Il salario minimo al tempo dei contratti collettivi

Jolyon Hine
Mar 16, 2019 · 3 min read

Di recente è venuta da più parti la proposta di introdurre un salario minimo legale in Italia. Qui argomenterò brevemente l’idea che prima di fare ciò si deve riformare la contrattazione dei rapporti di lavoro.

Lavori del cantiere Tenda Bis (Francesco Doglio).

Si dice spesso, a supporto del minimo legale: c’è in tutta Europa. Ma, se si guarda bene, non c’è in tutta Europa: non c’è in Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Liechtenstein e Austria; e, appunto, in Italia.

Questi paesi sono tipicamente quelli nei quali la contrattazione collettiva copre una fetta alta di lavoratori dipendenti, sopra l’85% del totale — seppur non in tutti i casi del genere sia assente un compenso minimo nell’ordinamento giuridico del paese.

Fonte: Salario minimo legale vs contrattazione collettiva in Italia e in Europa, Silvia Spattini, Bollettino Adapt, su dati ICTWSS (2008 — 2011) e OECD.

Ma quello che probabilmente è più interessante da osservare dell’Italia, per motivi spiegati più avanti, è quanto ci sia (relativamente) poca variazione di salari. Se si guarda al grafico sotto, si nota come in Italia il decimo percentile dei salari part-time sia il 78.8% della mediana (classificandosi seconda in Europa per questa misura), 70.0% per i full-time (sesta in Europa). Traducendo, tra quelli che guadagnano appena più del 10% dei salariati meno fortunati e chi guadagna più della metà della popolazione di salariati non v’è poi tanta differenza. La dimensione di questo rapporto sembrerebbe essere alta per i paesi dove la contrattazione collettiva copre una fetta larga di lavoratori.

Fonte: elaborazione su dati Eurostat, 2014

Detto questo, a quanto ammonta solitamente il salario minimo legale? Di solito si guarda al rapporto tra il minimo e la mediana dei salari full-time. Sempre in riferimento al vecchio continente, anche solo guardando ai paesi dove questo dato è più alto, per la Francia è al 61.79%, seguita da Portogallo (60.86%), Romania (59.66%), Slovenia (58.21%), Polonia (53.98%) e Regno Unito (53.57%, dati OECD, 2017). Insomma, solo in un caso il minimo supera il 60% della mediana.

Ci sono buoni motivi per non alzare il minimo sopra una certa soglia, e se ipotizziamo un minimo al 60% della mediana in Italia, non ci sono poi molte persone da aiutare con questo metodo: solo una frazione piccola guadagna meno di così. E si dirà, meglio aiutare quei pochi che nessuno. Forse. Ma forse vale la pena volgere un pensiero a perché, nonostante la mostrata variazione bassa di compensi nel paese, si parli così spesso di paghe da fame. È anche perché spesso quelle paghe sono delle note false partite IVA, lavoratori in nero e altre categorie non catturate dalle statistiche sui salari. Sono tutti quelli che scappano (spesso complice la malafede di certi datori) dagli schemi rigidi della regolamentazione del lavoro. Non si deve essere fiduciosi che inserire ulteriori rigidità sia una buona idea e che non faccia fuggire altre occupazioni dal mercato regolare.

Tipicamente, il minimo legale serve a mettere un limite inferiore all’eccessiva variabilità dei salari, quella che non c’è in Italia, e che invece c’è in Germania, che dai primi anni 2000 ha progressivamente reso più flessibili i rapporti di lavoro e ridotto la copertura degli accordi collettivi. Se si segue l’esempio di questi ultimi, sia per quanto detto qui, che per le varie distorsioni portate dalla contrattazione collettiva in Italia (esempio qui), allora ha più senso parlare di un compenso minimo legale.

Comitato Ventotene

Europa, Hashish, Laissez-Faire

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Jolyon Hine

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