La Comunicazione Ecosistemica, secondo episodio

Nuovo Abitare progetta la sua strategia di comunicazione con un “workshop senza fine”

Figura 1. I partecipanti al primo episodio.

Carissimi!

Nell’episodio precedente, con la scusa che stiamo organizzando la comunicazione del Nuovo Abitare, ci siamo iniziati a chiedere insieme a voi come dovrebbe/potrebbe essere fatta una strategia di comunicazione per rispettare i principi stessi del Nuovo Abitare.

Abbiamo inziato da alcuni fondamenti della comunicazione, per esempio con l’idea di base di come si possa pensare e decidere di emettere un certo messaggio per cercare di farlo arrivare dall’altra parte: il diagramma di Shannon/Weaver.

Ci sono state tante interazioni su questo tema, tanto che ci si è iniziati a porre domande anche più interessanti circa la natura del fenomeno che chiamiamo comunicazione.

È così iniziato il nostro workshop senza fine (nei due sensi di “senza obiettivo”, il cui scopo è l’errare, e di “senza fine” nel senso dell’estensione temporale: finché c’è qualcuno, si continua, come la vita) dal titolo provvisorio “Come si crea una Comunicazione Ecosistemica?”

Dico provvisorio perché ancora non abbiamo capito neanche la definizione della Comunicazione Ecosistemica, e se sia il nome giusto per il fenomeno che vogliamo descrivere.

C’è di fatto che già il nome, che è stato tutto sommato accettato praticamente da tutti i partecipanti alla discussione, denota alcune cose, tra cui il condividere una impostazione “non militarizzata” della comunicazione, come se comunicare volesse dire scegliere delle persone (il target) da bombardare con dei messaggi.
È come se questa comunicazione che cerchiamo si facesse focalizzandosi sulla possibilità di creare ambienti e approcci sensibili in cui le persone e le organizzazioni si possano autorappresentare: una ecologia della comuncazione, una comunicazione che si fa ascoltando piuttosto che emettendo; o, forse, ancora più precisamente, sentendo, nel senso del “sentire” della sensibilità.

Ma non corriamo.

Per descrivere una eventuale Comunicazione Ecosistemica bisogna innanzitutto riconoscere un ecosistema e le sue variazioni nei rapporti, nelle idee e in chissà quali altri aspetti troveremo.

Nel seguito di questa puntata del workshop senza fine vedremo:

  • chi ha partecipato;
  • quali idee e contributi hanno proposto;
  • come possono interpretati questi contenuti;
  • scegliere una o più vie per continuare.

L’ecosistema: chi ha partecipato e chi è stato tirato in ballo

Ho fatto un esercizio: ho disposto le interazioni dell’altra volta su un grafo, usando Gephi. Potete vedere il risultato nella Figura 1, che apre l’articolo.

Me compreso, hanno preso parte più o meno attiva alla conversazione 25 persone.

Quelle solo menzionate sono solo 5: la dimensione della conversazione è sata abbastanza presente.

Come era immaginabile, al centro ci sono io. Il post su FB era mio, come l’articolo su Medium. E quindi eccomi lì, al centro del grafo, con il mio pallocco bello cicciotto, seduto sulla conversazione. :)

Potremmo pensare di trasformare questa situazione. Creare più centri? Come si potrebbe fare? E questo assicurerebbe le caratteristiche “ecologiche” di cui parlavamo poche righe fa?
Di certo, più centri assicurano una maggiore diversità nell’espressione.

E, in questo caso, come/cosa facciamo con le “periferie”? Perché anche lì (soprattutto lì?) c’è la diversità, preziosissima per l’ecosistema. Come facciamo ad assicurarci che le periferie godano di sensibilità e attenzione — e quindi anche un di potere — in questo tipo di comunicazione e di espressione che cerchiamo?

