Facebook, il regno delle “frustreazioni”

Frustrazione è una parola che mi ha sempre affascinato. Da bambino facevo fatica a pronunciarla. Con quella r che spariva nei meandri di una pronuncia frammentata. Da adolescente la pronunciavo spesso. La sentivo mia. Con quell’ambiguità che ricordava da una parte un’insofferenza mentale insopportabile e dall’altra, sempre per colpa di quella r fuggitiva, un senso fisico di punizione. Con quella coda, “azione”, che mi sembrava una presa in giro. E mi faceva sentire frustrato. E frustato.

Oggi mi hanno fatto due domande: «Ma secondo te qual è il male della rete? Qual è il vero problema di Facebook?». Non ho dovuto pensarci troppo. Sono tre giorni che, per interesse e lavoro, leggo commenti, accuse, finte opinioni sulle pagine di quotidiani, profili, eventi. Luoghi invasi da un senso di frustrazione incontrollata. Latente e lamentosa. Tanto che ad un certo punto ho scritto, e sottolineato, una parola nuova: Frustreazioni.

Renzi, certo. Il referendum, pure. Il senso di vittoria e di sconfitta. Il lavoro. Trump e il mondo in declino. L’amore, i sogni infranti, la vita che, fondamentalmente, è una pura commedia. E poi la musica, le serie televisive, gli insulti, le rivalse. L’acidità, il cinismo. Persino la soddisfazione e i traguardi. C’è frustrazione ovunque. Pervade le bacheche, i rapporti, le chat. E l’uomo che reagisce alla realtà che non è più in grado di controllare.

Pochi giorni fa era l’anniversario della morte di Nelson Mandela. Proprio Facebook oggi mi ricordava un ricordo di 7 anni fa. Una sua frase che citai, non ricordo il motivo, e che suona così: «Ho sviluppato una forza interiore che mi ha fatto dimenticare la povertà in cui versavo, la sofferenza, la solitudine e la frustrazione». E ho capito che in questo mondo moderno, nonostante il progresso, ci sentiamo tutti più poveri, sofferenti, soli e frustrati. Ho provato ad applicare questa visione del mondo con Facebook e ho scoperto che, pur lasciandoci poveri e sofferenti, ci permette di vivere l’illusione di essere meno soli e meno frustrati. Una deriva non intenzionale, ovviamente. Ma inevitabile.

Tre giorni, ripeto, di commenti, opinioni, offese, dibattiti sempre più accesi. Trasformare l’insoddisfazione personale sotto forma di frustrazione scritta è un attimo; gioire di vittorie aggredendo gli sconfitti, a volte umiliandoli. Liberarsi, senza limiti esenza pudore. Con la tastiera a emettere urli rabbiosi e rantoli di vendetta. Frustrazione che diventa astio. Verso gli altri, verso tutti, verso se stessi, verso profili conosciuti e sconosciuti, verso chiunque capiti a tiro.

A 19 anni assaggiai per la prima volta la libertà. Quella vera. Ma lasciai che la frustrazione, in dosi minori, non mi lasciasse mai. Mi faceva compagnia. Mi ricordava che per non sentirmi frustato avrei dovuto avere fame. Fame di vita, di lavoro, di rapporti umani. Ho imparato a tenerla a bada. Leggendo, amando. Ricordo che durante le lezioni del primo esame all’Università, Letteratura Latina, lessi una frase di Tiziano Terzani che mi appuntai. La rileggo ancora oggi, spesso. Mi ritrovo a sbirciarla quando mi accorgo che il senso di frustrazione intorno a me si fa più opprimente. Quella frase suona così:

A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro

Il male della rete è quello di averci fatto rinunciare a costruire un nostro personalissimo mondo. Ce ne sono troppi già a disposizione. Già fatti, già costruiti. A immagine e somiglianza di altri. È troppo semplice accedervi ed è difficilissimo rinunciarvi. Il problema di Facebook è aver creato uno spazio fisico dove avere coscienza di tutto ciò. E rimpianti. Anche senza comprenderne per forza ogni sfumatura. Quello che manca alla rete, a facebook, a tutti noi è riscoprire il senso profondo di interiorità. La possibilità di avere un rifugio. Perché se manca tutto diventa molto, ma molto, frustrante.

Alessandro Frau