Comitato Ventotene
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Di economia, scienze “esatte” e altre illusioni

Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.

Jules Henri Poincaré — La scienza e l’ipotesi

Una pubblicità della Camel del 1933.

Credo che vedere un medico fumare generi sempre un po’ di stupore: i pericoli del fumo sono noti ed i suoi danni evidenti, eppure anche tra chi di salute si occupa per professione la pratica è diffusissima. Tuttavia, nessuno, spero, valuterebbe la competenza di un medico in base al tabagismo.
La medicina, pratica complessa, esaurisce il suo ruolo scientifico quando descrive i danni che il fumo apporta a chi ne fa uso: se poi sia auspicabile fumare o meno non è una domanda che la scienza medica possa discutere, ma al massimo un consiglio che il medico può dare al paziente. Un discorso analogo vale per il sovrappeso, il colesterolo alto o le centinaia di atteggiamenti e comportamenti nocivi che tendiamo ad avere nel corso della nostra vita, cercando appunto di trovare un bilancio tra i nostri vizi e la nostra salute. In altri termini, riconosciamo alla medicina, o meglio al medico che se ne fa portavoce, il suo valore positivo (ovvero riconosciamo che “fumare fa male”) ma non necessariamente siamo pronti ad accettarne l’aspetto normativo (“dovresti smettere di fumare”). La separazione di questi due aspetti ci è chiara, almeno implicitamente, per la medicina: quello che forse dovremmo sforzarci di fare è trattare allo stesso modo l’economia. Infatti, dire che l’economia non è una scienza perché se funzionasse davvero allora tutti gli economisti sarebbero ricchi è come dire che la medicina non è una scienza altrimenti tutti i medici sarebbero in salute.

A tal proposito, se non vogliamo sembrare ridicoli come degli antivaccinisti o dei terrapiattisti, dobbiamo prima di tutto superare l’opinione, largamente diffusa, che l’economia non sia una scienza.
Tale tesi deriva, a mio avviso, da una generica incomprensione di cosa la scienza è ed, ancor più, di cosa la scienza non è. Senza tentare di addentrarci nell’eziologia di questa profonda incomprensione (che non si può fare a meno di imputare all’impostazione gentiliana di tutto il nostro sistema scolastico), vale almeno la pena discutere l’argomento principe di questa posizione, che, semplificato fino all’estremo, assume grossomodo la forma di un sillogismo (modus tollens, anticipo i gentiliani puntigliosi) secondo cui ( A ) la scienza fa predizioni esatte e dato che ( B ) l’economia non riesce a fare predizioni esatte segue logicamente che ( C ) l’economia non è una scienza.

Come dicevo, alla base di questo modo di ragionare, troviamo una percezione della scienza quale portatrice di verità assolute: F=ma (mi si perdonerà la mancanza del segno di vettore), E= mc², e così via.
Ovviamente, se prendiamo per vera tale premessa, arriviamo alla maliziosa conclusione che qualora un dato campo del sapere non sia in grado di spiegare con questa precisione (e, lasciatemi cadere nel romantico, eleganza) i fenomeni di cui si occupa, possiamo tranquillamente depennarlo dalla lista delle scienze (esatte?) e relegare il pensiero di chi se ne occupa a mera opinione, valida quanto la preferenza per un libro o per un vino.
Tale concezione tuttavia è doppiamente ingiusta: da un lato trascura l’enorme complessità delle discipline scientifiche più “dure”, dall’altro minimizza i grandi risultati che l’economia ha ottenuto. Liquido velocemente questo secondo aspetto (non essendo io esperto di economia), semplicemente facendo notare quanto il mondo si sia evoluto negli ultimi cento (ma anche cinquanta) anni, e di come questo progresso sia dovuto, almeno in parte, ad una gestione ottimale delle risorse e della loro allocazione, tutti campi che rientrano nel dominio dell’economia.

