Alberto Rizzi
Jul 9, 2019 · 5 min read

La folle alleanza italiana con i Paesi di Visegrád

Le nomine dei vertici comunitari hanno certificato l’isolamento totale in cui si trova il nostro Paese dalle elezioni europee. L’unica carica andata all’Italia, la presidenza del Parlamento UE, è infatti frutto di una logica esterna a quella delle altre nomine ed è andata ad un soggetto di opposizione. Le foto circolate qualche tempo fa, che ritraevano Pedro Sanchez al fianco di Macron e Merkel mentre Conte era con Theresa May, già da tempo paria comunitario, sono la perfetta metafora di come il governo del cambiamento si sia fatto soffiare il ruolo di capofila dei Paesi mediterranei dalla Spagna, cui è andata la politica estera UE. A poco servono le accuse indignate di molti commentatori che puntano il dito contro un’Europa interessata solo alle poltrone. La scelta dei vertici comunitari è il più grande mercato di cavalli del continente: fare la morale non serve proprio a nulla, ciò che conta è saper giocare, e noi evidentemente non lo sappiamo.

Le nuove nomine devono però molto anche ad una sciagurata scelta di campo dell’esecutivo italiano, ormai appiattito definitivamente sulle posizioni del gruppo di Visegrád. É infatti ormai noto come Conte abbia bloccato la nomina di Frans Timmermans a capo della Commissione, nome sul quale Francia e Germania avevano trovato un compromesso. Eppure il socialista olandese era per molti aspetti il miglior candidato possibile: lontano dal rigore tedesco, forte sostenitore della redistribuzione dei migranti e grande amante dell’Italia. Una figura ottima per Roma, ma assai invisa alle capitali di Ungheria e Polonia. Oltre al totale rifiuto delle quote di migranti, Budapest e Varsavia non potevano tollerare a capo della Commissione quella che era stata una delle voci più critiche sullo stato di diritto in Ungheria e sui valori dell’Unione in Polonia. Insomma, la persona meno gradita dal blocco di Visegrád come Presidente della Commissione. E così, dopo le parole di Salvini che hanno bocciato senza appello Timmermans, il Governo italiano ha contribuito ad affossarlo in nome dell’alleanza con Orbán e Kazcinski. Per evitare un possibile tandem Timmermans-Weidmann (tutt’altro che sicuro), si è scelto quello Von der Leyen-Lagarde, espressione dell’asse franco-tedesco assai più del primo. Il tutto per strizzare l’occhio al mondo di Visegrád, ormai divenuto il punto focale della politica europea dell’Italia.

Il Primo Ministro ungherese Victor Orbán e il Ministro dell’Interno Matteo Salvini al confine ungherese, 2 maggio 2019 (Balazs Szecsodi/Hungarian Prime Minister’s Press Office/MTI via AP).

Che si sia sviluppata una simile alleanza è ormai evidente da tempo, la domanda che va posta riguarda però il senso di tale scelta. Adottando una prospettiva tipicamente realista delle relazioni internazionali, si può sostenere che non ci siano amici, ma solo interessi in comune. Di interessi comuni col mondo di Visegrád però l’Italia non ne ha neppure mezzo e il nostro esecutivo non riesce a comprendere questa dinamica. Le alleanze, dopotutto, si fanno per avere qualcosa in cambio e questi che cosa possono darci? Assolutamente nulla.

Una delle questioni sulle quali più si è registrata vicinanza tra Italia e Visegrád è stata la mancata revisione di Dublino. Roma è stata al fianco delle capitali dell’Europa centro-orientale nell’impedire ogni modifica ad un trattato che ci costringe ad esaminare un’enorme parte delle domande di asilo. Una situazione diametralmente opposta a quella di Orbán, che di migranti non ne vuole. Siamo su due fronti opposti dello stesso problema, è palese che da parte polacca o ungherese non ci sia la minima intenzione di aiutare l’Italia, anzi desiderano proprio il contrario: che i migranti restino tutti bloccati nella penisola. Eppure Roma continua a seguire a ruota questi Paesi.

Paesi che neppure hanno mai fornito in cambio sponde sulle questioni economiche, di gran lunga più importanti di quelle migratorie. Nessun membro del gruppo Visegrád si è dimostrato disposto a concedere flessibilità all’Italia in materia di bilancio. Al contrario, hanno richiesto il massimo rigore, dichiarando che non avrebbero fatto sconti a Roma sul tema del debito. Se anche l’Ungheria sembra essere stata presa come modello fiscale da seguire, si tratta di un esempio assurdo, dove per fare la flat tax (che il Governo italiano vorrebbe introdurre) si è optato per l’IVA al 27%. Nel complesso poi la pressione fiscale ungherese rimane assai alta, la libertà economica molto bassa e il Pil al netto dei contributi europei è sostanzialmente stagnante.

Già, al netto dei contributi europei, perché i membri Visegrád sono tutti netti riceventi dal bilancio comunitario e questo è l’ennesimo tema su cui le distanze sono incolmabili. L’Italia risulta, seppur con un margine piuttosto ridotto, un netto contributore al bilancio UE ed è assai arduo pensare che si possano trovare sponde con chi ha tutto l’interesse a continuare a ricevere e vede sostanzialmente l’appartenenza all’Unione come una vacca da mungere, rifiutandosi spesso e volentieri di conformarsi ai principi comuni.

L’alleanza col mondo di Visegrád sussiste quindi solo sul piano interno perché serve alla propaganda e alla legittimazione politica della Lega e dei 5 Stelle, ma si tratta di un posizionamento estremamente dannoso per l’Italia perché sono Paesi con i quali non possiamo avere interessi comuni. E neppure si tratta di partner commerciali fondamentali: Francia e Germania valgono oltre un quarto dei nostri export globali, Visegrád invece conta molto poco nell’interscambio dell’Italia. Nemmeno sul piano strategico e della sicurezza una vicinanza a Visegrád può essere utile all’Italia: il blocco dei Paesi centro-orientali vive infatti nell’ossessione della vicinanza russa, che per motivi storici e geografici appare come il fattore di minaccia maggiore. Ben diverso è però il caso italiano, che vede il teatro mediterraneo come quello principale, con esigenze e scenari enormemente distanti da quelli polacchi o cechi.

Così come non hanno un grosso peso commerciale, i membri di Visegrád non appartengono nemmeno alla moneta unica, con la sola eccezione della Slovacchia, rendendo quindi impossibile anche ipotizzare una qualunque convergenza di posizioni in termini monetari, senza contare che si tratta poi proprio di quei Paesi che vengono spesso additati dal nostro Governo come quelli che attuano dumping fiscale ai danni dell’Italia. Insomma, i membri del gruppo Visegrád hanno interessi contrapposti a quelli italiani sulle migrazioni, sul bilancio, sull’economia, sulla moneta e sulle misure fiscali, non si potrebbe proprio immaginare una sponda peggiore di questa per il nostro Paese. Sarebbe il caso di accorgersene prima che sia troppo tardi.

Comitato Ventotene

Europa, Hashish, Laissez-Faire