Nel grafo la dimensione dei cerchietti dei nodi è determinata dal PageRank, l’algoritmo originario di Google. Che, effettivamente è stata una rivoluzione. Il concetto alla sua base è che un elemento in un sistema di relazioni è tanto più importante quanto più ne parlano (linkano) gli altri. Sembra una banalità: “basta che se ne parli/linki”. Una banalità che attualmente vale migliaia miliardi di dollari e l’entrata delle tecnologie digitali nelle nostre vite. Da questo tipo di concetto nascono, direttamente o indirettamente, quasi tutti i modelli del web, i grafi sociale di facebook, i grafi di raccomandazioni di Amazon, i modelli di business di tutte le piattaforme, la matematica che permette di studiare l’influenza sociale, la trasformazione delle elezioni politiche, i fenomeni di disinformazione, e tante altre cose. In una parola: le relazioni, e come queste si modifichino e vengono modificate negli ecosistemi contemporanei della comunicazione, dell’informazione e del pensiero.

Le relazioni che hanno una dinamica. Alcuni nodi sono Hub (ovvero che formano ponti, portando persone nella discussione) o Autorevoli (ovvero a cui si riferiscono molti Hub). Oltre a me, in questo grafo, Alessandro Tartaglia, Roberto Maragliano, Saragein Bowen Mazzaro ed Enrico Parisio sono sia Hub che Authorities: portano persone nella discussione e le persone (in particolare gli altri Hub) gli rispondono (con l’unica distorsione che consiste nel fatto che io ho risposto a tutti, il che alza la Autorevolezza di tutti, perché io sono il più Hub di tutti, HUARGH! HUARGH! HUARGH! … beh, almeno in questa piccola rete :) ).

L’altra cosa che è degna di nota è che non ci sono isole. Il grafo è tutto connesso. E questo, di nuovo, era da aspettarsi: ho risposto a tutti, era il mio articolo etc.

Resta il fatto che, nella topologia relazionale di un ecosistema, ciò che è disconnesso è almento altrettanto importante di ciò che lo è.

Di solito si dà per scontato che sia meglio interconnettere. Da un punto di vista ecologico non è necessariamente vero.

Nelle “isole” si possono creano diversità anche estreme. Proprio queste diversità, presenti negli ecosistemi resilienti, sono le uniche capaci di garantire una qualche chance di sopravvivenza quando “cambia il clima”, e le uniche capaci di mischiarsi agli altri “DNA” per portare scosse evolutive radicali.

Lo stato di disconnessione è spesso collegato anche allo stato di disponibilità e di accessibilità di spazio/tempo: spesso il numero dei link è inversamente proporzionale allo spazio e al tempo disponibile e accessibile. Che questi spazio e tempo siano fisici, concettuali, della comunicazione o di altro tipo cambia poco: lo spazio e il tempo sono risorse soggette a scarsità, anche quando non lo sembrano. Se, per esempio nel digitale, potrebbe sembrare di avere spazio/tempo infiniti, non sono di certo infinite la capacità di assorbire informazioni, di attenzione, di memoria, e così via.

Le città ne sono un esempio perfetto: in città c’è una gran quantità e densità di relazioni e, di conseguenza, lo spazio è quasi del tutto preso. Di quello che resta, più è vicino al “centro”, più costa e meno è accessibile. Dire che “lo spazio è preso”, in questo senso vuole dire che “lo spazio è già tutto codificato”: è già definito cosa è supermercato, cosa è cinema, cosa è scuola e ospedale etc. Questi “codici” hanno un potere perché le società determinano cosa è accettabile in questi spazi (vedi le bellissime performance in tema del gruppo dei Critical Arts Ensemble): la presenza di una codifica forte (di tipo dominante) diminuisce radicalmente la possibilità per la diversità di esprimersi e di coesistere con le altre diversità dell’ecosistema, specialmente con quelle “normali” (=normate) per il codice.

Ma la diversità è anche la strategia di sopravvivenza e di evoluzione dell’ecosistema!

Quindi, per non trovarci in un guaio, dobbiamo ricordarci che anche disconnettere è importante, tanto quanto connettere: lasciare spazio non codificato, così che possano sorgere delle diversità radicali che possano sconvolgerci allegramente il DNA in modi imprevisti e misteriosi, permettendoci così di sopravvivere e di evolverci.

Come si applica questo concetto nella comunicazione? Come nella Comunicazione Ecosistemica? Potrebbe essere il “chiacchiericcio nella piazza”? Le reti di informazione che si creano nel gossip? Addirittura il “rumore”? Cosa? Come?

