetto, per fare una passeggiata, per andare a trovare un amico, o anche solo per andare in palestra qualche volta in più.

Iniziò a calcolare il tempo che spendeva online, ma si fermò immediatamente quando la somma del numero di ore era già pari a giorni interi. 
Eva pensò a quanto fosse diventata egocentrica, mentre la voce di John Mayer con la sua Who Says si impadroniva dell’ufficio: era la penultima canzone della playlist.

Voglio continuare a percepire me stessa, voglio restare umana, si disse.

Gli obiettivi non si raggiungono senza sofferenza, le cose belle nascono dal buio e gli sforzi spesso fanno paura, forse perché qualsiasi azione di cui non si veda un immediato guadagno terrorizza.

Decise di iniziare a rispettare di più i suoi pensieri e farli valere, di fare ciò che le passasse per la testa a partire dalle piccole cose, senza paura.

Ci voleva impegno. A partire dalla colazione.

Si sarebbe svegliata prima per godersi un momento di pace nella sua casa. Bisognava essere più ottimisti e non lasciarsi travolgere dai pensieri e dalle sensazioni negative: Eva era ciò che pensava, e controllare i propri pensieri era la strada per stare meglio con se stessa. 
La nuvola dei suoi pensieri si era colorata, si sentiva sollevata ma non ancora bene con se stessa.

Chiuse il computer promettendosi di riaprirlo solo il 2 gennaio, lo infilò nel suo zaino. Spense la luce, si avviò nel corridoio verso l’ascensore, e assaporò quell’attimo di buio colpevole, ma pacifico, di aria natalizia, di liberazione, quasi catartico.

- Il regalo!

Non lo aveva neanche aperto, e se lo stava anche dimenticando. Non si era accorta degli auguri di Claudia. Chiamò l’ascensore.

Beh, Claudia torna il 4. Lo aprirò una volta tornata.

Quel brivido fece di nuovo capolino e sentì una sensazione amara in bocca.

Come sono finita a essere così?

Tornò indietro e recuperò il pacchetto, l’avrebbe aperto il giorno di Natale.

Eva decise così di impegnarsi. Voleva rimanere umana. 
Chiuse a chiave il portone dell’ufficio, e alle spalle si lasciò molto di più.