Brexit, da tragedia a farsa

Alberto Rizzi
Mar 15, 2019 · 6 min read

Le grandi tragedie dell’antichità, da Eschilo ad Euripide, avevano come oggetto un evento che sconvolgeva una comunità e segnava la vita dei personaggi. L’eroe tragico in particolare ne veniva devastato e mutato. Colpito dall’evento tragico nel profondo, ancor più del resto della comunità, attraversava un percorso che alterava completamente i suoi tratti, restituendo al termine dell’opera un personaggio completamente diverso da quello iniziale. Indimenticabile l’Edipo di Sofocle: lo sprezzante e orgoglioso sovrano di Tebe del prologo dell’Edipo Re viene progressivamente sostituito da un uomo sempre più fragile e consapevole della sua debolezza, fino al vecchio che, dopo essersi tolto la vista per non vedere il frutto del proprio incesto, abbandona la città nell’esodo.

Edipo cieco raccomanda la famiglia agli dei — Bénigne Gagneraux (1784)

A prima vista la Brexit potrebbe ricordare una tragedia classica. C’è un evento devastante che sconvolge l‘esistenza di una comunità: il referendum indetto nel 2016 e le sue drammatiche conseguenze, ormai su qualunque aspetto della vita pubblica del Regno Unito. L’imminente uscita di Londra dall’UE domina da oltre due anni qualunque dibattito politico inglese e viene costantemente ripresa dai media, al punto che non esiste quasi prima pagina di quotidiano che non ne faccia menzione almeno una volta. Comunque andrà a finire, la volontà di Brexit ha già avuto devastanti conseguenze: l’opinione pubblica si è profondamente divisa sulla questione, spaccando in due il Paese, socialmente e geograficamente, si è già visto un primo ritorno alla violenza sulla questione irlandese ed un elenco sterminato di aziende ha annunciato il trasferimento o almeno l’intenzione di ridurre la propria presenza in UK. Come la peste di Tebe, la Brexit ha alterato una comunità radicalmente, cambiandola nel profondo.

C’è anche un eroe tragico, anzi un’eroina. Theresa May era partita sicura, convinta delle sue possibilità di realizzare l’uscita dall’UE e di mantenere il controllo della politica inglese. Ora invece, a meno di tre anni dal suo arrivo al 10 di Downing Street, è politicamente finita, qualunque sia il destino della Brexit. Ha lanciato un’elezione anticipata per consolidare il suo controllo parlamentare e ne è uscita con le ossa rotte, costringendo i tories, peraltro già ampiamente divisi al loro interno, a formare un governo con gli unionisiti nordirlandesi, mossa che si è rivelata fatale per i negoziati con l’UE: proprio sul backstop irlandese il DUP ha adottato una posizione oltranzista. Le sfide alla sua leadership si sono moltiplicate e quella che doveva essere la nuova stella della politica britannica sarà al massimo la traghettatrice verso una nuova fase, ancora oggi in larga parte oscura. Parlando di tragedie e di Inghilterra non si può fare a meno di evocare il Bardo di Avon e immaginare un primo, scomodo paragone. Come il protagonista di quella che forse è l’opera più riuscita di Shakespeare, Macbeth, la May ha sacrificato tutto nella speranza di ottenere il potere: storica sostenitrice della permanenza del Regno Unito nell’Unione, non si è fatta problemi a trasformarsi in Brexiter convinta per sottrarre a David Cameron prima il partito e poi il governo. Se il Thane di Glamis uccide fisicamente il sovrano, la deputata conservatrice ha soltanto dato l’ultima spinta ad un Primo Ministro che si era già ampiamente suicidato con la scelta di andare al voto popolare. Una volta al potere però, sia Theresa che Macbeth si accorgono che la realtà è ben diversa dalle loro aspettative. Il nuovo Re di Scozia si rende conto di come la promessa delle tre streghe nascondesse un futuro di rimorso, dubbio e solitudine; la nuova inquilina di Downing Street al posto del fantasma di Banquo si è scontrata con qualcosa di molto più reale, il peso negoziale ridotto del Regno Unito e l’impossibilità di conciliare l’accesso al mercato unico con l’unione doganale o il Good Friday Agreement con la presenza di un confine fisico in Irlanda.

