Assange, Wikileaks e l’etica dell’irresponsabilità

Alberto Rizzi
Apr 18, 2019 · 4 min read

Il recente arresto del fondatore di Wikileaks, Julian Assange, da parte delle autorità inglesi ha riaperto un dibattito già in corso da tempo. Come purtroppo spesso accade in questi casi le due opposte interpretazioni hanno assunto sempre più i caratteri di tifoserie. Non era ancora stata cambiata l’aria della stanza di Assange all’interno dell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra che già l’opinione pubblica di tutto il mondo si divideva tra sostenitori dell’attivista australiano e suoi detrattori. Da una parte chi lo considera un eroe della libertà e dall’altra chi invece lo vede come un traditore, più o meno venduto a questo o quel Paese.

L’arresto di Julian Assange l’11 aprile 2019 a Londra — Victoria Jones/PA/AP.

Wikileaks nella sua breve storia ha causato diversi scandali, specialmente nel 2010 riguardo allo spionaggio condotto dai servizi segreti USA, tramite le ambasciate, a danno di moltissimi capi di stato o di governo, inclusi quelli dei Paesi alleati. Sorvolando sul fatto che è da quando esiste la diplomazia come conduzione delle relazioni tra entità politiche diverse che le funzioni di diplomatico e spia non sono mai state scisse del tutto, sugli effetti delle rivelazioni di Wikileaks vale invece la pena di soffermarsi. Senza voler imputare al portale una serie di avvenimenti solo marginalmente riconducibili ai documenti diffusi dal sito, è chiaro che le pubblicazioni di Assange abbiano avuto delle conseguenze. E proprio qui sta il nocciolo della questione.

Molti di quelli che considerano Assange un paladino della libertà e dell’informazione lo fanno perché ritengono che la trasparenza sia un valore universale, un bene assoluto da perseguire sempre e comunque. La pubblicazione di documenti segreti, non mediata, spesso non verificata e diverse volte ottenuta con mezzi ampiamente illeciti, viene vista come un dovere di resistenza verso un mondo oscurantista che cerca di nascondere la realtà ai cittadini. Pur non scadendo sempre in teorie del complotto, appare chiaro come si dia alla trasparenza un valore che non accetta compromessi. Richiamando le teorie espresse da Max Weber nel celeberrimo “La politica come vocazione”, Assange ed i suoi sostenitori sono in larga parte ascrivibili alla logica dell’etica assoluta, quella che il filosofo tedesco associava ai rivoluzionari, ai sindacalisti ed ai religiosi. Essi infatti agiscono in nome di un principio assoluto che renderebbe la loro azione meritoria a prescindere dalle conseguenze. In quest’ottica le informazioni riservate rivelate non hanno valore in quanto tali, né per le ricadute che generano, ma semplicemente perché vi è un imperativo morale che impone categoricamente di diffonderle per ottemperare agli obblighi di quest’etica di assoluta trasparenza.

Secondo Weber, però, chi si occupa di politica deve farsi guidare da ben altra etica, quella della responsabilità. Ovvero, deve domandarsi quali siano le conseguenze di ogni decisione che viene presa. Assange questo non lo ha fatto: non ha fatto la benché minima riflessione su quali sarebbero stati i possibili risvolti delle sue pubblicazioni, ma ha preferito renderle disponibili a tutto il mondo senza alcun filtro né contestualizzazione. Una miriade di documenti contenenti spesso dati sensibili per la sicurezza di un Paese resi consultabili a chiunque abbia una connessione web. In nome di cosa? In nome della trasparenza assoluta e perseguita con totale disinteresse delle conseguenze.

Una foto del filosofo tedesco Max Weber (1864–1920).

Giunge il momento di chiedersi se la trasparenza assoluta sia sempre un valore o se non sia forse più adeguato rifiutare l’etica degli assoluti e sposare quella della responsabilità. Il dovere di cronaca e l’informazione sono valori importanti nelle nostre società, ma non lo sono in virtù di un principio assoluto quanto delle loro conseguenze: si pretende trasparenza sui finanziamenti dei partiti perché serve ad evitare che ci siano interessi occulti cui possano rispondere i nostri governanti al posto del mandato democratico. Allo stesso modo anche le attività dei servizi segreti sono poste sotto sorveglianza parlamentare nei modelli democratici, proprio per garantire che vi sia un controllo da parte dei rappresentanti dei cittadini e nel rispetto della legge. Non si può tuttavia pensare che ogni azione compiuta dalle agenzie governative, dalla Difesa o dagli Esteri debba essere di dominio pubblico. Se i documenti diplomatici e di intelligence sono segreti vi è un motivo, e non si tratta di volontà di oscurantismo, quanto di tutela dello Stato e delle persone coinvolte. Anche senza collocarsi sulle posizioni machiavelliche che vedono la ragion di stato prevalere sempre e comunque su tutto, resta imperativo entrare nella dimensione dell’etica della responsabilità quando si ha a che fare con questo tipo di informazioni. Oltre ad aver creato problemi per la difesa e la sicurezza nazionale di diversi Paesi, le pubblicazioni di Assange hanno messo direttamente in pericolo le vite di decine di persone i cui nomi sono finiti da un giorno all’altro su un sito web, compromettendo anni di lavoro ed aprendo alla possibilità che venissero scoperti, torturati od uccisi.

Il fondatore di Wikileaks ed i suoi collaboratori non si sono mai posti questi problemi: nella loro visione di un bene assoluto da perseguire a prescindere ed a discapito delle conseguenze non c’è spazio per interrogarsi sugli effetti delle proprie azioni. E se questo comportamento si pone agli antipodi dell’etica della responsabilità, Assange non potrà che essere intrinsecamente irresponsabile. Il vero passaggio all’età adulta ed alla maturità si raggiunge non con un cambiamento anagrafico o con il conseguimento di un titolo di studio, ma con la consapevolezza che le nostre decisioni producono degli effetti e che questi ultimi devono essere considerati quando si valutano le possibili azioni da intraprendere. Vivere nell’irresponsabilità è più facile, non ci sono molte domande da porsi o riflessioni da fare. Assange non è quindi né un eroe né un traditore, ma soltanto un enorme irresponsabile cui solo ora verrà (forse) chiesto di rendere conto delle azioni compiute.

Comitato Ventotene

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Europa, Hashish, Laissez-Faire

Alberto Rizzi

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International Relations, Wars, European and Middle Eastern Politics.

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