La macchia nera da non cancellare: ricordando il genocidio di Srebrenica

Laura Gaspari
Jul 11, 2019 · 5 min read
La lapide in ricordo delle 8372 vittime del genocidio di Srebrenica, all’entrata del memoriale di Potočari, Bosnia ed Erzegovina (foto dell’autrice)

L’11 luglio di 24 anni fa si consumava il genocidio di Srebrenica, una macchia nera sulla storia recente del nostro continente. Un massacro che conta più di 8000 vittime, quasi tutti uomini bosgnacchi di fede musulmana, perpetrato in pochissimi giorni dagli uomini del Generale Ratko Mladic e gruppi paramilitari a lui affiliati. In Europa non si vedeva una cosa del genere dalla Seconda Guerra Mondiale e ancora oggi il contesto della guerra in Bosnia e nei Balcani occidentali ci fa tremare i polsi. Ratko Mladic è stato condannato in primo grado qualche mese fa dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, l’ultima sentenza del tribunale speciale prima della sua definitiva cessazione delle attività. Le vittime identificate — più di seimila — riposano nel memoriale di Potočari, di fronte quella che era la ex base dei Caschi Blu olandesi della missione UNPROFOR, incaricati di proteggere dichiarando Srebrenica una “safe area” secondo la risoluzione 819 del 1993 del Consiglio di Sicurezza.

Tre anni fa mi sono caricata uno zaino in spalla e sono partita con alcuni compagni di viaggio verso la Bosnia, uno dei viaggi più segnanti della mia vita, un’esperienza che a distanza di tempo mi rendo conto abbia plasmato moltissimo la mia coscienza e che in ogni occasione cerco di riportare perché mi sento in dovere di non far dimenticare una simile onta della nostra storia.

Le lapidi al memoriale di Potočari, Bosnia ed Erzegovina (foto dell’autrice)

A Srebrenica ci si arriva attraverso delle impervie stradine strette immerse nella natura più selvaggia della Bosnia ed Erzegovina. È una piccola cittadina nell’attuale Repubblica Srpska, incassata in mezzo alle montagne con una sola via d’accesso. Sulla strada, circa sei chilometri prima, c’è il memoriale di Potočari dove sono seppellite le più di seimila vittime identificate e che ogni anno continuano ad aumentare. 24 anni nella storia sono pochi e la cicatrice è ancora visibile. Il memoriale è sospeso nello spazio e nel tempo con un silenzio capace di bucare i timpani da quanto è presente. I piccoli obelischi bianchi, tanti, troppi, vengono illuminati dal sole nelle giornate estive come questa e riflettono una luce fortissima, come a voler eliminare il buio e il peso incontenibile di quello che è accaduto lì. Si estendono fino all’orizzonte, sconfinano e non si riesce a vederne la fine come se volessero toccare il cielo. Si cammina piano e in silenzio, non c’è molto da dire. Bisogna solo riflettere. I nomi sul lungo lastrone a semicerchio all’entrata sono troppi, così tanti che a leggerli tutti viene il giramento di capo. C’è un’iscrizione in inglese all’interno del memoriale, una preghiera affinché quello che è accaduto a Srebrenica non accada mai più e a nessuno.

Sembra surreale invece è tutto vero.

Si capisce che è tutto vero quando si guarda al di là della strada e si vede un capannone abbandonato — oggi convertito a museo del ricordo. Il capannone dove stavano i Caschi Blu olandesi. Sapete, i bosniaci sono persone dotate di un particolarissimo senso dell’umorismo, talmente pungente da far impallidire un britannico. L’hanno voluto lì di fronte il memoriale, così come per dire: “Dovevate proteggerli, guardate dove sono adesso!”. Uno schiaffo morale in faccia alle Nazioni Unite che — lasciatemelo dire — fallirono in quegli anni e alla comunità internazionale e quella europea che si girarono dall’altra parte per non vedere.

L’ex compound del contingente olandese dei Caschi Blu delle Nazioni Unite per la missione UNPROFOR, Potočari, Bosnia ed Erzegovina (foto dell’autrice)

La terra bosniaca sta ancora restituendo cadaveri dalle fosse comuni. Lo dico per certo, perché tre anni fa li ho visti. Erano dieci a Tuzla al centro di identificazione. Quando li vedi, capisci qual è il vero prezzo da pagare per l’odio. Trentatré persone sono state identificate e seppellite quest’anno. Ogni anno qualche salma viene posata a riposare a Potočari, sotto gli sguardi di chi non vuole dimenticare e si batte perché non prevalga il negazionismo. Perché c’è, fidatevi.

Tutta la strada per Srebrenica è un cammino nel ricordo e nel cercare di capire quanto l’essere umano può essere distruttivo. I casolari ai bordi della strada hanno ancora i buchi di proiettile e sono abbandonati. Li hanno portati lì, ci raccontava un testimone, e li hanno fucilati tutti.

Srebrenica oggi è una piccola città in cui pochi abitanti sono rimasti, soprattutto bosgnacchi. C’è una strada, un pub, un supermarket, un giardinetto e un ristorantino. Sulle montagne ci sono ancora le mine antiuomo lasciate dalla guerra, ci hanno detto di non avvicinarci troppo. C’è ancora il coprifuoco alle ore 23.00. C’è silenzio. Un serbo bosniaco con una maglia dei Tool, con cui stavamo bevendo una birra nel piccolo pub (mentre la polizia ci teneva d’occhio da fuori) pretese un brindisi esclamando “Welcome to the end of the world!”. Benvenuti alla fine del mondo.

Sono anni che ci penso a quella frase, all’epoca non riuscii a dargli una risposta. Ma ora lo so: il genocidio di Srebrenica è veramente la fine del mondo. O meglio, insieme ad altre aberrazioni della storia, ci dovrebbe far vedere qual è l’abisso, in modo da evitarlo. Quando si arriva ad odiare e a manipolare l’odio in modo talmente efferato e sistematico, succedono tragedie come quella bosniaca. Mi chiedo come sia possibile che dopo questo poco tempo, solo ventiquattro anni, ancora non abbiamo imparato niente. C’è sempre qualcuno che spingerà la massa ad odiare. Tuttavia, ci deve essere sempre qualcuno che non deve smettere di ricordare e che l’11 luglio di ogni anno (ma non solo) deve ricordare Srebrenica perché è una macchia che non se ne deve andare dalla nostra storia, per quanto ci proviamo a cancellarla via. Deve rimanere lì, pronta a ricordarci sempre che l’odio, la crudeltà, le metafore utilizzate per attirare il consenso, le falsità e l’ignoranza possono fare più morti di un colpo di mortaio o di un coltello nel cuore e nessuno si può salvare. Può succedere ovunque, a chiunque. Bisogna solo togliere il paraocchi, non volgere lo sguardo altrove e non dimenticare.

Srebrenica 11 luglio 1995–11 luglio 2019

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Europa, Hashish, Laissez-Faire

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International Relations graduated. Copy and medical writer. Balkan lover. RPG player. Human rights defender. Activist. Polemical person.

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