Comunicazione Ecosistemica

Sul campo: un esempio da ieri sera, alla presentazione del nostro libro

Incuria

Ieri sera siamo stati alla presentazione del nostro libro, Incuria, alla redazione di Scomodo. È stata una bellissima serata. E, a un certo punto, ho conosciuto M. [Ne cito solo l’iniziale semplicemente perché non gli ho chiesto se volesse comparire in questo articolo.]

A un certo punto della serata abbiamo iniziato a cercare di raccontare che ruolo potrebbero avere i dati nella rivoluzione dell’immaginario di cui parliamo così spesso, in una città come Roma.

In sala c’era veramente una bella sensazione: aperta e possibilistica. E, soprattutto, si sentiva distintamente il desiderio di risposte che fossero capaci di portare qualche speranza.

Ora, mettetevi nei nostri panni: fornire “risposte capaci di portare speranze” è una cosa grossa, e una grossa responsabilità, e delicata, e anche intima, perché probabilmente le 50 o 500 persone che ti stanno guardando hanno ognuna esigenze diverse tra loro. Si rischia di combinare un casino.

Ieri sera, alla presentazione, in una prima fase, ho scelto una strada che non portava da nessuna parte. Come da mio copione abituale, ho scelto la strada del provocare uno shock culturale, e ho iniziato a raccontare l’ipotesi che “i dati sono ideologici”: non sono qualcosa che si possa propriamente definire oggettivi. Dietro i dati c’è sempre una teoria, che deriva da qualche ideologia che racconta solo una tra le infinite possibilità di leggere il mondo. Quali variabili scegli? Quali sensori usi? Quali soglie scegli? Come formuli la domanda del questionario? Sono tutte scelte ideologiche. Il dato è sempre costruito ideologicamente. Non esiste l’oggettività. (Ma, per fortuna, esiste l’etica. Come esistono — chissà per quanto ancora, che stanno subendo dei grandi colpi— la deontologia e il metodo scientifico.) O, quantomeno, l’oggettività è sempre situata in un contesto.

Entra in scena M.

È un ragazzo con uno sguardo dolce e delicato. Si rivolge a me con nessuna violenza e con estrema educazione. Ha fatto informatica e ‘sta cosa che i dati non sono oggettivi, ma ideologici, non l’ha mai sentita.

Ha ragione lui.

Non tanto per quello che scelgo, a quel punto, di rispondergli, qualsiasi cosa sia. Ma perché si tratta di una questione complessa che non si può risolvere lì, in 10 minuti di presentazione. È una questione che passa per esperienze di vita e professionali, delusioni, scoperte, emozioni che io, Oriana, il nostro centro di ricerca che conduciamo, e il Nuovo Abitare abbiamo vissuto in anni di attività. Buttarla sulla dialettica non funziona e non può funzionare. Semplicemente: in 10 minuti, comunicare una cosa così non può funzionare. A meno che questa cosa non sia un missile, una bomba. Ma con le bombe ci si fa male.

Servono tempi più lunghi. Dell’intimità. Della privacy in cui aprirsi e senza esporsi al giudizio e allo sguardo del mondo. E lo spazio espressivo per poter rappresentare oltre che essere rappresentato da delle persone che, come degli alieni da un pianeta lontano, che non conosci e che non hai mai visto prima, vengono a raccontarti il loro libro, che contiene, secondo loro, una qualche verità.

Sul momento, Oriana salva tutti, proprio facendoci notare questo fatto: in 10 minuti di presentazione questa cosa, così complessa e diversa dal normale, che è perturbante, strana, queer, non c’entra. Non ci può stare. E che dovremmo usare questa occasione di conversazione, così preziosa, per riflettere e sviluppare dei dubbi: come cambia la nostra vita quando entrano in scena i dati e la computazione.

Dopo questa salvata (grazie Oriana! :) )

Ripenso alle cose che avevo scritto poche ore prima, nel mio più recente intervento nel workshop senza fine della Comunicazione Ecosisitemica.

Mi rendo conto che la prima questione in ballo era una questione di ascolto empatico: non ero riuscito a indossare il punto di vista e le esigenze (e, probabilmente, la storia) di questa persone che avevo davanti. Che nel caso di M è una storia difficile e dura di una giovane vita che ha avuto a che fare con la malattia (sua e dei suoi cari) e con la sofferenza psicologica e materiale.

