Massa Vecchia

Francesca Sfondrini 


Sorrisero sarcasticamente in molti quando qualche anno fa Fabrizio Niccolaini — fondatore di questa azienda e straordinaria figura di agricoltore consapevole e combattivo — annunciò di voler lasciare la produzione di vino alla figlia della sua compagna per salire in cima a una collina e dedicarsi ad allevamento e seminativi. Sentiva la necessità di “diventare povero e ignorante” e di abbandonare il microcosmo del vino naturale, che tra contraddizioni e chiacchiere cominciava ad andargli assai stretto. Gli scettici dovettero ricredersi perché diede presto seguito all’intenzione, lasciando vigne e cantina alle cure di Francesca, che insieme al suo compagno Stefano e ad alcuni amici-soci avrebbe di lì a poco dato vita a un progetto di ciclo chiuso finalizzato al raggiungimento dell’autosufficienza alimentare: il modo migliore per dare continuità al lavoro di Fabrizio, che fin dagli inizi (a metà degli anni Ottanta) aveva scelto la strada della contadinità senza compromessi e della naturalità. Il ciclo chiuso dei ragazzi di Massa Vecchia consiste nel riuscire a produrre ciò che basta al proprio sostentamento e nel cercare di non andare oltre le proprie possibilità, a partire dal consumo; una pratica che passa per l’autoproduzione (i semi degli ortaggi e quelli che vengono dati in pasto agli animali allevati vengono riprodotti di anno in anno) e nell’ottica della sostenibilità ambientale. Il tentativo è anche quello di recuperare i metodi dell’agricoltura tradizionale, attraverso un ricorso ponderato alle tecnologie, inclusa quella meccanica. Un discorso di coerenza estrema che non potrebbe non riflettersi nel vino, che è sempre stato e resta comunque l’elemento centrale, l’asse portante della storia di Massa Vecchia: perché Fabrizio Niccolaini è stato uno dei pionieri del vinoverismo quando la viticoltura naturale era ben lontana dal fare tendenza, ma anche perché si è presto contraddistinto per quei vini quasi unici, schietti e contadini come pochi altri ma dal livello qualitativo assoluto. Nelle vigne di Massa Vecchia — poco più di tre ettari e mezzo messi a dimora ai piedi delle colline metallifere — si coltivano sangiovese, alicante, malvasia nera e bianca, vermentino, aleatico e trebbiano accanto a una piccola porzione di cabernet sauvignon e merlot. Tra i filari la chimica è integralmente bandita e vengono utilizzati soltanto zolfo e poltiglia bordolese; anche in cantina si lavora per sottrazione, limitando al minimo gli interventi e manipolando l’uva quanto meno possibile, nella convinzione che sia l’unica maniera per ottenere un vino integro. Territorialità, bevibilità, digeribilità e (come conseguenza) longevità sono le quattro caratteristiche che un vino deve avere per i ragazzi di Massa Vecchia; sono tutte rintracciabili nei prodotti, dal Berace all’Ariento, uno di quei bianchi difficili da dimenticare e da paragonare ad altri. La Querciola (sangiovese e alicante) è un grande rosso che proviene dalla vigna storica di famiglia e che rappresenta l’esaltazione del territorio; il Rosato — in linea di massima merlot e malvasia nera in quantità variabili a seconda dell’annata — è un vino sbalorditivo in quanto a piacevolezza e versatilità . Il trait d’union tra questi vini va ricercato in una compostezza che, per quanto non esattamente austera, è rivelatrice di una non necessità di ostentazione; in altre parole, forza non esibita, rusticità non sbracata. In altre parole, carattere e autenticità. Del resto tutta la storia di Massa Vecchia parla di questo: di un ritorno alla Terra.

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