Edulcorato ma non troppo: il Pasolini di Popolizio preserva l’amarezza del rifiuto

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«Caro Signor Warhol la ringraziamo per l’alta considerazione che ha di noi, ma decisamente non riteniamo esporre la sua opera qui.» Questo è il cortese rifiuto che Andy Warhol ricevette dai rettori del MoMA di New York, quando nel 1956 inviò al museo, tempio dell’arte contemporanea mondiale, Scarpe, uno dei suoi disegni. Un rifiuto storico, recuperato negli anni successivi quando il MoMA aprì un’intera sezione dedicata alle opere di Warhol. Ora l’artista si studia sui libri di storia dell’arte al pari di Michelangelo e Donatello e nessuno si azzarda a mettere in discussione la sua estetica.
 
 Il controverso e provocatorio Warhol è diventato un classico. Una storia simile in ambito letterario l’ha avuto Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. Nel 1955, un anno prima del gentile rifiuto del MoMA a Warhol, il romanzo appena pubblicato venne denunciato dalla magistratura di Milano per il suo “carattere pornografico” e per il tema scabroso: quello della prostituzione maschile.

Ora, a quarant’anni dalla sua morte, i tempi delle censure e dei rifiuti sono lontani, e Pasolini viene celebrato come uno dei più grandi artisti e intellettuali italiani. Ragazzi di vita è il manifesto della sua estetica, un classico talmente forte da essere rielaborato in maniera epica per il teatro. L’impresa complessa e ricca d’insidie è toccata a Massimo Popolizio che da attore passa al ruolo di regista. La scelta di riprodurre in scena il romanzo in maniera epica e straniata dalla realtà, probabilmente era l’unica strada percorribile per evitare di incappare nella trappola di un naturalismo eccessivo, trasmesso in gran parte da un testo ricco della vitalità dei personaggi del poeta corsaro.

Un “pipinaro” vivo e virile, espresso nella coralità di un gruppo di attori ben consolidato, ma che spesso, a parte qualche eccezione, ha rischiato di portare nella deriva rappresentativa e didascalica l’intero spettacolo. Si ha come l’impressione d’essere presi per mano dalla voce del narratore della vicenda (Lino Guanciale) e accompagnati a fare un giro turistico per quelle borgate romane del dopoguerra tanto care a Pasolini. Come in uno zoo guardiamo divertiti e curiosi le vicende di Er Ricetto (Lorenzo Grilli), Agnolo (Josafat Vagni), Nadia (Roberta Crivelli) Er Froscio (Giampiero Cicciò) e tutto il sottoproletariato romano, con richiami narrativi a certe serie televisive come Romanzo Criminale e idee brillanti come la scena del furto in tram o del maglione azzurro, zuccherini per addolcire il pubblico sulle tematiche del romanzo, ancora tabù troppi grandi da digerire.

Dopo questo spettacolo è chiaro come Pasolini sia diventato un classico da ripulire per la prima di una stagione dedicata in gran parte alle sue opere e da rappresentare con attori di un certo spessore per dargli la giusta dignità. Eppure, nonostante il vestito buono e tirato a lucido, Ragazzi di vita brucia ancora di una vitalità oscura, poetica e proletaria, quella di cui Pasolini si era innamorato e che aveva trascritto nelle sue opere rendendole uniche, ma forse inadatte per quello che viene definito un classico che non si può rifiutare.

(Foto ©Achille Lepera)

Elena Cirioni

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Originally published at www.paperstreet.it.

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