Colombre / Pulviscolo

Voto ●●●●◐

Pulviscolo.

Ultimamente ho questo brutto vizio di partire all’ascolto di dischi osservando a lungo l’artwork.

L’ultimo che mi è capitato tra le mani mi è arrivato così, con un’estetica bizzarra dal ciuffo scompigliato, scalato male, nell’intento di mangiarsi le unghie contro sole con gli occhi piccoli, strizzati; attitudine di plastica che sembrerebbe percorrere le orme del più conosciuto Calcutta.

Se stessimo giocando a “indovina chi” probabilmente capiremmo subito che sto descrivendo l’ “identikit” (ogni riferimento a fatti cose persone e Verdena non è puramente casuale) di Giovanni imparato, in arte Colombre, e di Pulviscolo, il suo disco d’esordio da solista sotto etichetta Bravo Dischi.

Rispetto al panorama cantautorale italiano, il buon Colombre ha parecchie frecce in più alla sua faretra; dei beat anni ’70-’80, della psichedelìa, oscenamente pop, una musicalità contaminata da note e motivi gravi, di gusto postpunk/new wave.

In questo senso Giovanni esibisce la disinvoltura di chi ha dovuto solo raccogliere il coraggio per strozzare il reggae/pop/funk, già da anni portato in giro con altre etichette, come Garrincha e La Tempesta, per mettersi alla prova in testi più rarefatti, prodotti in salute di un rigido confronto psicologico con sé stesso; nonché stilistico, con un’autorevole e variegata tradizione autorale.

Pulviscolo è anche il titolo della traccia d’apertura, primo estratto rilasciato dell’album. L’organetto infantile restituisce una serenità che si lega indissolubilmente al testo. “Ho buttato via un sacco di tempo” è il verso che inaugura il motivo e l’esercizio principali che innerveranno tutto l’album: lo sgretolamento del tempo e dell’esperienza in granelli di polvere, cui solo una minuziosa premura dei particolari più effimeri, descrittiva, può restituire un’idea d’insieme, al servizio di un immaginario strumentalmente ingenuo, semplice; correlativo necessario per non soccombere al proprio mostro ormai maturo ed in avanzamento.

Giovanni in arte Colombre.

Il rancore è escluso e cede il posto ad una fiducia impossibile nell’altro, in una comprensione misera che separa, gesto d’umiltà per non chiudersi nel proprio mondo. “Niente rende più umili di un addio”.

L’amore veste i panni del rimorso, il motivo della sua ricerca trova spazio nella tenerezza prodotta dalla successione di minuti e continui fallimenti. La gara di velocità che la realtà impone è destinata a relegarlo sconfitto ed incredulo, solo, immobile e indolente a tagliarsi i capelli allo specchio “e intanto le prospettive, le condizioni intorno, cambiano, e ballano, mentre tu sei fuori tempo”.

Dimmi tu ammicca agli spazi interstellari e al ritmo di Protobodisathva de iCani, condita dall’autoironia di una chitarrina funky per poi esplodere in uno tra i migliori versi scritti dalla scena indie dall’italico idioma. “Crepa / produci o crepa. Loro se ne fregano sempre non gli importa niente tantomeno di te. Dai su alzati e vestiti a festa anche nella tempesta o con la faccia nel muro. Fottetevi voi e l’universo con la terra in bocca non ho nulla da perdere mi fate schifo e non voglio vedere nessuno da qui”;

Sveglia, una delle canzoni più riuscite, che con post-adolescenza, odio come forma d’amore morboso e batteria contro tempo sembrerebbe richiamare i primi torbidi Baustelle.

Blatte, invece sancisce la collaborazione con Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE), ed è destinato ad affermarsi come il capolavoro dell’album: le seconde voci e la tastiera creano un’atmosfera soul, alcuni passaggi di nuda voce su nuda batteria giocano bene a favore di uno spazio chiuso, minato da orribili insetti nascosti che attendono il buio, in cui l’indifferenza è la risposta alla mancata scelta di esposizione alla luce, per ritrovarsi nello spazio di un mattino.

La narrazione si chiude poi con Bugiardo e Deserto, nelle quali resosi conto della vanità dei propri sforzi, l’io si convince di sfiorare il ridicolo, a ossa rotte, si recepisce senza dignità e la riconosce dunque a tutto ciò che è “altro”, assieme alle ragioni, perché non sa che farne, se non essere tenace di questa assenza. Per rifugiarsi, infine, in un altrove sconosciuto.

Nel finale del Deserto dei Tartari , mangiato dal male, esiliato tra ignota gente, si decide a volgere dignitosamente incontro al trapasso; perché peggio della morte, c’è l’averne paura.

Il Colombre stesso è il mostro dei mari di un racconto di Buzzati, che per tutta la vita insegue incutendo terrore il predestinato protagonista marinaio, configurando la sua esistenza come, appunto, una costante e terribile fuga dal mostro; per culminare in un finale incontro in cui, datagli solo in ultimo possibilità di parola, questo rivela di aver sempre esclusivamente desiderato donargli la perla del mare, che dona gioia e ricchezze eterne; e va via.

Dall’incontro con le paure più profonde può scaturire forse il più intenso dei fasci di luce.

Embrace your nightmares.