La storia del nonno e del viaggio

“Lavabo y espejo”, Antonio López

Un uomo di novant’anni si alza dal letto e accende la luce calda del corridoio che lo accompagnerà fino alla cucina dove siederà a consumare, con massima lentezza, la propria cena.

Quella lentezza che riempie le giornate degli anziani e lubrifica l’andamento dei gesti consueti, resi sempre più difficili dall’età.

E’ abitudine per lui andare a riposare dopo il telegiornale delle otto, che ormai non riesce più a seguire, poi alzarsi e, verso le dieci, andare a scaldarsi la cena.

Non ha mai amato andarsene a dormire presto; io, che poi sarei il nipote, mi ricordo di quando da bambino mi svegliavo in piena notte e vedevo le luci bianche e azzurre del televisore che lampeggiavano in fondo al corridoio.

Quest’anziano per ingannare la notte si mette a leggere vecchie riviste, a cui sempre per la stessa abitudine caparbia è abbonato da anni; ha detto che, visto il tempo a disposizione, vuole «mettersi in pari», come se tra «Il Bollettino Salesiano» o « LiberEtà » dal gennaio 2006 al giugno 2011 ci fosse una qualche evoluzione (fatta eccezione per le edizioni di dicembre in cui effettivamente sia i preti che i sindacalisti regalano in vista del natale e della tredicesima un po’ di effervescenza).

Non c’è una finalità nelle sue azioni, quello che conta ormai è solo il cammino necessario per compierle, proprio come per un viaggiatore la meta è solo qualcosa di accessorio, ottenibile anche per vie traverse magari più rapide ed efficienti, una maniera per avere una risposta accettabile alla domanda « che fai? ».

In questo cammino ogni dettaglio è un tesoro e porta con sé delle caratteristiche, come il modo di grattarsi le orecchie, di controllare la temperatura ogni mattina, rigorosamente prima di andare in bagno, o di sminuzzare le verdure nel piatto facendo scivolare, stridendo, il coltello tra i denti della forchetta. Ostinarsi nel volerle compiere in autonomia e senza aiuti esterni è l’ultimo modo di affermare « Io ci sono ».

E intanto appunto Giuseppe, perché così si chiama l’uomo che una volta a settimana si taglia e si pettina i capelli bianchi davanti allo specchio, tenendo occupato il bagno per un ora; sta camminando lungo il corridoio strusciando i passi sulle mattonelle di ceramica. Un rumore silenzioso, discreto, azzeccato.

Beppe è un curioso e un chiacchierone, conversando, tenta di restare connesso al mondo.

Da bravo cittadino democratico è un dovere per lui essere informato sull’attualità; da artigiano della chimica vuole avere ancora ben chiari nella mente i concetti studiati quando frequentava il biennio di Ingegneria e le tecniche del suo mestiere, ma anche le lingue apprese sui libri di grammatica degli anni ‘40.

Purtroppo ormai anche nel modo di raccontare storie si avverte la pesante volontà di salvaguardare la propria dignità, racconti che sono quasi sempre gli stessi con delle formule immutabili che dividono il giudizio di chi ascolta : sono farneticazioni di un disco rotto o sono il modo migliore, collaudato in una vita di dialoghi, per lasciare un’eredità della propria dialettica ?

Da parte mia io gli racconto sempre dei miei viaggi, di come un posto sia per me diverso da un altro e di cosa mi inventi per cercare di svoltare qualche centinaia di euro: che a Murcia la nonna di un amico mi ha preparato una paella squisita, che ho fatto il bagno il 30 dicembre, che a Napoli esiste un ex-carcere minorile, ora centro sociale, dalla cui terrazza si vede tutto il golfo con il Vesuvio che è una meraviglia, che a Bologna ci vado per i concerti però non mi ci piace tanto, che in Spagna oltre la paella c’è anche Podemos che è tipo il movimento 5 stelle ma non proprio, che la tesi la faccio dal computer e che quindi “sì, la finisco l’università !”, che sono andato a Parigi per la Nuit Debout…

E qui il nonno sorprende,come pensavi che non fosse più possibile, interrompe e dice che a Parigi c’è stato anche lui, nel 1948. Era una gita organizzata dalla facoltà di ingegneria per visitare degli stabilimenti di una qualche industria, lui aveva già deciso di lasciare l’università ma era partito comunque con l’autobus insieme ad altri venti colleghi, quattro giorni di viaggio e sei giorni a Parigi.

La metropolitana, le strade piene di macchine, gli Champs-Élysées, la Tour Eiffel, i formaggi che avevano un odore forte, le donne mezze nude di Pigalle, l’offerta di farlo salire in una camera a ore e il rifiuto piacione di un birbante di Lucca centro, capoluogo di una provincia italiana del primo dopoguerra…

Ci sono cose che non ricorda, forse cose che ha rimosso e forse altre che non vuole raccontare e che io posso solo immaginare.

Dove dormivano quegli studenti, si sono ubriacati, si sono persi a passeggio, sono stati derubati, hanno avuto incontri galanti? Davvero nessuno è salito in quelle camere dove l’aria puzza, sto sempre immaginando, di fumo, sudore e profumi dolciastri?

Questa è la magia crudele degli anziani, ripetono sempre le stesse cose fino a quel giorno in cui, mentre li ascolti come se ti avessero già detto tutto, loro ti buttano in faccia la Parigi degli anni cinquanta vissuta in prima persona. Quella Parigi che poi era il centro del mondo, che a raccontarla ci avrebbero provato un po’ tutti, e tanti di quelli bravi. Quelli che se in occidente oggi si immagina, ci si comporta, si sogna e si produce in un certo modo è perchè loro a Parigi a metà del secolo scorso hanno dipinto, filmato, suonato e scritto così.

Il mio nonno ne aveva avute di occasioni, ma quel giorno si decide, non si sa perchè, a regalare un racconto nuovo, qualcosa che cambierà il mio modo di vederlo così come ti cambia il modo di vedere una persona un viaggio o un’esperienza di vita.

Anche nel rapporto con i luoghi, si frequentano le stesse strade e le stesse piazze, ci si abbandona al sole della stessa spiaggia fino a che, inaspettatamente, uno scorcio ti colpisce, l’immagine di un vicolo o di un balcone diventa da lì in poi imprescindibile per capire che cos’è la vita in quel posto e stravolgendo tutto diventa centrale nel tuo rapporto con quella città.

Il pensionato si appoggia alla maniglia d’ottone lisciata dal tempo e apre la porta di cucina.

Un attimo dopo aver acceso la luce della stanza e un attimo prima che spenga quella del corridoio, ancora a cavallo della soglia, quindi sicuramente prima che togliesse il coperchio dalla pentolina d’acciaio per trovare senza sorpresa quel riso un po’ scotto, qualcosa si inceppa.

Come un evento speciale, la stessa occasionalità di una storia nuova, la stessa routine che non si compie. Un tonfo senza nessuno che possa ascoltarlo, altri dettagli resteranno persi nella sua memoria.

Sto per partire per un altro viaggio, lo avevo informato, quindi ormai io devo andare, ma ora visto che non avrò più quell’orecchio sordo aiutato da una mano a campana ad ascoltarmi, che senso avrà tornare? E, ancora di più, troverò un sorriso ben augurante per ripartire?

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