Mutuo soccorso e inchiesta militante a Bruxelles

Continua la nostra indagine tra i gruppi di migranti organizzati in città straniere. Questa volta abbiamo parlato con la Comune Del Belgio.

Come e quando nasce la Comune del Belgio? E quali sono le sue attività nella prima fase?

La Comune nasce un po’ più di tre anni fa da un gruppo di migranti italiani a Bruxelles. A gennaio 2014 ci costituiamo come associazione, una scelta che fanno moltissimi collettivi nel paese, la forma è più o meno quella di una Onlus in Italia. Inizialmente decidiamo di organizzarci per fornire un aiuto ai nuovi arrivati italiani in Belgio per quanto riguarda i problemi legati al lavoro, per ricevere le prestazioni sociali a cui hanno diritto, in generale per tutti quei problemi burocratici che si trova ad affrontare una persona in un contesto straniero. Forniamo alcune consulenze per mail e teniamo una permanenza settimanale al centro culturale Garcia Lorca, uno spazio molto importante per la storia politica di Bruxelles (originariamente sede del Partito Comunista Spagnolo durante l’epoca franchista).

Se ci si limita a osservare il momento della consulenza (intesa come semplice risposta alle domande), è difficile distinguerlo dall’erogazione di un servizio che un migrante potrebbe ricevere presso altre strutture di assistenza. La nostra pratica, invece, si rifà ai valori, agli obiettivi e alle tradizioni del mutuo soccorso: offrendo il nostro supporto, facciamo inchiesta sulle contraddizioni che vive un migrante, ne facciamo un’analisi critica, solleviamo il problema politico a livello più generale. I valori che ci uniscono — come scritto nella nostra carta dei valori — sono giustizia sociale, uguaglianza e solidarietà. Questi principi permeano l’impegno e il pensiero di ciascuno dei nostri membri e militanti e ne sostengono l’azione di mutuo soccorso, strumento essenziale per realizzare una società internazionalista e laica, fondata sulla pratica della solidarietà, dell’antirazzismo e dell’antifascismo.

L’inchiesta è un elemento ricorrente nel vostro lavoro di militanza. Come anche in quello dei Berlin Migrant Strikers, che abbiamo intervistato poco tempo fa e che voi conoscete. Raccontateci le vostre prime esperienze di inchieste.

Sì, i ragazzi di BMS li abbiamo conosciuti in occasione della lotta contro lo sfruttamento perpetrato nei ristoranti italiani che sfruttavano i loro dipendenti precari a Berlino.

Il primo momento di inchiesta per noi è lo sportello di consulenza. Dalle domande che ci vengono poste e dalle discussioni che ne nascono, abbiamo avuto tutte le idee per sviluppare più a fondo le nostre analisi.

La nostra prima inchiesta militante è stata sulla nuova migrazione italiana in Belgio. Abbiamo sfruttato feste, gruppi, eventi caratterizzati dalla presenza di molti italiani ed abbiamo distribuito un questionario a circa 500 persone. Ne è venuta fuori a grandi linee una descrizione del migrante che è andata oltre gli stereotipi delle soggettività di emigrazione recente. La narrazione della migrazione italiana che si fonda sul paradigma dei “cervelli in fuga” è un luogo comune: oggi ci sono moltissimi soggetti non iper-qualificati e non giovani che migrano. Abbiamo osservato che in moltissimi e moltissime si ritrovano qua a fare gli stessi lavori precari che facevano in Italia. In Belgio le condizioni sono leggermente migliori, ma per tutti si sfata il mito del nord Europa come terra promessa.

La Comune ha come soggetto di riferimento la comunità italiana in Belgio. In generale a noi di Crossroads sembra evidente che la nazionalità continui ad essere uno dei primi dispositivi attorno a cui ci si aggrega per condividere esperienze e problemi e anche per lottare. Cosa pensate di questo?

