Geo, ma utile

Originariamente pubblicato su innovatoripa.it il 24 agosto 2010

Il tema del geotagging ha assorbito gran parte delle discussioni della scorsa settimana. Con un po’ di ritardo pubblico un pezzo che avevo scritto per……..vabbè, uscirà a giorni su carta e un po’ trasformato e più leggibile per le masse :-)

Enjoy

Si racconta che non solo la cupola mafiosa, ma gran parte degli italiani, furono spiati da Tim con il sistema Radar, una Echelon spaghetti e pizza che ha inguaiato non poco i vertici della Telecom negli anni 2007/2008.

Si racconta che le antenne dei nostri telefonini segnalano sempre dove ci troviamo, anche a telefono spento. Si sa che l’incrocio dei dati sui movimenti delle nostre carte di credito è un gioco da ragazzi.

E’ sempre stata così ovvia l’indignazione verso chiunque voglia carpire i nostri segreti, la nostra tranquillità e i sentimenti che si celano dietro i comportamenti di tutti i giorni. Quando abbiamo visto “Nemico Pubblico” (Enemy of the State) era il 1998 e il web sociale non era ancora diffuso come oggi. Will Smith era il nostro eroe e in lui ci siamo immedesimati per dire no ad ogni invasione della nostra privacy.

Poi, la voglia di socializzare ha prevalso e i servizi e gli strumenti associati al social networking hanno ridimensionato il problema. Anzi, il vero paradosso è che lo hanno stravolto.

Ora siamo noi (alcuni di noi) che, più o meno consapevolmente, abbiamo deciso di mettere in piazza ogni nostro spostamento associandovi una preferenza, un consiglio, un’altra relazione, una motivazione, insomma un sentimento.

E’ il fenomeno del geotagging o geolocalizzazione sociale che, dopo l’ottimo lavoro degli apripista (Brightkite, Gowalla e Foursquare su tutti) e un flop galattico (Google Latitude), ora diventa un punto di forza per Twitter e, come consuetudine, con molto più chiasso ed enfasi, anche per Facebook places.

A dire il vero, il contesto è molto più vasto e non coinvolge solo le reti sociali sul web e le applicazioni palmari ma, soprattutto, il mondo dei provider di mappe digitali, prova ne sia la funzionalità Map Share del colosso Tom Tom (introdotta già nel 2007) o il più recente sviluppo di Ovi Maps di Nokia che già condivide i “luoghi” su Facebook. Ma è tutto il mondo che gravita attorno ai sistemi di map sharing che sta beneficiando dell’approccio sociale, sino a spingere la diffusione di sistemi alternativi basati esclusivamente sulla condivisione come l’ottimo Waze che, grazie alle continue segnalazioni degli utenti, garantisce percorsi alternativi e self-training mode.

Se, da un lato, la socialità e l’adesione di massa a questi servizi beneficia, in vario modo, del tam tam della rete e dell’enfasi che gli early adaptors riescono a imporre, va detto che i modelli di business sono diversi e, alcuni, ancora di difficile comprensione.

Gowalla e Foursquare in primis, rappresentano già una tendenza in essere che si basa su un concetto che provo a significare con il termine “human POI”. Gli utenti di questi social network si prestano a descrivere luoghi (point of interest) in modo dettagliato ma con una buona dose di “sentiment”. Di solito sono locali per giovani e/o di tendenza che, grazie ai suggerimenti degli utenti del social network, beneficiano di un marketing a basso costo ma basato sulla reciproca fiducia degli aderenti (circle of trust). Il business viene incentivato dagli stessi esercenti che premiano i loro fan con scontistiche, parties dedicati e altre forme di incentivi.

Facebook places, per ora, non sembra delineare un modello di business definito, bensì una rendita da posizione basta sulla larghissima base di utenti, in assoluto, la più vasta nei social network conosciuti. A Facebook non interessa, per ora, sfruttare “places” per fini di business e, infatti, la campagna di comunicazione è di basso profilo: (“informa/tagga gli amici per informarli di dove mi trovo”, oppure, “mostrami quando gli amici e le altre persone registrate sono nelle vicinanze”). L’intento, dunque, sembra quello di rendere comprensibile il nuovo servizio alla generalità degli utenti della piattaforma, per poi applicarci delle funzionalità di business. As usual. Resta da scoprire un paradigma ancora tutto da disegnare e che, in un certo senso, potrebbe essere il primo grande mash-up sociale della rete e dei sistemi di convergenza (GPS, WEB, GSM).

Questa grande socialità che tende a mettere in secondo piano le problematiche di privacy enunciate in premessa, potrebbe essere usata per dei POI di pubblica utilità arricchiti dalla dimestichezza acquisita, dalla fidelizzazione degli strumenti e dalla discesa in campo dei vari detentori dei dati tecnici affidabili e certificati. Prova ne sia che tutto il tema dell’Open Data è fondamentalmente rivolto al contesto geospaziale.

Se, da un lato, per la consapevole adesione alle dinamiche sociali, accettiamo anche i limiti di questi servizi (scarsa affidabilità di precisione, presenza di fake, ecc.) quando abbiamo bisogno di dati certi, dobbiamo affidarci ai provider ufficiali, siano essi delle Telco (mappe fornite dai gestori di telefonia cellulare) o meglio ancora gli enti che gestiscono i sistemi territoriali. L’immaginazione ci porterebbe a fantasticare il giorno in cui un mash-up fra POI sociali (gestiti dagli utenti) e carta tecniche elaborate dai GIS, possano far estrarre vivo uno scampato al terremoto, localizzandolo non solo in base alla sua segnalazione ma, soprattutto, grazie all’interoperabilità con le coordinate ufficiali.

Sono, insomma, quei pallini e quelle bandierine (segnalatori) che spesso ci accompagnano su Google Maps e che ora vengono sfruttati da tutti i sistemi di geotagging che, in futuro, dovrebbe convergere verso una piena sinergia con i fornitori di dati geospaziali, per garantire un arricchimento sociale e sentimentale degli stessi e sviluppare modelli di business dal sicuro appeal ma, soprattutto, servizi di pubblica utilità che possano far percepire il valore di un sistema di geotagging che, per ora, assume ancora la connotazione di puro “cazzeggio”.


Originally published at www.innovatoripa.it.