Alla fine della presentazione i nostri sguardi si incrociano da lontano. Gli faccio un cenno. Arriva vicino al divanetto da dove stavamo facendo la presentazione. M non fa mai la vittima, tra l’altro, ma mi racconta la sua storia con calma dignità, come una cosa preziosa, quale è. Ci chiediamo vicendevolmente il nostro rispettivo stato di salute: “Stai bene? Come stanno i tuoi cari?”

Lui è un po’ preoccupato per me, perché ha il dubbio, viste le mie teorie sui dati, che possa essere che non mi sto curando bene. Lo tranquillizzo: mi fido completamente della scienza, e mi faccio seguire da ottimi dottori con cui, oltretutto, parlo liberamente, imparando sempre qualcosa.

Gli regalo il libro.

Gli dico che mi piacerebbe tanto che lo leggesse, e che mi raccontasse che ne pensa. Ci scambiamo i numeri di telefono e gli scrivo sul cellulare il sito di HER: She loves Data. Con una raccomandazione: sul sito ci sono altri progetti un po’ “strani”. Se non si capisce qualcosa, o se non sei d’accordo con qualcosa ci tengo che tu me lo dica.

E, oltretutto, è anche stato un invito alla pratica e a teorizzare a sua volta: nel nostro piccolo centro di ricerca facciamo continuamente workshop e formazione, proprio su questi temi, su cui lo invito ad aiutarci. Quando ho fatto, tempo fa, la mia call di assunzione per il Nuovo Abitare, non sono state le competenze a metterci in difficoltà, ma le capacità di sensibilità e di mettere in dubbio il realismo. Per fare questa seconda cosa, servono sensibilità e nobilità, essere tecnicamente bravi non è assolutamente sufficiente (anche perché si impara abbastanza agevolmente).

In poche parole, metto in pratica quella che stiamo chiamando la Comunicazione Ecosistemica:

per l’ascolto:

  • restituire lo sguardo;
  • lasciarsi rappresentare dall’altro;
  • perdere il controllo;
  • uscire da sé e indossare il punto di vista dell’Altro.

per l’irradiare:

  • usare uno stile, indossarlo con chiarezza, esplicitamente, come un abito che indossi;
  • usare la convivialità, ciò che accade intorno al cibo;
  • usare le modalità del Terzo Infoscape, che avviene depositando progressivamente informazioni in strutture poliedriche che fanno anche uno strano cortocircuito, perché si piegano su sé stesse, e contengono anche la storia dello sviluppo delle interazioni/relazioni;
  • e, soprattutto rovinando la Comunicazione, che non tratta più di come consegnare balisticamente un missile a qualcuno, ma di esporsi al sentire dell’altro.

Solo così siamo riusciti (e spero che riusciremo) a toccare la questione importante: i dati rappresentano potere. Che spesso, quando ci sia un disequilibrio di potere eccessivo, diventa dominio. La posizione dei dati nella società, è fondamentale. Chi ha il potere di estrarre dei dati da me? Ogni volta che, online e offline, riempio un modulo, rispondo a una domanda, faccio una scelta “documentata” (negli infiniti modi in cui le scelte si possono documentare, oggi, dall’iper-esplicito del green pass, al profondo dei più oscuri, invisibili e irraggiungibili server dei data center dei governi e delle corporation globali) sto subendo potere. Che ha effetti pratici nella e sulla mia vita. Può determinare la mia possibilità di accedere a certi servizi invece di altri di qualità differente, può farmi licenziare o assumere, può determinare se e come potrò continuare negli studi e nella carriera, può determinare se mi concederanno un mutuo o la pensione. E tante altre cose.

E mi rendo conto che non sto parlando di una metodologia comunicativa scalabile e/o replicabile. Che si fa quasi 1 a 1: avendo a disposizione tempo e il lusso della non-competizione.

Ma, anzi, sto parlando della necessità di nuove definizioni, perché con le attuali ci siamo solo fatti male. Disiformazione, insostenibilità psicologica, overdose, malessere psicologico, contabilizzazione delle emozioni, insoddisfazione sistematica, senso di inadeguatezza, mancanza sistemica di significato e di concentrazione.

Per affrontare le sfide che ci si parano davanti (cambiamento climatico, guerre, salute, povertà…), servono più tempo, meno pressione, meno violenza, meno competizione, più capacità di immaginazione oltre il realismo. E, soprattutto, una più marcata di condizione di Nobiltà Punk Open Source.

M! Ti aspettiamo!

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Progettare una comunicazione generativa, invece che militarizzata ed estrattiva.

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