L’ecosistema delle idee

Figura 2. Le cose che abbiamo detto

Fino ad adesso abbiamo parlato di topologie e dinamiche dell’ecosistema relazionale nella nostra comunicazione dell’altro episodio del workshop senza fine. Ma cosa ci siamo detti? E, oltretutto, i contenuti hanno cambiato il disporsi delle relazioni? O viceversa? O cosa?

E come vanno le cose che ci siamo detti nella direzione di progettare insieme la Comunicazione Ecosistemica? Quella che si attiva ascoltando e abilitando l’espressione con cura, presenza e sensibilità, non bombardando il target. Vediamo.

(Per vedere i commenti e le interazioni andate al post e all’articolo e nelle loro ricondivisioni, nel seguito ne dò solo un sunto. Nel seguito vi cito come apparite pubblicamente sui social da cui sono presi i commenti. Se volete altri “nomi” o altre modifiche fatemelo sapere e ve li metto.)

Innanzitutto si può notare che si tratta di una problematica che ha un suo riscontro: le persone nella conversazione parlano praticamente tutte con passione a attribuendo importanza al tema.

Roberto Maragliano ci porta a mettere a fuoco il rapporto tra testo e contesto tramite un articolo che espone l’estrema difficoltà che si incontra quando si cerca di identificare il contesto delle miriadi di messaggi e informazioni che abitiamo.

Oriana Persico rincara la dose, mettendo in evidenza il lato politico della tipologia di modelli di business che ci portano sistematicamente in questa direzione, costruiti in maniera estrattiva, e di come questi modelli siano fatti per attribuire ampi dislivelli di potere ai grandi operatori delle piattaforme (es: le minacce di FB di togliere FB e Instagram in Europa, e le eventuali implicazioni).

Con Saragein Bowen Mazzaro la conversazione si sposta sulla capacità della lingua di “creare” la realtà: “Sei ciò che pensi e che dici.” Esiste questa simmetria? E come cambia noi e le nostre relazioni?

Con Massimiliano Viel e Rem Miu ci ricordiamo le origini militari di Internet.

Con Luca Russo si apre un interessantissimo (per me) discutere di tempo e spazio. Entrano nuove parole (“Per una comunicazione ecosistemica bisogna invece concedersi il lusso di: Considerare (osservare gli astri) e Contemplare (attrarre nel proprio orizzonte)”) e nuove direzioni (“il messaggio non segue più una traiettoria balistica, ma un flusso radiante omnidirezionale”; proprio come l’esprimersi attraverso uno stile è una forma di comunicazione molto particolare, che si irradia nello spazio e nel tempo, e viene “sentito” dagli altri). Si tocca anche il ruolo del rumore come segnale (“il segnale della complessità?”, aggiungo io).

Alessandro Tartaglia va giù pratico, proponendo una estensione delle sorgenti che stiamo usando nella ricerca (super! manda! :) ).

Con Alessandra Talamo si inzia a bomba facendo notare il potere che esercitano le interfacce della comunicazione, e poi si prosegue insistendo ancora sulla centralità della relazione e del “diverso da me” nella comunicazione, e del rapporto con questo “altro” che si stabilisce tramite le parole (nota per dopo: e gli altri sensi, linguaggi etc?), sia quelle che già abbiamo (“haters”) sia quelle che non abbiamo ancora (“lovers”) (altra nota per dopo: ma sempre “a due”? non ci sono cose “a tre”? o come gradienti? o come onde/radiazioni?)

Con Enrico Parisio ci iniziamo a perdere meravigliosamente in Florenskij, che io amo molto per il discorso sull’amicizia, e in cui Enrico aggiunge quello sulla bellezza.

Lino Mocerino suggerisce di aggiungere a Shannon/Weaver una reinterpretazione di Jakobson. E, come si vede, siamo già immersi nel tema di quali altre “funzioni” nella “società” possano essere parte della comunicazione.