Per quanto riguarda il primo, dobbiamo invece renderci conto che le leggi così precise e “fondamentali” proprie della fisica o della chimica, sono frutto di un lavoro estremo di isolamento (sia a livello concettuale sia a livello empirico-sperimentale) di alcuni fattori dall’enorme complessita’ del mondo e, di conseguenza, della possibilità di una loro analisi.
A titolo di esempio, la precisa conoscenza degli elementi chimici che abbiamo al giorno d’oggi è stata possibile solo perché ci siamo concentrati sull’isolare le varie sostanze in modo da riuscire a trattarle e studiarle separatamente: le reazioni chimiche che avvengono in natura sono enormemente più complesse delle semplici ossidoriduzioni che si studiano a scuola. Oppure pensiamo alla caduta dei gravi, lo studio dei quali ha dato inizio alla scienza per come la conosciamo: il fatto che un corpo cada di moto uniformemente accelerato è dato come assodato, ma se proviamo a lanciare una piuma o una foglia vediamo che così non è. Ovviamente però nessuno riterrebbe che, per queste ragioni, la fisica o la chimica non siano scienze valide.

Difatti, non appena usciamo dall’ambiente controllato del laboratorio e ci scontriamo con la complessità del reale, le nostre leggi “esatte” iniziano a vacillare: le cosiddette scienze esatte lo sono all’interno di confini teorici ben delimitati e che si tenta di riprodurre in laboratorio, cercando di eliminare tutti gli altri possibili fattori. Non appena la complessità del sistema inizia a crescere, anche la nostra capacità predittiva (se non descrittiva) comincia a venir meno: le macchie solari, il clima, i terremoti, la turbolenza sono solo alcuni degli esempi per i quali anche la fisica (considerata la più dura delle scienze) non riesce a fare previsioni accurate. E un discorso analogo lo possiamo fare per la dinamica degli ecosistemi, per il ripiegamento delle proteine (protein folding) e addirittura per l’intelligenza artificiale, dato che le reti neurali funzionano in modi che siamo ben lontani da comprendere (nonostante, mi preme specificarlo, siano interamente progettate dall’uomo).

Vignetta di Saturday Morning Breakfast Cereal.

Anche l’economia ha le sue leggi e gli esperimenti controllati (e più recentemente anche le simulazioni al computer, nelle quali i fattori esterni possono venire gestiti a piacimento) sembrano confermarle: pure nel suo caso però, in modo del tutto analogo a qualsiasi altra scienza, quando va a scontrarsi con l’estrema molteplicità dei fattori che affollano la rete di concause del mondo, il suo potere predittivo diminuisce.
Diminuisce dico, ma non si esaurisce del tutto.

Perché, al netto di tutte le opinioni, delle possibili controversie (o fintoversie, come direbbe Medbunker), dei dubbi più o meno legittimi
e delle svariate teorie, alcune cose in economia si sanno.
Si sanno come si sa che un corpo cade in modo uniformemente accelerato, ovvero nei limiti di certe approssimazioni, ma si sanno.
E dire che non è vero, dire che sono solo opinioni, dire che se sapessero davvero quello che fanno non ci sarebbe la crisi, sono affermazioni che denotano una profonda ignoranza di cosa si intenda per “sapere” in senso scientifico: la scienza, ben lungi da dare verità assolute e immutabili, non è altro che un modo che gli uomini hanno trovato per cercare di valutare alcune affermazioni sulla realtà in un modo che potesse essere condiviso oggettivamente. Questo processo di valutazione, fatto (almeno ad oggi) di p-value, campioni di controllo, ipotesi nulle, revisioni a doppio cieco, lunghi trial e, soprattutto, molteplici evidenze empiriche, è lungi dall’essere perfetto ma è ad oggi l’unico modo che l’uomo abbia trovato per analizzare la realtà tentando di prescindere dall’opinione personale.
E nonostante i drammi che ancora ci affliggono, quanto l’umanità abbia giovato dei frutti della scienza è davanti agli occhi di tutti, anche dei sostenitori della cosiddetta “decrescita felice”.