Un crocevia per girare il mondo

Articolo apparso sul sito “Il Lavoro Culturale

Da pochi giorni è partito un nuovo blog, si chiama Crossroads e per spiegarlo si deve partire da un’assenza.

Se nel nostro presente gli spostamenti, i flussi di corpi, le migrazioni di massa, temporanee o durature che siano, sono diventate la norma, rileviamo che manca nello spazio pubblico un punto di vista decisivo, quello dei soggetti che migrano. E così campo libero ai cliché ricorrenti: dalla “fine dei confini europei” alla “fuga dei cervelli”, agli stereotipi razzisti che, ad esempio, colpiscono in Italia l’immigrato est europeo come in Inghilterra colpiscono quello italiano. Senza tanta sorpresa ci accorgiamo che ognuna di queste narrazioni è però esterna ai flussi, li osserva e li giudica come chi sta sulla riva di un fiume senza nessuna intenzione di bagnarsi.

Crossroads è quindi un esperimento. Vogliamo raccontare questi fenomeni dall’interno, cominciare da noi. Siamo persone che si spostano, per desiderio e per necessità, in Europa (qualunque cosa essa sia) e anche un po’ oltre. Siamo per lo più giovani (anche qui, qualunque cosa voglia dire), alle prese con la ricerca di un lavoro, con una laurea da terminare, con l’aspettativa che un dottorato all’estero ci apra una buona carriera o semplicemente con il bisogno di trovare una nostra autonomia.

L’assenza di un’angolatura soggettiva in grado di restituire le ragioni tali scelte, così come le emozioni ed i desideri che le accompagnano è eclatante, dolorosa. Lo è perché la dinamica dell’attraversamento, con la precarietà e la transitorietà, sono fatti centrali della nostra epoca. Non aggirabili né isolabili l’uno dall’altro.

E allora perché fino ad oggi è mancata? Abbiamo individuato due grossi ostacoli all’emergere di narrazioni interne al regime della transitorietà. Il primo è evidentemente la transitorietà stessa, le distanze che si allungano ed accorciano ad intermittenza, l’assenza di una comunità fissa di riferimento. Il secondo ostacolo è il confinamento di moltissimi elementi di riflessione dentro la sfera chiusa del “privato”. Ansie, aspettative, motivazioni, dubbi, tutto ciò che riguarda la precarietà e lo spostamento sembra risolversi completamente nella sfera individuale. Fermarsi ad un crocevia è allora il primo passo per rompere entrambi gli ostacoli, per aprire uno spazio pubblico e far incontrare i tanti pezzi di narrazioni non stereotipate. Attraverso un luogo virtuale possiamo ricomporre questa strana diaspora, possiamo fare inchiesta e connettere territori ed esperienze distanti.

Un vecchio adagio delle occupazioni di abitazioni e spazi afferma che bisogna “prendere una casa per poter girare il mondo”: il significato è che la comunità politica, i luoghi fisici di aggregazione, sono punti di partenza per viaggi, ipotesi, progetti. Se però oggi precarietà e transitorietà mettono in crisi l’idea di comunità così come il rapporto tra soggetti e luoghi di vita, questo adagio deve essere ripensato e ribaltato. In fondo una delle ambizioni del progetto Crossroads, enorme come tutte le ambizioni, è quella di indagare i limiti della pratica e del discorso politici. Vogliamo essere un laboratorio narrativo ed affettivo, e spingere questi limiti un po’ più in là.

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