Un progetto imperfetto

Un anno e qualche settimana fa, Collage Mag andava online per la prima volta. Nel corso del 2015 il progetto era stato pensato come un magazine online che avrebbe pubblicato un contenuto al giorno, in due lingue (italiano e inglese), che avrebbe ospitato autori, artisti, fotografi e illustratori da tante parti del mondo, che avrebbe dato voce e avrebbe parlato a persone giovani e giovanissime, compresi tanti adolescenti, pubblicando pezzi autobiografici, liste, interviste.

Il confronto con progetti importanti, con una storia più lunga alle spalle, quasi unicamente in lingua inglese, era per me asfissiante ma sempre presente, anche prima del lancio del sito. Quando ho parlato di Collage Mag con un po’ di persone — amici, giornalisti, conoscenti — alcuni di loro hanno reagito dicendo che stavo cercando di creare la versione italiana di Rookie Mag, un sito ideato e diretto da Tavi Gevinson quando era ancora un’adolescente. Anche se le differenze erano più delle somiglianze (una su tutte: non stavamo creando un progetto per sole ragazze), chi ero io per contraddire chi mi metteva di fronte uno dei siti che più ho amato negli ultimi anni e uno dei personaggi su cui mi sono più ossessionata?

Una volta che il sito era online, per me non era mai abbastanza. Non c’erano mai abbastanza articoli, tempo, contatti, lettori, like sui social, pazienza per editare i contenuti o rispondere alle mail.

Il mio corpo era qui, in Italia, nel 2015, a Milano, ma la mia testa era piantata al di là dell’oceano, a guardare progetti più oliati e rodati del mio, lanciati e gestiti da persone più giovani, più sveglie, più ricche, con accesso a più risorse, di cui osservavo le vite tramite i loro racconti, i loro essay, i loro account Instagram.

È così che, nonostante la qualità a mio parere altissima dei pochi contenuti che abbiamo messo online lo scorso anno, il progetto si è incagliato in pochi mesi e io ho preso un aereo per gli Stati Uniti, per fare un corso di scrittura a New York. Per rimettere insieme, una volta per tutte, testa e corpo.

Rispetto alle aspettative che avevo prima della partenza, il tempo che ho trascorso a New York è stato un fallimento. Il corso di scrittura è stato stimolante ma non nel modo che mi sarei aspettata, in dieci settimane non sono riuscita a finire l’essay che avevo iniziato, le persone che incontravo le vedevo rinchiuse in una bolla — di cui io stessa mi sentivo parte integrante — che detestavo, molto meno dorata di come la vedevo da lontano. Il mio budget risicato non mi permetteva di fare moltissimo e la realtà è che ho passato più tempo in compagnia delle serie tv che guardavo su Netflix ed Hbo Go e dei libri che leggevo che con persone reali.

Greta Gerwig in Mistress America

Più stavo a New York, più facevo cose, vedevo persone, parlavo di scrittura o partecipavo ad un evento, più ero consapevole delle cose che non stavo facendo, delle persone che non stavo conoscendo, dei pezzi che non stavo scrivendo e degli eventi che mi stavo perdendo.

Mi sentivo in una grossa prigione con le lettere F.O.M.O. scritte a caratteri cubitali sulla porta d’ingresso.

Una prigione affollata, piena di persone più o meno coetanee, che venivano dallo stato di New York, dall’Australia, da Portland, dalle Filippine, tutte vogliose come me di addentare un morso sempre più grosso di mela, ma incastrate nel costante confronto con gli altri. Nel confronto con chi era nato e cresciuto nel privilegio (o in quello percepito come tale). In un confronto ingannevole reso impossibile dalle sue premesse: non eravamo stati concepiti né cresciuti nella città dei nostri sogni, alcuni di noi non erano nemmeno madrelingua. Non eravamo loro. Eravamo noi, ma volevamo qualcosa che non avremmo potuto ottenere. La loro identità, la loro voce, il loro modo di pensare, la loro cultura.

Ero partita per trovare ispirazione — e me stessa — e soddisfare la mia fame di cultura americana, ma mi sono ritrovata a camminare su una strada ancora più ripida di prima, troppo impegnata a guardare gli altri (e i loro profili Instagram) per accorgermi di dove stavo mettendo i miei stessi piedi.

Milano, al mio ritorno, mi sembrava più grigia, più brutta e meno “cool” che mai. Ma come, l’avevo desiderata così tanto nelle ultime settimane all’estero, perché ora la detestavo?

C’ho messo un po’, ma ci sono arrivata.

La mia vita milanese degli ultimi anni, soprattutto da quando ho iniziato a lavorare sui social media prima in ufficio e poi da casa, mi ha dato innumerevoli spazi e momenti per cercare stimoli che intorno a me, nella vita vera, non trovavo.

