#Clock|La rinascita delle buone notizie

(5 maggio 2015) Sembra difficile ma io inizio a crederci, le buone notizie ci sono, lasciano tracce, iniziano “addirittura” ad essere trasmesse.

L’Italia ha il triste primato europeo per la presenza della cronaca nera nei media, non certo motivata da una maggiore incidenza di episodi di questo tipo nel nostro Paese, ma piuttosto dalla spettacolarizzazione del dolore e da un legame sempre maggiore tra dinamiche commerciali e contenuti. Sono convinta che i click e gli ascolti arriverebbero anche con la qualità, ma questo implicherebbe fatica, personale, tempo. Quindi spesso è più facile puntare sull’emozione, l’adrenalina alla CSI, ma fatta di drammi reali, da sviscerare, pur senza competenze e tatto.

Qualcosa, però, sta bussando alla porta. Sono le buone notizie del nostro quotidiano. Cosa è cambiato? La volontà di raccontarle e il desiderio di sentirle. La consapevolezza di un ritratto sbilanciato proposto negli ultimi anni dai media. La voglia di non farsi prendere in giro.

Ed è così che in una classe di adulti, durante una lezione sulla consapevolezza culturale e l’uso critico dei prodotti di informazione, chiedo, senza nessun’altra istruzione, di immedesimarsi in una redazione e scrivere i titoli del proprio telegiornale di oggi.

Elena legge i titoli prodotti dal suo gruppo e dice, come fosse la cosa più scontata del mondo: “Abbiamo alternato una notizia buona e una meno buona. Per raccontare il mondo in modo equilibrato”.

Un buon esempio? La rubrica “Breaking GOOD news” di Susanna Caldonazzi.

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