È chiaro che il legame nazionale viene sempre sfruttato come base primaria per confrontarsi con quello che c’è intorno. Parlare la stessa lingua ed avere uno stesso bagaglio culturale sono condizioni necessarie per approcciarsi ad un nuovo paese. Ci pare comunque importante sottolineare che questi elementi comuni sono qualcosa che serve a legarci con tutto ciò che succede in senso largo, anche dal punto di vista politico. Di tanto in tanto veniamo contattati da persone che ci credono una sorta di associazione che celebra l’italianità all’estero: ci facciamo quattro risate perché non c’è niente di più falso. Il nostro spirito è internazionalista. Non per caso la nostra ultima inchiesta, quella sul lavoro nero nel settore dell’Horeca, è anche uno strumento per costruire rete con altri soggetti ed altre comunità nazionali, in particolare sud-europee.

Parlateci di questa inchiesta. Il video ha girato molto su internet, sollevando il problema del lavoro nero a Bruxelles. Lavoro nero che è anche lavoro migrante, in questo caso soprattutto italiano.

Questa inchiesta in realtà è ancora ai suoi inizi. Grazie all’attività dello sportello abbiamo scoperto che moltissimi italiani lavorano a nero nell’ Horeca. Abbiamo quindi cominciato a fare delle interviste video. Il risultato che abbiamo ottenuto finora è stato ottimo, non soltanto perché ci dà uno spaccato di quello che accade, ma anche perché ci ha permesso di fare rete: per presentare i risultati abbiamo contattato la FGTB, uno dei principati sindacati belgi, ed il segretario della sezione Horeca di Bruxelles in persona ha voluto partecipare alla serata di presentazione, dichiarandosi disponibile a continuare con noi questo lavoro. Abbiamo aperto un terreno d’indagine ancora largamente inesplorato, quello del lavoro nero di cittadini comunitari, ed abbiamo iniziato un lavoro di messa in rete, il cui primo prodotto concreto è una brochure sul lavoro nero, su come riconoscerlo e come difendersi, redatta in italiano e francese.

I cittadini comunitari possono quindi essere dei cittadini di serie b all’interno dell’unione europea, ed il modello dell’unione sembra non essere esattamente una divisione binaria tra chi è dentro e chi è fuori, ma una scala progressiva. Un altro esempio illuminante in questo senso è quello delle espulsioni.

Se in Belgio vuoi cercare lavoro allora devi iscriverti al Comune e al centro per l’impiego: i tuoi dati sono trasmessi direttamente all’Ufficio Centrale per gli Stranieri. Se in Belgio hai bisogno di una mano, ma non hai i requisiti per accedere alle prestazioni contributive, non ti resta che rivolgerti all’assistenza sociale: gli uffici (CPAS) sono enti legati ai Comuni e di conseguenza le informazioni sulla persona deve girarli sempre allo stesso Ufficio centrale per gli stranieri. Tanti controlli e una lunga burocrazia e non tutte le pratiche hanno successo per il cittadino. Al momento dell’iscrizione al Comune, ti può venir comunicato che non hai abbastanza chance per trovare un lavoro. Se invece chiedi aiuto all’assistenza sociale, allora vieni considerato come una “charge deraisonable” (costo irragionevole) per lo Stato. Queste persone ricevono un ordine di abbandonare il territorio belga. Al momento nessuno di questi ordini si è tramutato in un’espulsione forzata, ma il fatto che ciò possa avvenire ci dice molto sul crudo funzionamento dell’UE: la logica tecnica dietro queste pratiche è di sottoporre il diritto di soggiorno e di mobilità, al vincolo della produzione. Pensare che hanno ricevuto il “foglio di via” anche persone in Belgio da molti anni, anche figli di migranti italiani che vivono in Belgio dalla nascita. Abbiamo inoltre saputo che la stessa misura sta prendendo piede anche in Germania.

Contro questa misura avete preso parte ad una piattaforma di lotta…

Sì, assieme ad altri collettivi ed anche ad un team di avvocati facciamo parte della piattaforma Europe4People che segue i casi di espulsione di cittadini comunitari. Anche in questo caso non si tratta di un servizio, ma di una piattaforma di supporto, denuncia e lotta. A partire da problemi comuni abbiamo anche in questo caso messo in rete le nostre resistenze.

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