Il parallelismo con la tragedia finisce però qui. Se la peste di Tebe era un evento imprevedibile, voluto dagli dei per punire un uomo inconsapevole delle proprie terribili colpe, quanto sta avvenendo nel Regno Unito era ampiamente pronosticabile ed è stato interamente autolesionismo. A qualunque statista degno di questo nome sarebbe subito apparso ovvio come Londra da sola non potesse essere in una posizione di vantaggio contro gli altri 27, che hanno addirittura accantonato, situazione quasi inedita negli ultimi anni, tutte le divergenze interne per presentare un fronte compatto nelle negoziazioni. Allo stesso modo, delineare fin da subito un piano chiaro per l’uscita, con una strategia e degli obiettivi organici, avrebbe permesso di ridurre enormemente l’incertezza, in assoluto la situazione meno apprezzata dai mercati. E invece Londra ha impiegato due anni solo per elaborare un piano di uscita che Westminster ha rifiutato già per due volte, infliggendo sonore sconfitte alla May. Oggi, a due settimane dalla data prevista, ancora non è dato sapere cosa succederà. Rifiutando sia l’uscita negoziata che quella senza accordo, l’unica strada sembra essere un’estensione delle negoziazioni, che però difficilmente potrà produrre grossi sviluppi: assai arduo che in un paio di mesi si sciolgano nodi che per oltre due anni sono apparsi irrisolvibili. Infine, le opzioni per il Regno Unito sono sempre le medesime tre: un accordo che ricalchi in larghissima parte quello già bocciato (perché l’UE non ha alcuna intenzione di cambiarlo), l’uscita senza accordo o la permanenza nell’unione. L’estensione approvata nella serata di ieri non cambia questa realtà ed appare arduo che ulteriori proroghe risovlano questi nodi.

Schermata con le dichiarazioni della May durante la campagna referendaria, proiettate a Bruxelles, da Guernsey Press.

Guardando meglio l’intera faccenda ci si accorge di come la Brexit non sia un tragedia, ma solo una grande farsa. Theresa May non è Macbeth, che per lo meno venne ingannato dalle streghe e nel finale si avvia conscio e con coraggio verso il proprio destino. La premier britannica era consapevole fin dall’inizio della situazione che avrebbe dovuto affrontare e si è dimostrata completamente inadeguata a farlo: ha preferito illudere l’opinione pubblica offrendo prospettive surreali piuttosto che ammettere le difficoltà della situazione. Così come surreali, quando non direttamente false, erano la stragrande maggioranza delle promesse fatte dal fronte del Leave. I suoi personaggi appaiono allora molto più come delle caricature grottesche che degli attori tragici: da Boris Johnson a Rees-Mogg, passando per Dyson che dopo aver finanziato il Leave è scappato a Singapore proprio nel timore che quello che aveva invocato avvenisse davvero. Tutti sapevano perfettamente che non ci sarebbe mai stato alcun futuro radioso per Londra al di fuori dell’Unione Europea. Non si salva neanche l’opposizione: Jeremy Corbyn, dopo una campagna per il Remain fatta controvoglia, da antieuropeista com’è sempre stato, ha accettato la possibilità di un secondo referendum solo quando ormai era troppo tardi, insistendo sul fatto che con lui al governo Londra avrebbe potuto ottenere molto di più dall’UE rispetto a Theresa May, in virtù di cosa non è dato sapere. Nel proseguo di questa farsa i meaningful votes di Westminster sono stati in realtà assai meaning-LESS, vista l’impossibilità comunque di produrre proposte alternative a quella rifiutata. Si è scelto poi di votare contro la possibilità di un no-deal, ma senza mettere in campo alcuna misura per prevenirlo.

Vignetta di Ingram Pinn per il Financial Times.

Il voto referendario, scelta grottesca già di suo, e la progressione fantascientifica verso la Brexit hanno radicalmente cambiato il Regno Unito, mostrando la fragilità di una società spaccata e mettendo a nudo la pochezza della classe dirigente britannica, quasi come una tragedia. Nella grande farsa della Brexit, però, ad uscire di scena sminuito, condannato e deriso non sarà solo il protagonista dell’opera, ma l’intero Paese.

Comitato Ventotene

Europa, Hashish, Laissez-Faire

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Alberto Rizzi

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International Relations, Wars, European and Middle Eastern Politics.

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