Dopo una manciata di giorni dalla presentazione del progetto vincitore del concorso “Bologna City Branding”, mi sento pronto per dire la mia.
Non ho trovato molti articoli a riguardo, se non i soliti commenti “virali” sui social network (questa volta chiamati in causa anche per l’assoluta vicinanza della proposta al mondo del web), che vengono incorporati, citati e fagocitati un po’ ovunque, ma che nel complesso ritengo poco significativi.
A mio parere il lavoro di Matteo Bartoli e Michele Pastore è meritevole di un plauso, oltre che del primo premio.
L’idea è di quelle che fanno tornare la passione per la grafica. Succede quando, come in questi casi, una buona progettazione è capace di portare alla luce qualcosa di efficace, personale, mirato.
Il lavoro presentato dal giovane duo triestino può piacere o non piacere, ma sicuramente non passerà inosservato per carica creativa e coraggio. L’idea alla base è tanto semplice (adesso) quanto affascinante: avere un marchio mobile, adattabile, personale. Un marchio che possa servire bene per rappresentare, sottolineare e delineare una città che — come tutte le città “storiche” — sono pregne di storia e significati, opere e autori, idee.
“è Bologna” è la radice, la parte del marchio in comune; le lettere che compongono la parola che va a iniziare (e completare) la proposizione, invece, si legano indissolubilmente alle geometrie proposte, perché condividono una relazione con loro, un codice.
Questo codice prevede delle semplici geometrie, una per lettera, ricavate dalla stilizzazione e dal rimando ad altri simboli, più o meno rappresentativi dell’identità bolognese.

Questo tipo di approccio permette di esplorare un terreno ancora ai margini della grafica “istituzionale”, quello dell’interattività. Questo progetto è legato alle possibilità offerte dalla tecnologia e del web, ma il suo fascino non ne è dipendente, come si può osservare dalle ottime proposte di immagine coordinata presentate alla giuria.
Dopo il prevedibile smacco relativo alla creazione del logo di Firenze (per approfondire: artribune.com, blog.adci.it, aiap.it) sono contento di come prove di questo tipo possano rendere giustizia alla professione, e a tutti quelli che la esercitano con dedizione e impegno.
Spero anche che l’abisso che separa questi due mondi venga compreso anche dai committenti, oltre che dal pubblico.
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