Eleonora Cugini porta una immagine berlinese per esplorare la necessità e possibilità di un reset. Quit e restart. Ma se non cambia il sistema operativo riparte quello di prima! :D (come tra l’altro sta avvenendo col COVID: una grande occasione persa per tirare su un nuovo immaginario)

Bon Fa ritira fuori l’ingegnere che c’è in me e, facendolo, mi fa notare quanta filosofia ci sia in ogni diagramma dei sistemi di telecomunicazione: da farci un workshop a parte.

Enrico Tomaselli comincia con un dubbio: ma è proprio “militare” questa comunicazione? E facendolo arriva a un nocciolo: il diagramma di Shannon/Weaver è troppo semplice, e bisogna andare verso un intendimento più complesso di cosa sia la comunicazione. Ho qualche dubbio sulla suddivisione che propone, ma la direzione è intelligente: descrivere meglio il modello, per capire come cambiarlo.

Infine Antonio Irre che porta in luce l’importanza delle reti di feedback, che portano la non linearità, e il concetto della “richiesta di aiuto” rappresentata da ogni messaggio (e di questa interpretazione mi piacerebbe saperne di più: ci sono testi che posso leggere?)

Come forse avrete capito, non mi piace la sintesi ma la polifonina, il coro (che non è necessariamente “armonico”: il rumore è vita).

Quindi mi limito a dire due cose:

  1. ognuna di queste espressioni e dei loro incroci sarebbe degna di un workshop, di un libro da scrivere e di chissà cos’altro;
  2. e…

Una o più vie per continuare

Continuiamo da qui!

Nel senso che chi lo desidera è caldamente invitato a contribuire al “workshop senza fine”.

Per mantenere una direzione, così da trovarsi in mano della conoscenza utilizzabile, suggerisco di prendere ogni tema e di trattarlo a partire dalla domanda fondante “Come è fatta una Comunicazione Ecosistemica? Come fa una organizzazione come il Nuovo Abitare a organizzare la propria comunicazione in questo modo?”

Ricordo un possibile embrione di definizione di cosa sia/possa essere la Comunicazione Ecosistemica che emerge dalle nostre chiacchierate:

  • si attiva ascoltando e abilitando l’espressione; con cura, presenza e sensibilità; non bombardando il target;
  • non balistica, si irradia nello spazio e nel tempo, e viene “sentito” dagli Altri, nel mezzo, stabilendo una relazione.

Io personalmente cercherò di concentrarmi su alcuni punti secondo me che emergono da ciò che ci siamo detti:

  • Centri e Periferie: come definirle? Come si dispongono in gioco possibili centri multipli? Quali contributi ci possono dare le network sciences e l’ecologia?
  • Isole, Arcipelaghi e i loro codici. Disconnessioni, traghetti, barche, canoe e imbarcazioni varie.
  • Diversità. Evoluzione. Disconnettere è importante tanto qanto connettere. Lasciare spazio “non codificato” (che vuol dire? l’assenza di codice è un codice?). Diversità radicali, trasgressioni e indisciplina metodologica. Sconvolgerci allegramente il DNA in modi imprevisti e misteriosi, permettendoci così di sopravvivere e di evolverci.
  • Stiamo usando molte parole. Altri sensi, linguaggi, suoni, esperienze etc per fare questa cosa?
  • Stiamo quasi sempre classificando le cose “a due”, in maniera dicotomica? Non ci sono cose “a tre”? O come gradienti? O come onde/radiazioni? Esiste una “quantistica della comunicazione”? E domande simili.
  • Qual è il ruolo del “chiacchiericcio nella piazza”? Le reti di informazione e relazione che si creano nel gossip? Addirittura il “rumore”? Cosa? Come?
  • Sviluppare l’affermazione “esprimersi attraverso uno stile è una forma di comunicazione molto particolare, che si irradia nello spazio e nel tempo, e viene sentito dagli altri”.

Se vi va e se avete modo aggiungete le vostre, esprimete dubbi, affinità, conflitti e/o cos’altro vi pare.

Idealmente mi piacerebbe che alcuni facessero partire degli altri percorsi in questo “workshop senza fine”, magari mantenendo la direzione generale come suggerivo prima.

In ogni caso da parte mia ci sentiamo nei commenti e circa la settimana prossima per la prossima puntata.

Grazie!

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Progettare una comunicazione generativa, invece che militarizzata ed estrattiva.

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