Cosa farai da grande?


Talvolta, mentre sei seduta al banco, in facoltà, ti capita di guardare attraverso la finestra. Vedi gli uccelli migratori o le scie biancastre degli aerei. Provi a indovinare la loro destinazione. Inizi già a domandarti se è proprio quello che ascolti con incoerenza tutto il giorno dentro quell’aula che farà di te una persona felice. Cominci a fiutarlo…che la tua realizzazione è altrove… ma non osi ancora ammetterlo a te stessa: la vita da studente per ora è soddisfacente, dopo si vedrà. Si rimanda continuamente quel momento, quello in cui è così e basta, BISOGNA (te l’hanno sempre detto) trovare un lavoro. Ma sei nato dopo il 1985? Il super-lavoro-che-ti-piace-e-che-fai-con-piacere-perché-hai-lavorato-bene-a-scuola non esiste.

Per ovviare a questa mancanza di opportunità professionali (o forse per mascherarla), gli stati, l’Unione Europea e la società civile hanno creato dei programmi precari ma più che benvenuti: dei progetti di volontariato che ti permettono di investire il tuo tempo all’interno di associazioni un po’ dappertutto in Europa e di prendere parte a dei magnifici progetti che ti danno (o meno) l’illusione di fare qualcosa di importante. Ho sperimentato. ERASMUS, Servizio civile, Servizio Volontario Europeo, Workaway e Woofing. Spagna, Argentina, ri-Spagna, Portogallo, ri-Spagna (forse dovrei restare?), Italia.

Per dirvela tutta, questi anni per mari e monti mi sono piaciuti, e molto. Ho scoperto che volevo abitare affacciata sul Mediterraneo, ho avuto coinquilini spagnoli che mi hanno prestato dei libri che hanno cambiato la mia visione del mondo, ho vissuto il movimento degli Indignados in Plaza Catalunya dall’interno. Ho imparato con loro l’umiltà. Ho capito, nelle bidonvilles di Buenos Aires, che quel che mi avevano insegnato all’università non poteva essere applicato alla vita vera. Ho ballato il merengue di Capoverde nelle notti di Lisbona, ho cenato con Manu Chao, ho ridimensionato il mio ego (ancora non a sufficienza), ho capito quello che non volevo, non so ancora esattamente quello che voglio.

Mi sono costruita un po’ in ogni luogo. Ho scoperto che vivere altrove poteva essere bello. Ho capito che essere straniera poteva essere difficile. Ho visto quanto stare da sola faceva sentire la voglia di essere in tanti. Ho soprattutto imparato a vivere con poco.

Tutto quello che ho imparato e che sono diventata, d’altra parte, non è niente di quel che ci si aspettava da me. I famosi Youthpass alla fine del volontariato non mi hanno aperto nessuna porta, così come le formazioni di educazione non-formale e gli obiettivi strategici che si aprono all’atto della redazione dei progetti non mi hanno portato più lontano del Pôle emploi [centri di ricerca impiego francesi NdT] del mio quartiere. Non sono riconosciuta come più “assumibile” o più adatta a integrare il mercato del lavoro (forse ho capito che questo mercato del lavoro, anche se mi lasciasse un posticino, continuerebbe a maltrattarmi). Non so tuttora cosa rispondere dal sedile posteriore del mio Blablacar quando mi domandano cosa faccio, non so qual è il mio “status” sociale, non so dare spiegazioni a mia nonna quando mi chiede quand’è che inizierò a lavorare.

Questo miscuglio che sento in me, i viaggi intrecciati gli uni agli altri nelle mie viscere, tutti gli incontri che mi hanno modellato, i momenti difficili che fanno sì che i prossimi lo saranno meno (l’asprezza di alcuni viaggi accentua la dolcezza di quelli a seguire), tutto questo ha un suo valore, e l’ho vissuto senza (troppi) rimpianti.

Posso anche affermare oggi che viaggiare e spremere tutte le possibilità della mobilità permette di vivere dall’interno le città che attraversiamo, nello spazio e nel tempo, di infilarci nei meandri della giovinezza transfrontaliera, capaci di aprire le porte della diversità e della tolleranza. E nonostante ciò, questa vita ci obbliga anche a darci delle priorità finanziarie, a destreggiarsi con pochi soldi in tasca.

Questi viaggi ci sostengono per qualche anno e ci fanno quasi dimenticare che un giorno o l’altro dovremo darci un taglio. E dopo? Torniamo dai nostri viaggi cresciuti e soddisfatti, ma ci ritroviamo sempre nella stessa impasse. L’assenza di orizzonti professionali.

Restiamo dunque lucidi, apriamo gli occhi ed evitiamo di parteggiare per la precarietà. Questi progetti di volontariato e mobilità permettono di visitare paesi stranieri, di partecipare a progetti per lo più ricchi e formativi e di prendere coscienza di mille possibilità interculturali… allo stesso tempo, le opportunità del viaggio non devono essere la foschia ingannevole che dissimula il lago gelato. Non possono ovviare in alcun modo alla dignità che osano strapparci di dosso.

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