Uno, nessuno, centomila.
Una via italiana per il crowdfunding

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Oggi le piattaforme italiane di crowdfunding sono circa cinquanta, considerando anche quelle alle prime armi e con pochi progetti. Mentre quelle davvero attive sono meno di dieci: hanno approcci, tecnologie e regole interne molto diverse: generaliste o verticali, reward based, donation, equity o landing, all-or-nothing oppure take-it-all, etc.
Tutte insieme muovono qualche milione di euro e alimentano centinaia di progetti che coinvolgono migliaia di persone in tutto il Paese.

Da ieri una delle piattaforme più grandi al mondo, per numero di sostenitori e giro d’affari, la newyorkese Kickstarter, permette ai creativi italiani di accedere ai propri servizi senza dover aprire una sede legale e un conto corrente negli Stati Uniti. Stop. Niente uffici a Milano o Roma, niente customer service dedicato, nessuna variazione dei propri asset, neanche una versione del sito completamente in italiano.
Il CEO dell’azienda spiega con oltre 4 mln di ragioni il perché di questa “apertura” che ha esaltato molti, ma che in realtà è solo indice del fatto che l’Italia è un Paese in cui potenzialmente il crowdfunding può funzionare… anzi, funzionare meglio.

Ma da dove arriva il crowdfunding?
Il crowdfunding di oggi è figlio della sharing economy e dei social network, è il nipote “studiato” delle classiche raccolte fondi ma è anche imparentato con l’ultima generazione di Mad Men, quella dei grandi claim e dei grandissimi power point.

Alcuni sostengono che il crowdfunding, nelle sue varie forme, sia una bolla, altri pensano che sarà il futuro alternativo dell’economia. Senza dubbio stiamo vivendo anni di grande fermento, alimentato sopratutto dal desiderio di uscire da una crisi economica che schiaccia il credito e mortifica la creatività, ma è chiaro che in una fase più matura lo scenario sarà più “stabile”: il pubblico più preparato, forse le istituzioni definiranno dei registri per le piattaforme (come già accade per l’equity), la quantità e la qualità dei progetti sarà più alta, come il numero di backers.
In quel momento, probabilmente le piattaforme saranno meno ma offriranno servizi mirati, volti ad aumentare le possibilità di successo delle singole campagne. Le persone sceglieranno di appoggiarsi ad una piuttosto che all’altra allo stesso modo in cui scelgono l’assicurazione auto: alla ricerca del miglior servizio al minor costo.

In che cosa consiste il “miglior servizio”? In una faccenda culturale.

Certamente esistono parametri condivisi a livello mondiale, ma gli approcci al crowdfunding, come per ogni altra cosa che riguarda il denaro, sono il risultato di un mix tra percezione e fiducia: dal calcolo delle mance a quello delle paghe, dalle forme del credito fino alla decima, ogni cultura definisce i propri usi, sia formali che informali.

“Kickstarter in Italia” ci dice tre cose: il crowdfunding è glocal, le piattaforme nostrane devono scegliere cosa vogliono fare da grandi, i progettisti devono definire la portata delle proprie idee.

La via italiana del crowdfunding si gioca su questi tre punti, ma più ancora sulla capacità di questi attori di mantenere vivo l’interesse intorno alla filosofia del crowdfunding che è fatta di creatività, indipendenza, fiducia e partecipazione.

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