In ufficio passavo ogni momento libero a leggere articoli in inglese, quando ho iniziato a lavorare da casa ho trovato ancora più spazi, tempi, libri, articoli. Le schede del browser aperte, nonostante questo continuo leggere, non sono mai diminuite. Anzi. Col tempo sono diventate sempre di più, il mio computer sempre più lento, i miei occhi e la mia mente sempre più ingolfati di ragionamenti, situazioni e immagini che non mi appartenevano ma che mi facevano compagnia, che mi aiutavano a sostenere la noia, il lavoro spesso ripetitivo e monotono.

Senza spingermi troppo in là col paragone e senza i risvolti tragici del libro di Flaubert, si potrebbe dire che mi sono ammalata di “bovarismo”. Se la dipendenza asfissiante di Madame Bovary era quella da amore e avventure romantiche che non stava vivendo, la mia dipendenza era quella dell’osservare da lontano giovani donne belle e in gamba che sembravano sempre saperla più lunga di me e che mi facevano sentire, a confronto, come la ragazza di provincia che ha tutto da imparare e niente di buono da dire.

Ritornare a casa è stato difficile, drammatico, un bruschissimo ritorno alla mia vita di tutti i giorni, con i suoi tanti silenzi, i suoi tanti momenti di noia. Ma è stata anche la mia prima occasione, in tanto tempo, di imparare a capire che io sono questa cosa qui.

Una ragazza italiana, una ragazza che abita a Milano ma che è stata cresciuta in provincia dalla propria famiglia e da un infinito numero di videoclip di Mtv e film noleggiati in videoteca (il 95% dei quali americani).

Un’illustrazione di Veronica Zi

Una persona che ha sempre voluto essere percepita (dagli altri e da me stessa) come più “cool”, quella diversa, quella che ne sa un po’ di più degli altri, ma che alla fine è ancora timida e impacciata e sgangherata com’era in passato.

Da quando ho messo insieme questi pezzi, ho smesso di truccarmi come le ragazze che seguivo su Instagram, ho iniziato a cercare stimoli che andassero al di là della bolla in cui mi ero incastrata negli ultimi anni e ora mi ritengo in fase di disintossicazione (non ancora disintossicata, nemmeno lontanamente) dalle troppe cose lette, viste e osservate senza avere completamente gli strumenti per separare la finzione dal reale, la furbizia e l’accurata selezione dell’autorappresentazione dalla verità.

Ho anche accettato che, nonostante il mio viaggio a New York non sia stato quello che mi aspettavo, senza quel viaggio non avrei capito quanta differenza c’è tra la realtà e la proiezione della realtà, tra il vivere un luogo in prima persona e percepirlo da lontano, filtrato da uno schermo. Non avrei trovato alcune persone, stimoli, titoli, consigli, di cui nel presente non avevo colto del tutto il valore ma di cui ho iniziato a fare tesoro mesi dopo il mio ritorno a casa. Non avrei capito che il problema non è il posto in cui decidi di andare, ma lo scopo che sta dietro alla partenza. Al viaggio. Al sacrificio.

Ho potuto e voluto rimettere mano a Collage Mag, che oggi riparte.

Senza pretese.

Stavolta su Medium, per avere meno pensieri possibili e dare la possibilità a tutti di seguirci anche senza passare dal rumore assordante dei social.

Senza una frequenza di pubblicazione fissa.

Affronteremo un tema al mese, partendo da questo dicembre che sarà dedicato al tema “perfezione”, con un misto di esperienze personali e consigli che speriamo possano tornarvi utili.

Perché tutti abbiamo qualche immagine in testa, che sia frutto della nostra immaginazione o proveniente da uno schermo o da un libro, che non corrisponde alla realtà ma che in qualche modo ci ha influenzati, ha distorto la percezione di quello che è la vita vera, anche solo per un istante. Potrebbe essere l’immagine che avevamo di noi stessi da piccoli, come pensavamo che saremmo diventati da adulti, un’immagine che ogni volta che pensiamo di aver raggiunto nel presente vediamo allontanarsi o mutare ancora un po’.

Potrebbe essere l’immagine del lavoro perfetto, che poi una volta ottenuto non ci soddisfa come ci aspettavamo. O potrebbe essere l’immagine di un corpo, a cui si vuole a tutti i costi assomigliare, senza sapere perché, ma soprattutto senza sapere se ci renderà più felici o solo più affamati ancora a raggiungere un nuovo ideale, un nuovo equilibrio, un nuovo obiettivo.

Nel Flow Magazine Mindfulness Workbook (di cui spero avremo modo di parlare su Collage Mag), c’è un passaggio relativo al libro The Gifts of Imperfection di Brené Brown che ritengo molto importante.

“La perfezione è un obiettivo irraggiungibile. Inoltre, la perfezione ha più a che fare con la percezione — vogliamo essere percepiti come perfetti. Di nuovo, questo è impossibile — non c’è modo di controllare il modo in cui siamo percepiti, non importa quanto tempo ed energie spendiamo nel provarci”.

Spero che questo progetto imperfetto vi piacerà. E se non vi piacerà pazienza, non potrò farci niente.

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