Il vocabolario calcistico dell’esperanto

Skaramangas, piccola cittadina portuale a una dozzina di chilometri da Atene: dai container del grande campo profughi a fianco dei cantieri navali sbuca una palla da calcio non appena il sole fa capolino tra le nuvole. Alcuni bambini improvvisano una partita su un terreno irregolare, tra pozzanghere e fanghiglia: c’è chi vorrebbe essere Messi, chi Cristiano Ronaldo, chi Ibrahimovic. E chi, più semplicemente, sogna di indossare la maglia dell’Hope Refugees United. Nome piuttosto esplicativo, oltre che calzante: è una squadra formata esclusivamente da migranti che mira a iscriversi a un campionato nazionale. Il calcio come socializzazione e integrazione, il calcio come evasione da un passato di sofferenze. Il calcio, ben appunto, come speranza.

Secondo i dati diffusi dall’Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati, a Skaramangas dimorano in uno dei 50 campi profughi gestiti dallo Stato, e sparpagliati tra terraferma e isole, 3.325 migranti — in Grecia, nel corso dell’anno, ne sono sbarcati 171.909 -, prevalentemente curdi, iracheni, afghani. E poi tanti, tantissimi siriani che con il 65% rappresentano l’etnia più numerosa. Un microcosmo che ha trovato nel pallone il suo esperanto, una lingua comune con cui dialogare. Hanno messo a repentaglio la loro vita attraversando il Mediterraneo ma, come scrive John Owens su “Voice of America”, adesso la principale preoccupazione — almeno per novanta minuti — è evitare la trappola del fuorigioco.

Nonostante la diversità di lingue e culture, gli aspiranti calciatori riescono a convivere in maniera pacifica. E certo: si sono messi in testa di voler far parte dell’Hope Refugees United — sono stati loro stessi a suggerire il nome — e confrontarsi con squadre da tutta la Grecia. Un sogno che l’ente non governativo Organisi Gi (“Organizzazione Terra”) contribuisce ad alimentare: grazie al suo aiuto i bambini del campo profughi possono cimentarsi in vere e proprie sessioni di allenamento, mentre i più grandi proseguono le selezioni per la “prima squadra” al Pireo, non lontano dallo stadio Karaiskakīs che ospita gli incontri dell’Olympiakos. E non è forse un caso che dietro l’ambizioso progetto si celi una figura legata sia a Organisi Gi che alla squadra — anzi, alla polisportiva — più titolata del Paese: Petros Kokkalis.

Dalle parti del Pireo è famoso per essere stato il vicepresidente dei biancorossi negli anni in cui il padre Sokratis era al timone della società: con le dracme della famiglia Kokkalis la squadra, sprofondata in uno dei periodi più bui della propria storia sotto la gestione di Georgios Koskotas, tornò prepotentemente ai vertici del calcio nazionale facendo incetta di trofei. Petros è stato anche azionista del colosso delle telecomunicazioni Intracom e di quello delle lotterie e scommesse sportive Intralot, entrambe fondate da Sokratis. Dal padre ha ereditato non solo il pallino per gli affari ma pure la vocazione per la filantropia: è vicepresidente della Fondazione Kokkalis che ha come mission la pace e la democrazia nell’Europa sudorientale — sopra di lui, manco a dirlo, c’è sempre il padre — e fondatore di Organisi Gi. Che, recentemente, ha lanciato un programma di aiuti umanitari.

Come dichiarato a “Voice of America”, Petros Kokkalis è convinto che si tratti di un “processo da cui tutti trarrebbero benefici”. Partecipando a un campionato nazionale, la Hope Refugees United aiuterebbe i migranti a uscire dalla ghettizzazione, a rappresentare la loro comunità nella società greca, a integrarsi.

Per il momento siriani, afghani e curdi continuano ad allenarsi e correre sul campo in erba sintetica vicino allo stadio dell’Olympiakos. E chissà che un giorno non imbocchino gli spogliatoi proprio del Karaiskakīs, arrivando a sfidare chi in Grecia ha vinto più campionati di ogni altro. D’altronde, soprattutto in un caso come questo, che sia la speranza a morire per ultima.