Quell’eternità ostile al cambiamento: la Roma di Eleonora Danco all’Angelo Mai

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Roma è un magma viscoso, un caos ancestrale dove tutto ribolle. Una città da sogno, certo, ma in cui proprio come nei sogni non esistono regole, ragioni, ordini, dove tutto è imprevedibile e in preda a un’irrazionalità imperante. Dalle ville decennali dei Parioli alle strade della Casilina si vive in questa caotica dimensione di precarietà, chiusi nei quartieri di una Città Eterna immobile e passiva a ogni cambiamento.
 
 È proprio da questo magma che nascono i personaggi di Eleonora Danco. Fuoriescono dalle periferie abbandonate dell’Urbe, dal traffico onnipresente del Raccordo Anulare, da una vita stantia, incapace a staccarsi da quella Mamma Roma così presente. Sono uomini attaccati a un amore senza senso, impiccati al cordone ombelicale di un’identità che c’è eppure manca, trincerati in un “C’ho da fa’” definitivo. E sono donne, sfinite dalla vita, alla ricerca di pace con il mondo, ma soprattutto con sé stesse. Accattoni e Ragazzi di vita moderni, spaesati e distrutti da una vita condannata a rimacinarsi sempre identica.

Una collettività brulicante e proletaria, insomma, che torna a rivivere in Intrattenimento violento e Squartierati all’Angelo Mai. Eleonora Danco plasma le loro personalità in scena attraverso un testo dal ritmo perfetto, una partitura musicale che evoca vite e caratteri in maniera dettagliata. Ma non lo fa solo grazie alla recitazione, Danco prima di essere un’attrice infatti è una performer, utilizza il corpo per animare le sue creature. Un corpo magari meno esposto rispetto a spettacoli del passato, ma sempre vivo, presente, pronto a diventare lo strumento estraniante di una perfomance altrimenti iperrealistica.
 
 Attraverso la lente d’ingrandimento della propria sensibilità artistica, Eleonora Danco parte dal particolare (atti quotidiani, banali, inseriti nel meccanismo alienante della routine) per espandersi verso tutta la comunità, abbracciando la città e i suoi quartieri popolari. San Lorenzo in particolare diventa il fulcro di un passato e di un presente dove la romanità schietta è stata dimenticata, sostituita dagli immigrati e dagli studenti fuori sede, accusati di aver cambiato il quartiere. Eppure il racconto dell’artista romana li assolve da questa accusa, anzi, quasi li idolatra con una struggente nostalgia per i vent’anni.

Tra un racconto e l’altro ogni tanto compare anche lei, l’attrice, la donna, che non ha paura di mettersi a nudo, di raccontare sé stessa in una sorta di seduta psicoanalitica con il pubblico. È questo il punto di forza e il tallone d’Achille delle performance: spogliarsi troppo sulla scena confonde e spezza il racconto — al tempo stesso però, va detto, conquista il pubblico. Mettere in gioco sé stessi, il proprio vissuto, d’altronde, è una tentazione a cui Eleonora Danco non ha mai resistito e lo fa senza la maschera della recitazione o dell’invenzione teatrale, rinuncia a questi escamotage per mostrarsi e per farsi divorare dal pubblico. Un’azione audace, impegnativa che trasforma il Teatro in un atto di condivisione empatica che va oltre quello che è la rappresentazione scenica.

Letture consigliate:
 • Mors tua, vita mea: ‘Ascoltate’ le cartoline di Menoventi, di Giulio Sonno
 • Ritratto di una capitale — Fabrizio Arcuri/Antonio Calbi, di Giulio Sonno
 • N-Capace — Eleonora Danco, di Nicole Jallin
 • Intrattenimento violento — Eleonora Danco, di Marilù Ursi

Elena Cirioni

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Originally published at www.paperstreet.it.