Ripensare lo Stato leggero

Originariamente pubblicato su innovatoripa.it il 9 giugno 2010

L’Open Data è ormai una corrente di pensiero sostenuta da tante azioni concrete che contribuiscono, finalmente, ad elevare questa filosofia allo status di “strategia” vera e propria! 
 E’ passato poco più di un anno da quando, quel 21 Maggio 2009, riportavo su questo blog la notizia di Data.gov e, alcuni giorni fa (esattamente a un anno di distanza), leggendo il blog della White House, ho cercato di dare una prima chiave di lettura, economica, sull’effetto dei principi voluti da Obama e declinati da Vivek Kundra.

In questo lungo anno, le iniziative a sostegno delle strategie di Gov 2 sono state tantissime, a cominciare dalla famosissima US Open government directive (dicembre 2009) per proseguire con il britannico Putting the Frontline First (dicembre 2009) passando per l’Australian Government 2.0 Report (maggio 2010) e tante altre che si stanno accodando. Tutte queste iniziative rappresentano un cambio di paradigma significativo che ridisegna il governo della cosa pubblica mettendo al centro la “partecipazione” al governo e alla cosa pubblica. Lo Stato come bene di tutti e, quindi, senza vincoli e senza segreti.

Sono segnali forti che provengono dall’alto, dal vertice dello stato e dalla mente lucida e fervida di burocrati (e dai loro advisor) che hanno interpretato le politiche di Gov 2 nel modo più corretto e che, dopo un primo input centralistico e mandatario, si aspettano la reazione dai territori. Si sostiene infatti, da più parti, che saranno i territori e le gli innovatori legati ai luoghi di appartenenza che dovranno dimostrare con i casi pratici la bontà di queste strategie.

Dunque le città, le “smart cities” (città che pensano come il web) sull’esempio di Vancouver, e che deliberano i principi e poi scatenano le buone pratiche.

Città culturalmente evolute come San Francisco che espongono i cataloghi e le applicazioni. E finalmente luoghi del bel paese che si lasciano pervadere da questo paradigma, come il Piemonte e, speriamo, molti altri.

Alla base di queste strategie c’è una cultura del “fare” che è molto distante dalla nostra cultura del “delegare”. Tutto il tema della eParticipation ruota attorno alla propensione (difficilmente riscontrabile dalle nostre parti) nel dedicarsi alla cosa di tutti, allo stato, al benessere collettivo prima che personale. E non è un caso che un affermazione leggendaria come quella kennedyana, sia stata formulata altrove e non in Italia “prima di chiederti cosa fa lo stato per te, chiediti cosa fai tu per lo stato”, perchè dalle nostre parti la spinta dell’eDemocracy risulta ancora sterile (alcuni esempi italiani li ho trattati e approfonditi nel mio recente libro).

L’eDemocracy, infatti, stenta ad emulare esempi e totem assoluti come Fixmystreet, MyBikelane, PatientToOpinion, Ratemycop, Spotcrime e mille altri, che sono consuetudine da anni nei paesi di cultura anglosassone. Cultura che ha spinto all’ennesima potenza il fenomeno del civic hacking, ovvero la modalità attraverso la quale programmatori, sociologi, operatori della pubblica amministrazione, insieme, realizzano applicazioni di eDemocracy che possono fornire servizi alternativi ai cittadini con la disponibilità dei dati forniti dagli stessi o disponibili sul web.

Fenomeni della portata “sistemica” di Opentripplanner, come pure Open 311, da noi difficilmente si potrebbero realizzare senza un sostegno pubblico. Sono, infatti, progetti che fruiscono di una grande interazione con le agenzie governative e le comunità civiche più “proattive”.

Ultimamente, l’ostinazione di chi abita la rete e cerca di persuadere sulla bontà di queste strategie ha prodotto notevoli documenti e articoli anche qui nel bel paese: lo speciale di Nova, gli approfondimenti di Nova Review, la rubrica Open Links di Ernesto, l’approfondimento sul Sole, la ricerca di Matteo di una definizione standard a portata di mano, la proposta di Titti per una via italiana all’Open Data, i continui richiami di Luca e Nicola, nonchè la recente pubblicazione dell’Agenda digitale europea: “ ….For example, governments can stimulate content markets by making public sector information available on transparent, effective, non- discriminatory terms. This is an important source of potential growth of innovative online services. The re-use of these information resources has been partly harmonised5, but additionally public bodies must be obliged to open up data resources for cross-border applications and services….”, lo sforzo di Wired teso a portare il Ministro a scegliere in tempi brevi la strada meno impervia, le discussioni accese al Barcamp degli Innovatori, ecc.. Insomma tante iniziative che sembrano sufficienti a declinare velocemente modelli, ambiti e tempi “italiani”, utili a disegnare velocemente lo stato snello e semplice. Ma non lo sono, non bastano.

Ora la sfida è tutta economica. Far capire ai decisori che l’economia immateriale è un opportunità a portata di mano e che un modello “italiano” si può costruire, assieme. Di questo parlerò a breve dopo l’uscita di un mio articolo più aderente al tema. Intanto, dati, dati, dati, e ancora dati pronti e disponibili, come quelli americani, britannici, australiani, neozelandesi, canadesi, nordirlandesi, norvegese, estoni,

…..e altri ancora


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