Da Duluth a Stoccolma. Bob Dylan e l’eterno crocevia

Sulla lunga via che dal Minnesota ha portato in Svezia ci sono tante tappe di un’esistenza contraddittoria ma sempre in viaggio.

La storia non è ancora cominciata ma già si parla di un mondo che sta stretto.

L’adolescenza è il profondo Nord, Hibbing, una cittadina mineraria del Minnesota. I nonni ebrei immigrati in America a inizio secolo, un cognome forse altisonante per un ragazzino della provincia americana, giacca di pelle, stivali e sigaretta all’angolo della bocca.

Ma anche in quell’angolo di States nell’aria c’era una musica nuova — quella degli altri e più antichi immigrati, i negri che dall’Africa alle piantagioni alle baracche delle periferie del Nord avevano portato note nuove e dirompenti, il blues, e poi dalle chitarre mezze rotte di Robert Johnson fino ai modelli nuovi fiammanti coi pickup, gli amplificatori e le loro valvole roventi. Era il rock’n’roll. Chissà come suonava, Tutti Frutti sparata da una radio scassata nell’inverno americano. Calda e travolgente, probabilmente, tanto che Robert debutta in una cover band proprio di Little Richard.

Un mondo musicale che esplode e una provincia soffocante, una cultura e una musica nuova che chiamano, il fascino della città, del viaggio. Ce n’è abbastanza per fare fagotto ed esplorare — storia di una partenza come tante, quasi senza epoca. Minneapolis: una metropoli in confronto a Hibbing. L’università una scusa per partire a cercare quelli che si sentivano alla radio, le storie la musica le parole di una generazione che gridava per aprirsi uno spazio dai confini della società americana. E la violenza di cui questa è permeata — del colore della pelle, ieri come oggi, si muore.

“This boy’s dreadful tragedy I can still remember well

The color of his skin was black and his name was Emmett Till”

Emmet Till, Hattie Carroll, Davey Moore e lo spettacolo della boxe… storie troppo severe per il sound frenetico del rock’n’roll. Ma nell’aria ci sono anche le note della musica folk: “C’è più vita reale in una sola frase di queste canzoni di quanta ce ne fosse in tutti i temi del rock’n’roll…”. E anche la vita dei Sacco e Vanzetti, dei gamblers, dei lavoratori stagionali, degli scioperi e della sopravvivenza, del saltare sui treni verso chissà dove, avevano un nome e una voce: Woody Guthrie e la sua “machine that kills fascists”.

La porta per la città, quella vera, la aprono l’imprevisto e la passione dei vent’anni: “Here’s to the hearts and the hands of the men/That come with the dust and are gone with the wind” — la notizia di Woody morente in un ospedale di New York significa una nuova partenza, un treno verso la East Coast a calcare le orme di tanti altri prima per conoscere il proprio ispiratore prima della morte.

“They’ll kick you when you’re up and knock you when you’re down

It’s hard times in the city

Livin’ down in New York town”

E’ dura la città, senza soldi né casa, a girare i caffè del Village, mendicare un plettro o un provino di poche canzoni cantate da una voce troppo graffiante per sfondare pure con chi aveva nelle orecchie un Dave Van Ronk. Di nuovo, storie senza tempo: di migrazione, con il suo fascino e la sua dura quotidianità . Nei talkin’ blues e nelle canzoni folk ci infila la tradizione, la denuncia, il viaggio, la protesta: storie dei giornali, di incontri per la strada, perché no, d’amore. Storie di una generazione che grida contro i signori della guerra, i padroni bianchi, l’apartheid, la caccia alle streghe, l’incubo della minaccia nucleare. È la lezione di Guthrie, che parte dal proletariato, dall'America di "Furore" e arriva nei locali della City e sui nastri della Columbia Records ben in anticipo rispetto a quel '68 di cui pure sarà colonna sonora. L’ormai Bob Dylan irrompe sulla scena, la porta dai bar sgangherati alla Philarmonic Hall e ai duetti con Pete Seeger — nella quotidianità di tante esistenze nomadi, uno su mille era arrivato.

"There’s a battle outside and it is ragin’

It’ll soon shake your windows and rattle your walls

For the times they are a-changin’ "

Dalla provincia alla metropoli, da Buddy Holly a Odetta, dalla sopravvivenza a bandiera generazionale: Bob Dylan è un’eterno crocevia, di vite, amori, suoni. Perché questo non è che l’inizio.

Forse non era fatto per quel ruolo di megafono di protesta. Forse ha scelto di inventarsi un nuovo crocevia — non è questo il punto ora. Certo Bob Dylan alle etichette non ci sta:

"Well, I try my best

To be just like I am

But everybody wants you

To be just like them

They sing while you slave and I just get bored

I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more"

La “fattoria di Maggie” crolla nell’estate del 1965, dentro il tempio che l’aveva consacrato a quel ruolo difficile — Bob si presenta al Newport Folk Festival armato di una vera rock band. La chitarra elettrica di Mike Bloomfield gela il pubblico che risponde cacciando i musicisti. Ma lui sa rispondere per le rime — come l’anno dopo, a Manchester, quando a chi dalla platea gli urla “Giuda” lui replica soffiando verso i compagni di palco: “Play fuckin’ loud!”. Un nuovo bivio imboccato con decisione.

La storia successiva sarà segnata da tanti altri cambi di strada, così che seguire le tracce di Bob Dylan è difficile e più ancora capirne le scelte . Sono svolte che guardano dentro, “Another side of Bob Dylan” — again and again, direi. L’incidente in moto, la country music riflessiva, la religione alla fine. Un tour “never ending” in cui vecchie canzoni suonano irriconoscibili per chi ha in mente e nelle orecchie il ragazzo spettinato chitarra e armonica. Alla fine un premio Nobel — a quale Bob Dylan, verrebbe da chiedersi. A un poeta che si guarda dentro, alla voce di un ’68 (ormai normalizzato o con questo premio finalmente consacrato nell'America di Trump?), o cos’altro, o magari tutti questi insieme. Sono tanti quelli che non sanno, non riescono, o non vogliono seguire il filo di così tanti cambiamenti, chissà poi se dettati da un ego troppo grande o da un rapporto complicato con i suoi tempi.

Questa storia può essere letta con occhi diversi e magari un po’ più ingenui. Tra vite nomadi ed esistenze precarie, può capitare di percorrere pezzi di strada insieme, di separarsi, magari di non capirsi. Come con Bob Dylan.

Eppure tra quei pezzi di strada alcuni restano comuni e affascinanti, come tante vite che si incontrano ogni giorno. Raccontare quei pezzi e non altri è una scelta di parte. Tra gli eterni crocevia di Bob Dylan, tra le sue infinite contraddizioni, abbiamo provato a scegliere i nostri.

"Yes, I received your letter yesterday
 (About the time the doorknob broke)
 When you asked how I was doing
 Was that some kind of joke?
 All these people that you mention
 Yes, I know them, they’re quite lame
 I had to rearrange their faces
 And give them all another name
 Right now I can’t read too good
 Don’t send me no more letters, no
 Not unless you mail them
 From Desolation Row"

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Michele Mancarella’s story.