La grande rivolta dei fuorisede a Parigi

Chiunque ci abbia vissuto per più di una settimana sa che Parigi è una città difficile da affrontare. L’ospitalità e la gentilezza degli abitanti lasciano tanto a desiderare, le persone ignorano o fingono di non capire chiunque non dimostri un perfetto accento francese e, soprattutto, i prezzi di qualunque cosa sono altissimi.

Mettendo insieme queste tre caratteristiche della città, si capisce benissimo che un modo sicuro di andare incontro a problemi è chiedere degli sconti, specialmente se si è studenti fuorisede. Ci fu un gruppo di ragazzi che lo scoprì nel modo peggiore, dopo aver passato la sera di martedì grasso a bere vino nei locali del quartier Saint-Marcel: dopo l’ultima bevuta, gli studenti si trovarono di fronte a un conto più alto del previsto, ed ebbero la pessima idea di provare a contrattare sul prezzo. La discussione con il proprietario si animò in fretta, e i ragazzi finirono per essere malmenati da un folto gruppo di abitanti del quartiere.

Il giorno dopo, contusi e doloranti com’erano, i membri del gruppo ebbero un’altra idea che si sarebbe rivelata pessima per la loro salute: chiamati a raccolta i loro amici e armatisi di bastoni, tornarono nella stessa locanda per saccheggiarla con la massima cura. Presi dall’entusiasmo, riservarono lo stesso trattamento a tante altre botteghe e osterie della zona, che da anni non facevano altro che aumentare i prezzi su tutto ciò che serviva agli studenti per campare, cercando vendetta sugli onesti borghesotti che li avevano pestati la sera prima. La reggente, Bianca di Castiglia, non poteva restare indifferente a tutto questo, e ordinò immediatamente agli arcieri e alle guardie cittadine di castigare gli universitari in modo esemplare. Dal momento che, per i rancorosi parigini, gli studenti erano tutti ugualmente colpevoli, gli uomini d’arme non andarono troppo per il sottile, e arrestarono, ferirono, derubarono e uccisero tanti ragazzi innocenti. Ma la notizia di questi gravissimi avvenimenti si sparse in fretta nei sessantacinque collegi universitari, fra le case dei Danesi, dei Bretoni e dei Normanni, fra Borgognoni e Tedeschi, Fiamminghi, Siciliani e Romani, fra i quarantaduemila studenti della città: siamo nel 1229, e i fuorisede a Parigi preparano la rivolta.

Decine di migliaia di ragazzi infuriati sono tanti, più che sufficienti a mettere a ferro e fuoco una città medievale (come anche una attuale, dopotutto). Gli studenti, tuttavia, trascinando nella protesta anche i loro professori, pensarono a un altro modo di farla pagare alla capitale di Francia, che li accoglieva a un prezzo così alto, che li disprezzava nonostante prosperasse sulle loro tasse, spese e affitti, che non aveva mai smesso di guardarli come un corpo estraneo da tenere a bada e punire. Ebbene, gli studenti incrociarono le braccia. Smisero di studiare, fecero fagotto e abbandonarono in massa Parigi. Affrontarono il viaggio verso le più piccole università di Tolosa, Angers, Poitiers, Orléans o Oxford, che iniziarono ad acquisire importanza e prestigio proprio grazie a questo esodo. Non avrebbero fatto ritorno per oltre due anni.

L’opinione che i vecchi borghesi di Saint-Marcel e di tutta la rive gauche avevano sui fuorisede era sempre stata simile a quella espressa dal vescovo Jacques de Vitry, che nelle sue opere dedicava invettive al vetriolo contro il quartiere latino, invaso da insopportabili giovinastri dediti all’alcool, alla perdizione e all’amore libero, parbleu! Da tempo i parigini accusavano gli studenti di portare confusione e degrado in quartieri altrimenti tranquilli, e non si erano lasciati sfuggire l’occasione per esprimere il loro odio a suon di botte. Adesso però, insieme a quei ragazzacci se ne erano andati anche tutti i soldi che facevano girare l’economia della zona, e i parigini non poterono fare altro che rimpiangere la compagnia degli studenti, e cercarono di negoziare il loro ritorno.

All’epoca, l’università si trovava ancora sotto l’autorità del papato, cosicché la vertenza aperta dallo sciopero studentesco prese la forma di una questione geopolitica, coinvolgendo la corona di Francia e la Chiesa Cattolica. Per quanto il papa Gregorio IX potesse essere benintenzionato a scendere a patti con i reali d’oltralpe, pur di mantenere Parigi come importante centro di insegnamenti ecclesiastici, gli studenti non sarebbero tornati in cambio di poco, ora che si stavano rifacendo una vita in luoghi più economici e sereni. Bianca di Castiglia, da parte sua, non aveva intenzione di mostrarsi debole davanti a chi non aveva rispettato la sua autorità.

In alto a sinistra, Bianca di Castiglia

Fu solo l’intermediazione di Luigi IX a sbloccare la situazione. Il giovane re, ancora sedicenne, fece sì che sua madre riconoscesse finalmente la vittoria dei fuorisede e si comportasse nell’unico modo necessario a far concludere la protesta: la reggente accettò di indennizzare le vittime delle violenze della soldataglia, e si impegnò a calmierare i prezzi degli affitti. Oltre ai benefici economici, gli emigranti conquistarono dei nuovi diritti formali, destinati a cambiare la vita universitaria: il papa riconobbe, infatti, il loro diritto a votare statuti e, addirittura, a ripetere la “cessazione” (il nome preso dallo sciopero/migrazione) nel caso in cui altri gendarmi si fossero macchiati dell’omicidio di uno studente, restando impuniti.

Ad aprile del 1231 gli studenti tornarono a fluire verso il quartiere latino. Per un po’, troppo poco, la violenza delle guardie non li avrebbe toccati, e Parigi non avrebbe pesato così tanto sulle tasche di chi la abitava!


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